La politica è un grande paradosso, e rappresenta proprio per questo l’attività umana più importante: necessità e volontà si confondono annullando il concetto ideologico di bene e male. Lo dimostra la Turchia di Erdogan, cresciuta grazie anche ad un dittatore che ha saputo intercettare il consenso di una massa povera ma capace stimolando in ogni modo l’economia, attingendo ad un credito straniero a basso costo e indebitando a dismisura famiglie e imprese, per violentare una democrazia debole e incapace di produrre ricchezza da sè. Il legame tra aumento del PIL e diminuzione della libertà si è reso palese ed efficace: dieci anni di crescita costante che sono però finalmente finiti con l’ultimo trimestre dell’anno scorso (il dato è stato pubblicato ieri), che ha segnato il -2,4% dopo il -1,6% del trimestre precedente (per parlare di recessione, per convenzione, bisogna attendere infatti il verificarsi di due trimestri negativi consecutivi). La dittatura per una società è come la droga per un individuo, funziona sul breve periodo ma arriva il momento in cui chiede il conto, perché è costrittiva e non cambia la realtà delle cose, ma solo la percezione di essa: è un formidabile strumento di potere (cioè di controllo) che paga però ad un prezzo troppo alto ogni beneficio acquistato. Ed è per questo che l’iniziale consenso di una massa eternamente in cerca di un messia (che prima o poi inchioderà ad una croce) si trasforma in repressione.

Erdogan deve affrontare le elezioni più importanti per lui alla fine di questo mese: si vota per le amministrative, anche ad Ankara e ad Istambul. Per la prima volta deve affrontare un popolo scontento perché più povero, in una congiuntura internazionale di restrizione commerciale che non favorisce le esportazioni turche, mentre nello stesso tempo le banche hanno smesso di erogare prestiti e le aziende falliscono e i capitali esteri sono tornati verso porti più sicuri con l’innalzamento dei tassi americani. La valuta turca si è svalutata enormemente e l’unica contromossa di Erdogan quale è stata? L’apertura di mercati ortofrutticoli a basso costo: assomiglia un po’ al cosiddetto reddito di cittadinanza italiano. Forse è finita la droga?

Nella vita ho fatto troppi errori, molti dei quali mi hanno reso quell’uomo orgoglioso e felice che sono. Oggi ne vorrei fare un altro, se solo potessi uscire dalle mie prigioni: votare Giachetti alle primarie PD. Ho rispetto per chi sceglie invece Zingaretti, uomo molto pragmatico (forse troppo) che ho avuto modo di conoscere nel mio passato pseudo-politico: tra i miei amici, che stimo in quanto tali, tale opzione politica va per la maggiore. Per quanto mi riguarda, essendo per cause inenarrabili ormai lontano da ogni appartenenza partitica, non condivido la riproposizione di un PD(S) radicato sì territorialmente ma incapace di svolgere una funzione nazionale democratica, cioè di rappresentare un’alternativa presente, non una ripetizione in altri termini, al populismo qualunquista della moda attuale. Non mi sfugge che qualche posizione di Renzi (che Giachetti in buona sostanza rappresenta generosamente per accollarsi la probabile sconfitta al posto del capo), possa essere a ragione definita di destra (quell’uomo, Renzi, ha poca cultura e troppa boria ingiustificata, dovrebbe parlare meno, studiare di più e soprattutto evitare inutili americanismi), ma non mi sfugge neanche che molte posizioni zingarettiane sappiano di muffa e di opportunismo personale e di parte…Sbaglio forse, ma tranquilli che la mia pistola intellettuale è ormai caricata a salve e non possono far male a nessuno i miei giudizi solitari…Ma è nel buio di una notte silenziosa e incosciente che un uomo trova il coraggio di essere se stesso, senza avere più il potere di fare nulla.

Ci sono dei libri che assomigliano a delle medicine, vanno assunti come risposta ad un “bisogno” specifico e al tempo giusto. Fossimo in un mondo che si preoccupa non solo della salute fisica ma anche e soprattutto di quella mentale, forse esisterebbero i medici della mente, o i nuovi filosofi (lasciamo perdere gli psicologi, per favore): potrebbero prescrivere i libri da leggere, per guarire o comunque per stare meglio. Sta di fatto che la lettura del famoso classico italiano “Il deserto dei Tartari”, è stata per me un processo curativo e non solo di ricerca intellettuale: mentre trascorrevano le giornate dentro questo libro, in uno spazio che potrebbe essere ovunque e in un tempo che potrebbe essere domani, mi sorprendevo fuori di me, consapevole di un confronto con l’altro che guarda me: era il momento di cambiare.

Spesso, quando studio un libro, divento cattivo, forse invidioso. Penso: io potrei scriverlo meglio (e allora perché non lo scrivo?). Ma Buzzati mi ha sorpreso, portandomi in un non-luogo impossibile per me, in una fortezza militare nel deserto di un mondo immaginato e sognato e nel corpo di un soldato che si prepara ad una guerra contro un nemico invisibile e forse inesistente, in un uomo che cerca una vita e una morte gloriosa, lo stesso che è rimasto alla fine da solo ad affrontare il suo destino e che sorride di fronte alla morte.

Ci vuole coraggio a scrivere un libro del genere, e forse altrettanto nel leggerlo, ma potremmo riuscirci tutti di essere come Giovanni Drogo, un fallito che non ha perso mai la speranza né mai ha rinunciato a compiere con disciplina il suo dovere e ad adeguarsi al caso necessario della vita: non gli è riuscito neanche di diventare il comandante della fortezza, superato da quella volgare canaglia di Simeoni, né di partecipare alla guerra tanto sperata, colto ormai dalla malattia. Drogo muore in una locanda senza nome e tra mura per lui prive di storia, senza nessuno che possa apprezzare la gloria della sua ultima battaglia: non ha paura.

La cosiddetta “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina sembra aver sostituito la gloriosa vecchia e tanto cara “guerra fredda” tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Due grandi potenze, una ad oriente e l’altra a occidente, due sistemi politici opposti, due potenze nucleari e l’impossibilità di un confronto militare diretto, due sfere di influenza. Una guerra a bassa intensità, vissuta in laterale per la maggior parte del tempo, che vive poi dei necessari momenti di tensione, più o meno improvvisi e utili alla ricerca di un nuovo equilibrio (perché per rimanere in equilibrio bisogna pur muoversi), e quindi si prosegue incessantemente con estenuanti trattative alternate da periodi di gelo delle relazioni, con finte rotture che precedono trionfali accordi, e poi le offese pubbliche e le cordiali telefonate private, qualche intervento papale (e forse oggi anche l’opinione di Bill Gates), e così via.

L’Europa in questo quadro non gioca propriamente un ruolo: è nulla più di un insieme di alleati, che devono stare vicini ma non troppo, non possono diventare definitivamente una cosa sola. Gli Stati Uniti d’Europa non piacciono agli Stati Uniti d’America, perché finirebbero per ritrovarsi “in mezzo, come autonomo soggetto politico: no, l’Europa è un mercato di consumatori e di bravi produttori di automobili. E la Russia? Che si preoccupi delle questioni energetiche che le sono proprie (petrolio, gas) e tenga di conseguenza a bada l’Europa dell’est e il Medio-Oriente.

Sono forse troppo semplicistico? Beh, quando si affrontano temi così grandi, come l’ordine mondiale, è necessario non lasciarsi sopraffare da troppe fantasie, da ragionamenti complicati, è anzi inevitabile rimanere il più possibile superficiali, perché se i soggetti che tengono le fila del discorso politico internazionale si confondessero e si fraintendessero, le conseguenze incalcolabili farebbero paura a tutti. Una guerra fredda che diventa una guerra commerciale è facile da gestire. O no?





La netta vittoria di Salvini alle elezioni regionali abruzzesi dimostra, se non altro, e per apparente paradosso, quanto fosse, e ancora sia, ingenua e politicamente sbagliata l’intenzione di alcuni esponenti del PD (e addirittura di qualcuno che si e/legge a sinistra del PD), di allearsi con il M5S. La Lega sta assorbendo, come previsto, senza particolari resistenze, il fascismo grillino, riportandolo nei tradizionali confini della destra. Ora, sarebbe conseguentemente possibile la riorganizzazione democratica del centrosinitra, nello spazio lasciato vuoto (che non è per l’appunto lo spazio populista), ma ovviamente bisognerebbe partire dalla logica considerazione (non voglio dire ragionevole, per una mia maledetta idiosincrasia terminologica) di alcuni errori tipici di un PD alla Macron, e bisognerebbe nel contempo dall’altra parte non permettere l’affermazione di chi, per esempio, riesce ancora a fare proclami maduristi considerandosi nonostante ciò nell’alveo della democrazia italiana (che posso capire un Putin che difenda la sua sfera di influenza, e di conseguenza perfino uno Tsipras, poi però si esaurisce la mia fantasia geopolitica). Sono ottimista riguardo al futuro del centrosinistra italiano? Beh, quello che penso del congresso PD (con la “c” minuscola), l’ho già scritto, considerando sempre che a buon intenditore sono necessarie poche parole (l’intenditore nel mio caso sono sempre io, perché parlo solo a me stesso, non avendo altro pubblico), però mi permetto sempre di sperare. Mi piace troppo la parola “speranza”, assomiglia all’immaginazione ma ha come oggetto la realtà futura: potrebbe essere darsi sia grazie a lei, la speranza, che io continui a ritenermi uomo di sinistra e mi permetta addirittura di scrivere un post politico come questo.