I titoli dei giornali sono ogni volta gli stessi, quando si avvicinano le elezioni di midterm americane: si scrive che assomiglino ad un referendum sull’operato del Presidente, giunto ormai a metà del suo mandato. Ed è questa in effetti  la realtà voluta dai fondatori di una Repubblica democratica, che però deve essere forte e decisionista come una monarchia assoluta, all’altezza della sua missione pubblica, “divina”.  Un perfetto sistema di check and balance che funziona perché è sostenuto da un’identità di popolo, creduto e scelto da secoli da una comunità politica composta di diversità religiose, razziali e sociali. Non ci sono mai state sorprese dal dopoguerra ad oggi, tranne una volta, nel clima straordinario del post 11 settembre: le elezioni di midterm il Presidente “deve” perderle. Sarà così anche stavolta, nonostante la popolarità di Trump e la confusione ideale e pratica del partito di opposizione, il partito più “antico” del mondo.

La Camera e il Senato, ora entrambi a maggioranza repubblicana, si divideranno i compiti, per controbilanciare il potere di un Presidente iperattivo sulla scena internazionale: la Camera, che rinnova tutti i suoi membri, avrà una maggioranza democratica. Una sorpresa sconvolgerebbe senz’altro i mercati, preoccupati dall’aggressività trumpiana dimostrata con la guerra commerciale ad una Cina che non può frenare comunque la sua ascesa verso la vetta dell’economia più forte del mondo. Teoria dei giochi. Non ci sono più opzioni sul tavolo: se al prossimo G20 i Presidenti non dovessero accordarsi in qualche modo, l’estensione del protezionismo arriverebbe al punto di minacciare il commercio internazionale e quindi la stessa funzione amercana di guida liberista di un mondo aperto e espansivo.

Ieri, Google e Amazon hanno comunicato risultati inferiori alle aspettative e il mercato, che ha da tempo bisogno di stornare dai massimi storici raggiunti, ha preso questa come un’altra occasione di sell-off. Finalmente vediamo anche un trend al rialzo dell’oro, fedele compagno dei momenti difficili e incerti. Draghi, ancora ieri, ha confermato la fine del QE per dicembre ma non ha dichiarato e neanche prospettato una politica monetaria maggiormente restrittiva per l’anno prossimo: il rischio Italia è sullo sfondo e richiede cautela e opzioni aperte.

Il protezionismo non aiuta certo la zona euro, stremata dalle tensioni politiche populiste sfociate in Brexit e debito italiano, che dai dati macro mostra ancora debolezza e necessità di stimoli monetari. Il Presidente BCE ha richiamato non a caso i paesi membri ad attuare quelle riforme che rafforzerebbero la domanda interna, dato che il ritmo di crescita è inferiore alle attese, e si è detto quindi fiducioso rispetto ad un accordo tra governo italiano e Unione Europea. Sul fronte dei negoziati con la Gran Bretagna, invece, le novità non ci sono e ciò vuol dire che è sempre più probabile il mancato accordo, con la conseguenti dimissioni di Theresa May che aprirebbero ad uno scenario diverso di una possibile vittoria dei laburisti sovranisti di Corbyn in contemporanea con un simile cambio di rotta politica anche nel panorama europeo (si vota a maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento).

Ad aumentare la tensione internazionale, è arrivata anche la notizia del ritiro americano dagli accordi INF (disarmo nucleare), peraltro continuamente violati dai russi: non stupisce e si inserisce nel quadro di una politica estera americana sempre più rischiosa e aggressiva.

La settimana scorsa il dollaro si è apprezzato in maniera significativa contro le altre principali valute non legate alle materie prime, in conseguenza dell’ansia legata alla situazione politica europea e all’aumento annunciato del deficit italiano e in concomitanza con il rialzo dei tassi di interesse da parte della FED. I dati macro americani restano molto positivi (pil al 4,2%) e il mercato non fatica ad apprezzare correttamente le previsioni ottimistiche già fatte, mentre attende i NFP di venerdì prossimo per confermare o smentire il trend al rialzo della divisa statunitense. Il livello importante dei 95.500 del dollar index è quello da monitorare per valutare una possibile estensione dei prezzi verso il superamento decisivo dello stesso. L’area euro, da par sua, mostra segnali di debolezza dell’inflazione e di incertezza politica (Brexit, populismo, antieuropeismo).

Il dollaro canadese è salito fortemente venerdì, dopo che il dato sul pil ha battuto le previsioni e in vista di un possibile aumento dei tassi ad ottobre: ma la situazione della divisa è ancora incerta perché lo è altrettanto il persorso di revisione del NAFTA (concluso l’accordo con il Messico, continua il braccio di ferro tra Trump e Trudeau).

Il petrolio è salito invece sulla notizia della riduzione dell’acquisto cinese di petrolio iraniano (entreranno in vigore a novembre le sanzioni statunitensi), invece l’oro ha subito il rialzo del dollaro e non riesce a soddisfare le attese degli operatori che lo vorrebbero rivedere almeno sopra ai 1210, a svolgere quel ruolo di luogo sicuro contro le tempeste autunnali.

La banca centrale turca ha alzato finalmente i tassi di interesse, dal 17,75% al 24%, contro i moniti del dittatore Erdogan e in favore delle aspettative degli investitori istituzionali: la lira ha recuperato qualcosa (il 4%) nei confronti del dollaro, mentre il paese mediorientale ha tentato in questo modo di dimostrare la propria credibilità nella gestione di una politica monetaria indipendente dalle pressioni politiche. Ma la decisione, senz’altro opportuna, non è sufficiente per invertire la tendenza che sembra puntare ad una vera e propria crisi economica dopo quella finanziaria, soprattutto se non bastasse a riaprire i canali del mercato del debito che avevano sostenuto il boom economico degli ultimi anni, e se la forza del dollaro continuasse a pesare sulla capacità di restituzione dei prestiti ottenuti nella valuta americana. La lira turca ha perso, non a caso, circa il 40% quest’anno, rendendo gli interessi più difficili da pagare, perché sconta l’avversione degli investitori per tutti i mercati emergenti (che ha affossato anche il peso argentino e messo in difficoltà le monete del Sudafrica, dell’Indonesia, dell’India, e altre) – conseguenza prima delle paure per la contrazione della crescita economica globale, per le decisioni sui dazi e per le politiche monetarie restrittive avviate dalla FED, sempre più banca centrale del mondo – e perché è una delle aree politiche del mondo dove è più evidente che lo spirito dei tempi non è a favore della democrazia e della libertà di espressione umana indispensabile per sviluppare un mercato sano.

 

La BOE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento allo 0,75% dallo 0,5% e lo ha fatto con un voto all’unanimità, 9 su 9. Evidentemente la normalizzazione della politica monetaria e la preoccupazione per una crescita fuori controllo dell’inflazione, sono stati valutati come fattori più pesanti delle preoccupazioni politiche relative alla Brexit e ad una trattativa con l’Unione ferma su posizioni apparentemente lontane. Non sembrano però pensarla alla stesso modo gli operatori finanziari, dato che il mercato valutario sconta anche oggi una sterlina molto debole contro il dollaro: non si è visto un movimento rialzista significativo nonostante la decisione forte e storica, il livello più alto dei tassi negli ultimi dieci anni.

Ieri era stato il turno della FED, che ha confermato non solo il terzo ma anche il quarto rialzo dei tassi americani entro l’anno, nonostante il monito di Trump.

Sulle previsioni di crescita tuttavia, entrambe le bance centrali, pur ottimiste, sottolineano i timori per una guerra commerciale che sembra sempre più concreta: il Presidente degli Stati Uniti mercoledì ha minacciato di raddoppiare le tariffe già proposte sulle importazioni cinesi.