Il Brent ha superato per la prima volta dal novembre 2014 gli 80 dollari al barile, un prezzo giustificato dai tagli alla produzione decisi dall’OPEC (che hanno avvicinato il livello delle scorte globali alle medie di lungo periodo) e dalla recente reintroduzione delle sanzioni all’Iran, conseguenza del ritiro americano dall’accordo nucleare. Anche il fallimento di fatto del Venezuela (importante esportatore) e la continuità della forza economica statunitense, a sostegno della domanda, sono fattori che hanno determinato l’incremento dei prezzi del 20% da inizio anno.

A questi livelli, la sete di petrolio dei mercati asiatici emergenti potrebbe costare una riduzione significativa della crescita economica globale e alimentare tensioni geopolitiche.

Intanto la produzione americana è ai massimi di sempre: 10,72 milioni di barili al giorno. Gli Stati Uniti sono ormai un paese esportatore sempre più influente sulla scena del commercio internazionale di petrolio.

Inizio a credere, mi sbaglierò, che questa famosa bozza di un programma di governo elaborata da Lega e 5 stelle, casualmente anticipata dalla stampa e contenente proposte bizzarre e irrealizzabili, non possa essere altro che un bluff per obbligare il capo dello Stato, fino ad ora altrettanto casualmente dimessosi dal suo ruolo costituzionalmente garantito, a guardare ad una prospettiva di governo del Presidente che prepari il prima possibile nuove elezioni, in un clima di ulteriore fomento populista contro la democrazia negata che aumenterebbe ancora di più il consenso di Lega e 5 stelle, magari amplificato anche da una nuova legge elettorale fortemente maggioritaria.

Forse il mio è un semplice attacco di panico e quindi una negazione della realtà, oppure mi sto sentendo male veramente e non so cosa fare. Vedremo.

Soltanto nel contesto politico internazionale trovano senso e prospettiva, una storia, le politiche nazionali e le corrispettive dinamiche elettorali.

Ecco quindi che delle tante cose che avrebbe importanza dire sull’accordo di governo ormai quasi fatto tra il M5S e la Lega, la chiarezza con la quale si promuove un rapporto privilegiato con la Russia è quella cosa che spiega meglio tutto il resto.

Lo schema non è dissimile da quello già visto con la Grecia dopo il successo di Syriza, ma questa volta dalla parte di Putin sembra conveniente stare non solo per sfuggire alla repressione del controllo dei conti pubblici e dell’austerità europeista, ma anche per una più profonda assenza politica degli Stati Uniti a guida Trump, che abbandonano l’Europa e guardano di più al Pacifico: il ritiro dall’accordo iraniano e il contemporaneo tentativo di conciliazione con Cina e Corea del Nors è parte infatti di una strategia isolazionista che lascia il Vecchio Continente ai margini delle relazioni internazionali (come ha fatto notare anche Obama criticando il cambio di rotta e giudicandolo negativo per gli interessi americani) e in una prospettiva di crisi economica non ancora superata.

L’economia americana va forte, quella europea no: il differenziale tra i tassi di interesse dei titoli di stato decennali tedeschi e quelli degli americani non è mai stato così alto e le poliiche monetarie sono conseguentemente diverse (restrittiva quella della FED, ancora impegnata nel QE quella della BCE).

La eventualità di una rottura dell’alleanza atlantica, nei fatti anche se non nella forma, si avvicinerebbe ancor di più con la formazione del governo populista italiano: non a caso il Financial Times ieri titolava “Roma apre la porta ai barbari moderni” e Liberation, con un più chiaro e sonoro “Vaffanculo”, notava la pericolosità di ritrovarsi con un partito di estrema destra al potere molto simile al FN francese.

Tra la svolta autoritaria putiniana e l’antiamericanismo, anche la sinistra italiana è chiamata a fare finalmente delle scelte e a ricoprire qul ruolo di difesa della democrazia e dei diritti sociali e individuali che hanno per lo più caratterizzato e giustificato la sua esistenza nell’Europa libera e unita del dopoguera: vedremo se mancherà anche questa volta l’appuntamento con se stessa.

La settimana scorsa è stata segnata dal ritiro americano voluto da Trump dall’accordo nucleare iraniano e dal conseguente apprezzamento del petrolio (sopra i 70 dollari al barile), frenato tuttavia dal contemporaneo rafforzamento del dollaro sulle principali valute mondiali (e soprattutto sulle monete dei mercati emergenti).

La moneta statunitense beneficia principalmente della crescita dei rendimenti sui titoli di stato e del differenziale con quelli tedeschi: l’economia a stelle e strisce sta infatti centrando tutti i suoi obiettivi e la politica monetaria torna ad essere necessariamente restrittiva (incerto il terzo rialzo dei tassi per il 2018).

L’incertezza geopolitica ha il cuore in medioriente e nella crisi sempre più complicata in Siria che vede scontrarsi ormai frontalmente Iran e Israele. In compenso, Trump distende i rapporti con la Cina sia attraverso la politica conciliante verso la Nord Corea (si promettono qui aiuti economici in cambio della rinuncia ai progetti nucleari) che con la ripresa dei negoziati commerciali (prevista la visita del capo di stato cinese a Washington).

Con queste ultime mosse di politica estera, il nuovo corso trumpiano sembra improntato sempre più ad un’escalation di tensione con la potenza russa.

In questo quadro, occhi puntati del mondo anche sull’Italia, che si appresta ad avere un governo filorusso e anti-Nato (almeno stando alle premesse elettorali) grazie all’accordo tra la Lega e il M5S: vedremo se ci saranno ripercussioni sull’andamento della moneta unica all’annuncio del nuovo presidente del Consiglio.

Nella settimana che viene sono da monitorare i seguenti dati economici:

martedì, la crescita del PIL tedesco, che si prevede del 2,5 su base annuale e dello 0,4 su base trimestrale (quindi un lieve rallentamento) e quella della zona euro;

il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna (previsto stazionario al 4,5) e, sempre martedì, le vendite al dettaglio USA;

mercoledì PIL giapponese e giovedì tasso di disoccupazione australiano.

venerdì inflazione giapponese e canadese.

 

Come ampiamente preannunciato, Trump ha deciso per il ritiro americano dall’accordo nucleare che Obama due anni fa insieme all’Europa siglò con l’Iran nel quadro di una strategia di stabilizzazione dell’area mediorientale e di una auspicata moderitazzazione del regime islamico.
Il Presidente degli Stati Uniti ha agito come aveva promesso in campagna elettorale, forte di un consenso interno che invece il suo predecessore non aveva saputo cercare, avendo paura persino di un voto del Congresso a ratificare e suggellare il faticoso Deal.
ll Piano d’azione congiunto globale (comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano), bisogna essere onesti, era debole sotto diversi punti di vista (l’Iran scambiava una sospensione decennale dei programmi nucleari con lo status di legittimo e potente attore internazionale), e non solo non ha prodotto i risultati sperati di ordine regionale ma, ponendo fine alle sanzioni economiche, ha arricchito la repubblica islamica al punto di finanziare un ritorno di aggressività nell’area di una potenza regionale amica di Putin (il quale infatti realisticamente non si era opposto allo spirito pacifista obamiano calcolando meglio la natura delle forze in campo e il rafforzamento del regime iraniano antiamericano).
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