EUR/USD rimbalza nella notte con un movimento rialzista fiacco, che dai minimi di ieri lo porta al livello di 1.17500. Poi, dall’inizio della sessione europea il prezzo rimane ingabbiato tra il 61.8 e il 23.6 del precedente movimento, ballando intorno al pivot centrale e non offrendo spunti per la mia operatività intraday.

Sul fronte macro, la pubblicazione dei verbali relativi alla riunione FED di maggio non ha gettato nuova luce sui piani di politica monetaria per quest’anno: scontato l’aumento dei tassi di un quarto di punto in agosto (il secondo), rimane in dubbio un terzo e un quarto intervento restrittivo.

Usa e Cina proseguono le trattative commerciali: tuttavia il presidente Trump ha espresso scetticismo sui progressi e si è dichiarato insoddisfatto dei risultati ottenuti fino a questo momento. Tali dichiarazioni hanno spaventato i mercati, già preoccupati per il dietrofront che ha reso incerto l’incontro tra il leader nordcoreano e il Presidente degli Stati Uniti previsto per il 12 giugno.

La propensione al rischio diminuisce e lo Yen recupera sul Dollaro, mentre il prezzo dell’oro torna a salire: anche i dati economici tedeschi, sotto le attese, e la situazione politica italiana, fanno la loro parte in questa fase di pausa di riflessione, se non ancora di ripensamento, delle scelte degli investitori.

Scorrendo gli editoriali dei maggiori giornali internazionali, impegnati a descrivere la ricerca del governo italiano attraverso l’accordo tra m5S e Lega, si ha l’impressione di riuscire a guardarsi meglio, di trovarsi di fronte ad uno specchio lucido e freddo.

L’altro da noi ci può analizzare senza autoinganno, e attraverso il gusto e l’interesse della malizia può valutare la bontà del nostro discorso e le possibili conseguenze del nostro operato: che sia un amico o un nemico, il nostro interlocutore è uno strumento inevitabile del rapporto con la realtà.

Ecco allora le parole che rimangono nella memoria perso il contesto nel quale erano state espresse e dimenticata la ragione aggressiva del giudizio pubblico: “allarme antisistema”, “instabilità”, “estremismo”, “avventura populista”.

Il Financial Times, indossati gli abiti di un’opposizione che in Italia ancora non esiste o non riesce a prender forma, titola addirittura: “L’Italia mostra come muore la democrazia liberale” citando a riferimento storico, forzato ma logico, la Repubblica di Weimar.

I mercati finanziari scontano questo giudizio e lanciano chiari segnali di sfiducia: i rendimenti sui titoli di stato sono aumentati sensibilmente nelle ultime due settimane mentre l’indice italiano perde punti importanti.

La prospettiva di una crisi dell’Eurozona e della moneta unica è tutt’altro che lontana. L’Italia non è la Grecia: se è vero che è troppo grande per fallire e che Germania e Francia non possono permettersi che ciò accada, è altrettanto vero che è troppo grande per essere salvata.

D’altra parte, il governo nascente parla già di emettere mini-bot che di fatto assumerebbero il valore di una moneta parallela e supererebbero l’Euro senza il bisogno di decidere l’uscita da esso (i trattati internazionali non possono infatti essere oggetto di referendum secondo la nostra Costituzione).

Cosa c’è di meglio di una crisi finanziaria e conseguentemente economica per accrescere il consenso dei populisti? Si ha l’impressione che questi vogliano tornare presto alle urne con una nuova legge elettorale, definitivamente maggioritaria, dopo un breve governo di spesa e di aumento del debito fuori da ogni disciplina di bilancio: il valore dell’Italia sarebbe allora giustamente rivisto al ribasso dal mercato e gli italiani ne pagherebbero il prezzo.

Il Brent ha superato per la prima volta dal novembre 2014 gli 80 dollari al barile, un prezzo giustificato dai tagli alla produzione decisi dall’OPEC (che hanno avvicinato il livello delle scorte globali alle medie di lungo periodo) e dalla recente reintroduzione delle sanzioni all’Iran, conseguenza del ritiro americano dall’accordo nucleare. Anche il fallimento di fatto del Venezuela (importante esportatore) e la continuità della forza economica statunitense, a sostegno della domanda, sono fattori che hanno determinato l’incremento dei prezzi del 20% da inizio anno.

A questi livelli, la sete di petrolio dei mercati asiatici emergenti potrebbe costare una riduzione significativa della crescita economica globale e alimentare tensioni geopolitiche.

Intanto la produzione americana è ai massimi di sempre: 10,72 milioni di barili al giorno. Gli Stati Uniti sono ormai un paese esportatore sempre più influente sulla scena del commercio internazionale di petrolio.

Inizio a credere, mi sbaglierò, che questa famosa bozza di un programma di governo elaborata da Lega e 5 stelle, casualmente anticipata dalla stampa e contenente proposte bizzarre e irrealizzabili, non possa essere altro che un bluff per obbligare il capo dello Stato, fino ad ora altrettanto casualmente dimessosi dal suo ruolo costituzionalmente garantito, a guardare ad una prospettiva di governo del Presidente che prepari il prima possibile nuove elezioni, in un clima di ulteriore fomento populista contro la democrazia negata che aumenterebbe ancora di più il consenso di Lega e 5 stelle, magari amplificato anche da una nuova legge elettorale fortemente maggioritaria.

Forse il mio è un semplice attacco di panico e quindi una negazione della realtà, oppure mi sto sentendo male veramente e non so cosa fare. Vedremo.

Soltanto nel contesto politico internazionale trovano senso e prospettiva, una storia, le politiche nazionali e le corrispettive dinamiche elettorali.

Ecco quindi che delle tante cose che avrebbe importanza dire sull’accordo di governo ormai quasi fatto tra il M5S e la Lega, la chiarezza con la quale si promuove un rapporto privilegiato con la Russia è quella cosa che spiega meglio tutto il resto.

Lo schema non è dissimile da quello già visto con la Grecia dopo il successo di Syriza, ma questa volta dalla parte di Putin sembra conveniente stare non solo per sfuggire alla repressione del controllo dei conti pubblici e dell’austerità europeista, ma anche per una più profonda assenza politica degli Stati Uniti a guida Trump, che abbandonano l’Europa e guardano di più al Pacifico: il ritiro dall’accordo iraniano e il contemporaneo tentativo di conciliazione con Cina e Corea del Nors è parte infatti di una strategia isolazionista che lascia il Vecchio Continente ai margini delle relazioni internazionali (come ha fatto notare anche Obama criticando il cambio di rotta e giudicandolo negativo per gli interessi americani) e in una prospettiva di crisi economica non ancora superata.

L’economia americana va forte, quella europea no: il differenziale tra i tassi di interesse dei titoli di stato decennali tedeschi e quelli degli americani non è mai stato così alto e le poliiche monetarie sono conseguentemente diverse (restrittiva quella della FED, ancora impegnata nel QE quella della BCE).

La eventualità di una rottura dell’alleanza atlantica, nei fatti anche se non nella forma, si avvicinerebbe ancor di più con la formazione del governo populista italiano: non a caso il Financial Times ieri titolava “Roma apre la porta ai barbari moderni” e Liberation, con un più chiaro e sonoro “Vaffanculo”, notava la pericolosità di ritrovarsi con un partito di estrema destra al potere molto simile al FN francese.

Tra la svolta autoritaria putiniana e l’antiamericanismo, anche la sinistra italiana è chiamata a fare finalmente delle scelte e a ricoprire qul ruolo di difesa della democrazia e dei diritti sociali e individuali che hanno per lo più caratterizzato e giustificato la sua esistenza nell’Europa libera e unita del dopoguera: vedremo se mancherà anche questa volta l’appuntamento con se stessa.