L’impatto scenico del”incontro tra il presidente Trump e il suo omologo russo Putin ha prodotto il risultato sperato: coalizzare i nemici interni ed esterni del nuovo corso americano per combatterli frontalmente, costringendoli all’accettazione della fine dell’età del soft power.

Tra i membri del GOP più critici verso Trump, il senatore John McCain ieri ha twittato, in merito alla conferenza stampa di chiusura del vertice di Helsinki: “one of the most disgraceful performances by an American president in memory”. L’arroganza del Presidente degli Stati Uniti nell’attaccare tutti i suoi detrattori è emersa una volta di più in maniera netta: non esistono alleati da rispettare ma sudditi da sottomettere, come appare evidente dalle parole utilizzate dopo la riunione Nato contro il “nemico commerciale” europeo. Il politicamente corretto muore in un clima politico asfittico per la democrazia e le istituzioni internazionali: l'”uomo forte” alla guida di una politica di potenza aggressiva sembra l’unico modo per riordinare un mondo che non si inginocchia alla morale e alla cultura occidentale.

Insomma, ieri è stata illustrata e messa in mostra la “Dottrina Trump”, che vuole un ordine internazionale fondato sull’equilibrio delle sfere di influenza, sull’accordo e la competizione nazionale di Russia, Cina e Stati Uniti, e sull’umiliazione  della politica europea tradizionalmente fondata sulla limitazione del potere e sui principi liberali di governo. L’erede politico dell’ex potenza sovietica è un partner fondamentale in questo quadro perché bilancia la crescita cinese e tiene sotto scacco la Germania.

Nel frattempo che la democrazia americana dimostri gli anticorpi necessari a debellare un simile attacco alla propria ragione fondamentale di esistenza storica, alla difesa ed esportazione dei valori universali che ne hanno caratterizzato la nascita, il cinico realismo di Putin legittima le conquiste ottenute sul campo di battaglia della Crimea e della Siria ed è ora in grado di riaffermare il potere russo su una parte del mondo mediorientale, africano e forse in parte europeo.

La storia ancora una volta dimostra di non avere un destino progressista, e che la scelta politica del qui ed ora è ineluttabile e urgente per chi sostiene le ragioni di uno sviluppo democratico delle relazioni internazionali e non puà accettare la deriva nazionalistica e autoritaria che sembra caratterizzare lo sprito dei tempi.

 

Il segnale che preoccupa maggiormente gli investitori, nel contesto geopolitico dominato dalle nuove politiche trumpiane protezionistiche e nazionalistiche, è l’appiatimento della curva dei rendimenti americani che vede i decennali non riuscire ad andare oltre la barriera del 3% e quelli a due anni crescere sensibilmente: di solito ciò avviene quando è prevista una fase recessiva dell’economia.

Per ora l’economia americana viaggia a gonfie vele e la successione della pubblicazione di dati macro non fa altro che confermare una crescita solida con una inflazione sotto controllo e un livello di disoccupazione più basso del limite fisiologico. In questo contesto la politica monetaria della FED ha gioco facile nell’innalzamento graduale dei tassi fino al raggiungimento del livello neutrale, che attualmente è calcolato intorno al 3%: non ha bisogno né di essere restrittiva né espansiva, può invece rispettare il suo mandato in un quadro previsionale confermato dai fatti.

Ma il mercato si muove con le aspettative ed è condizionato dalle paure, e benché quello azionario, grazie anche alla pubblicazione delle trimestrali, non dovrebbe nel breve periodo invertire il trend positivo, le questioni geopolitiche e macroeconomiche che Trump sta affrontando iperattivamente rendono insicuri gli investitori e condizionano il mercato obbligazionario e quello valutario.

Oggi saranno presentati i dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti (l’inflazione è ormai il driver fondamentale per le scelte di politica monetaria), mentre il Governatore Powell parlerà in audizione al Senato martedì e sarà importante cercare nelle sue parole indizi che illuminino la tendenza politica e la reale preoccupazione per l’escalation della guerra commerciale. Sempre martedì usciranno i dati sulla produzione industriale di giugno negli Stati Uniti, mentre mercoledì sarà il turno dei permessi per la costruzione di nuovi alloggi. Venerdì vedremo invece l’inflazione giapponese, che nonostante lo stimolo monetario ha ripreso a decrescere negli ultimi mesi ed è lontanissima dal target del 2%.

Al vertice Nato di ieri a Bruxelles, gran parte dei leader presenti si sono chiesti, come riportato dal Presidente bulgaro Rumen Radev, quanto Trump fosse serio nel chiedere agli alleati l’innalzamento della spesa militare al 4% del PIL, quando la maggior parte dei 28 paesi membri non ha finora neanche raggiunto la quota prestabilita del 2% (fanno eccezione solo la Gran Bretagna, l’Estonia, la Grecia e la Lituania). L’Italia, anche in questa classifica, è tra gli ultimi: sotto quota 1,5%.

Eppure già si è visto che il Presidente degli Stati Uniti non è soltanto un comunicatore di cambiamenti radicali, ma anche e soprattutto un esecutore di essi: le barriere commerciali sono già una realtà, come lo sono tutte le politiche contro le istituzioni internazionali. “America First” non era un semplice slogan da campagna elettorale ma il titolo di una nuova strategia delle relazioni internazionali.

L’obiettivo di Trump sembra essere quello di indebolire l’Europa a guida tedesca (ma è possibile un’altra Europa?) e privilegiare allo stesso tempo le relazioni bilaterali tra stati nazionali, a cominciare dal ruolo della Russia: la NATO è l’ombrello sotto il quale si è potuta sviluppare quella Unione Europea che non si adatta alla nuova visione degli interessi americani e quindi deve essere indebolita.

Nessun governo oggi in Europa ha l’autorevolezza politica di Trump e di Putin, che godono di un consenso sicuro nei loro rispettivi paesi: per questo l’incontro tra i due che si svolgerà il 15 luglio a Helsinki diventa un segnale di amicizia tra le due potenze una volta nemiche che impensierisce gli alleati storici e deboli dell’America.

L’Europa che non ha una voce univoca in politica estera, né un sistema di difesa autonomo, è una potenza commerciale che non vuole né può diventare politica, un ostaggio conteso e un partner frustrato. Se Trump dovesse decidere di abbandonare l’Alleanza Atlantica, se dovesse prevalere l'”hard Brexit” (caldeggiata dallo stesso Trump), se la Russia dovesse riuscire ad accreditarsi come partner degli Stati Uniti, allora l’Europa diventerebbe anche un soggetto politico accerchiato da potenze ostili. Speriamo che almeno allora questa vecchia culla di civiltà batta un colpo e dimostri la sua utilità nel mondo contemporaneo.

 

Il governo di Theresa May ha cominciato finamente a trattare con le istituzioni europee i termini della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, decisa l’estate di due anni fa con un referendum che si è concluso 51 a 49. Tuttavia il paese è ancora spaccato a metà tra chi vorrebbe una “soft Brexit” e chi invece una “hard Brexit”: e le divisioni lacerano dall’interno sia i conservatori al governo che i laburisti all’opposizione.

Il piano di un accordo, elaborato dal governo britannico la settimana scorsa dopo una lunga trattativa, ha portato alle dimissioni di David Davis e Boris Johnson (rispettivamente negoziatore per la Brexit e Ministro degli Esteri), i quali sostengono una linea di distacco radicale dall’UE e di cambiamento profondo delle relazioni internazionali della Gran Bretagna. Non ci sono ad oggi i numeri per una crisi di governo, ma la debolezza dell’esecutivo britannico si è resa ancora più evidente.

Il problema dei rapporti tra Europa e Gran Bretagna non è certamente recente, affonda le sue radici nella storia secolare ed emerge ancora nelle sue contraddizioni e paradossi naturali con la nascita e lo sviluppo delle istituzioni europee: non si risolverà con una giornata di incontri tra policy makers e con qualche vertice internazionale. Tuttavia, aver chiesto l’opinione agli elettori su un tema così importante è stato un grande errore (di quelli che i politici impreparati ad interpretare il proprio ruolo fanno spesso): il rischio doveva essere calcolato con una valutazione più attenta delle forze in campo. Scriveva non casualmente Sun Tzu che “I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra“.

Il risultato è che la Gran Bretagna oggi non ha un piano accettabile per l’UE nè una strategia per uscire dalla UE conservando il consenso degli elettori nonostante la contrazione degli investimenti annunciata già pubblicamente da grandi gruppi industriali, come Airbus, Jaguar, Land Rover. Il piano della May, che vorrebbe tenere insieme l’unione doganale e la libera circolazione delle merci con una maggiore autonomia di scelta da parte del legislatore britannico, viola la logica stessa dell’Unione, che non permette agli stati membri di prendere solo le parti del mercato che piacciono e di rifiutare il resto: è allora forse da interpretare come una prima proposta, fatta per essere rifiutata ma allo stesso tempo per fare chiarezza sulla discussione, soprattutto all’interno della maggioranza guidata da Theresa May.

Per documentare l’immaginazione di un ciclo ribassista così profondo del sistema liberale e democratico e la nascita di una minaccia concreta  all’equilibrio economico sociale mondiale realizzato in un periodo cinquantennale di pacifico sviluppo dele istituzioni sovranazionali, per smentire la teoria sistematizzata della “fine della storia”, per vedere compromesso quel modello di democrazia rappresentativa che sembrava destinato a globalizzarsi insieme al capitalismo, dovremmo forse tracciare più una storia psicologica collettiva della crisi di identità dell’uomo contemporaneo occidentale che sommare dati economici e risultati elettorali.

O forse dovremmo rivolgerci ai testi classici della letteratura politica, per scoprire che la degenerazione populista della democrazia si trasforma necessariamente in tirannia, quando si è colpevolmente abbandonato il governo dei pochi con il consenso dei molti.

Sta di fatto che oggi all’ordine del giorno politico in tutto il mondo ci sono questioni come il protezionismo economico, il respingimento alle frontiere dei migranti, il rifiuto del professionismo politico (e non solo politico), il disprezzo per la libertà privata (di proprietà, di opinione, di religione), l’estremismo ignorante di un popolo incapace di virtù: più che la fine della storia sembra un tentativo di negazione della stessa, una ubriacatura distruttiva del mondo circostante.

Si è rotto un patto di governo, tra governati e governanti, tra élite e popolo, quella antica santa alleanza tra Yahweh e gli israeliti che la Bibbia ci ha insegnato ad aggiornare sempre con uno spirito nuovo che non cancella quello vecchio.

Ecco a cosa serve la politica, a rinnovare quel patto e a renderlo stabile e funzionale al benessere e alla crescita della collettività. E non è che recuperando questa funzione storica, che una interpretazione politica democratica (e se volete di sinistra) può uscire dalla marginalità attuale e rispondere alle proprie responsabilità di mediazione degli interessi, di equilibrio sociale e di individuazione degli obiettivi di progresso economico e culturale delle masse.