Il Movimento 5 Stelle altro non era che una formazione politica proto-fascista, nei modi, nella formazione, nei propositi e nei risultati. Ma aveva coinvolto anche quelli che fascisti non erano mai stati, magari solo ignoranti e un po’ cafoni e soprattutto sfigati e invidiosi delle altrui qualità, e anche i depressi e i rancorosi. Ora i 5 stelle non esistono più, nel senso che sono destinati a scomparire nel giro di qualche altra elezione: è una madre morta di parto per dar vita alla Lega, il vero partito fascista. I paradossi della storia: la Lega, che è forse (se i miei calcoli non mi ingannano) il più vecchio partito della Repubblica Italiana attuale, ha oggi l’aspetto di un giovinetto sbruffone e ebefrenico che veste brutte felpe da stadio e che non vede le proprie disgrazie ma ride di quelle altrui, circondato da vecchi che puzzano già di cadaveri anche se in realtà avrebbero perfino una età più giovane della sua (Il PD è nato una decina di anni fa, Forza Italia una ventina, il Movimento 5 stelle è solo alla seconda legislatura, mentre quello che di gran lunga è il primo partito italiano ha trenta anni).

Ci si potrebbe consolare pensando che i numeri del nuovo Parlamento Europeo avranno ancora una maggioranza europeista, ma la realtà è che i populisti hanno battuto Macron in Francia, hanno conquistato definitivamente l’Italia (almeno nella fase storica attuale), e seppellito insieme ai vecchi partiti inglesi anche le speranze di ribaltare l’esito del referendum Brexit. Ha retto solo la Merkel, ormai a fine carriera, in una Germania che è forte anche e soprattutto perché produce belle macchine inquinanti ma vota sempre di più per l’infantile ecologismo delle treccine svedesi.

Insomma, politicamente non ci sono dubbi sul destino del Vecchio Continente. Chi pensava che il problema fosse soltanto quello della moneta unica e della fantomatica invasione di immigrati stranieri, scoprirà che un fantasma ben più cattivo e antico sta aggredendo gli ideali di pace e progresso che i padri fondatori dell’Unione avevano sponsorizzato con eccessiva ingenuità, timidezza e fiducia nel futuro. La politica dei piccoli passi nella costruzione di un nuovo soggetto politico che doveva tornare protagonista della politica mondiale è stata spazzata via dalla arrogante e velocissima violenza di un Minotauro figlio dell’inganno e di un superficiale edonismo. L’Europa della filosofia, del pensiero grave e profondo, dell’amore dei migliori poeti, delle rivoluzioni laiche e della giustizia sociale, non ha fatto altro negli ultimi decenni che provare a sopravvivere, come una bestia braccata: assomiglia a “colei che si imbestiò ne le ‘mbestiate schegge” (Dante, Purgatorio, Canto XXVI).

Ma il male non è venuto da lontano, non è in Putin o in Trump, era accovacciato alla nostra porta, aveva l’aspetto amichevole del reddito di cittadinanza, delle tradizioni locali, dei canti popolari e dei cori da stadio: lo abbiamo accolto come fosse parte di noi stessi, siamo diventati quel male, metà bestia e metà uomo.

E ora?

E ora, almeno per quanto mi riguarda, seguirei il consiglio che Giobbe diede ai suoi amici, i quali credevano di essere saggi: bisogna tacere.

La rassegnazione è l’arma più potente del mondo, prepara la rivincita sicura, e il silenzio è la punizione più dura e più mite che l’uomo onesto infligge a se stesso e al suo amato nemico, fino a che non arriverà di nuovo il momento giusto per parlare e per lottare. Fino ad allora, bisogna sapere attendere sulla riva del fiume, rimanendo vigili e pronti, perché sono certo che ci siamo quasi.

Libertà e/o verità, e un dibattito filosofico complesso nel quale i due termini sembrano in contraddizione tra loro, soprattutto da quando anche la realtà umana è stata sottomessa alla scienza positiva e a quelle sottospecie di culture che chiamano sociologia e psicologia.

Dovevamo liberarci dalla religione che limitava la nostra naturale creatività pur preservando almeno il libero arbitrio, ma siamo finiti per liberarci della stessa natura umana, della possibilità di scegliere al di là di ciò che la ragione ritiene utile e la religione ritiene dovere (al di là del bene e del male).

E allora forse bisognerebbe recuperare una parola troppo abusata nel dibattito pubblico/politico e che ha perso il suo valore profondo: “onestà”. Che non vuol dire non rubare e nemmeno essere volgarmente sinceri, ma corrispondere esternamente alla propria realtà interna, cioè non ingannare se stessi e gli altri: vuol dire anche vedere senza invidia e lasciarsi andare a ciò che è.

Solo così, forse, verità e libertà torneranno a fare l’amore insieme e sembreranno addirittura confondersi, rimanendo però per sempre due termini diversi e ugualmente umani…perché, di questo sono certo, non c’è saggio migliore di una favola.

Ho sempre disprezzato (è la parola giusta, non c’è sadismo in essa), i commenti troppo vicini ai fatti, senza la giusta distanza spazio-temporale da essi…non avrei mai potuto fare il giornalista, per intenderci. Oggi, nel mondo di Facebook, tutti siamo costretti invece a stare sempre, come si suol dire, “sul pezzo”: mi adeguo ma non del tutto, per mantenere la giusta via di mezzo tra eremitismo della volontà e cenobitismo della ragione (la libertà è partecipazione, cantava Gaber) e anzi per rifiutarli entrambi (il no è la fondamentale identità umana).

Ora posso scrivere dunque, non già la mia opinione su un fatto che molto mi ha colpito nelle settimane scorse, cioè la manifestazione di un culto ecologista incarnato da una bambina nord europea (non è una novità la strumentalizzazione religiosa dei bambini, il Cristianesimo, per esempio, la insegna da molto tempo), ma posso invece prendere questo indubitabile fatto a pretesto per una certamente opinabile critica di sistema.

Per farla breve, come è necessario in questo contesto, esprimo da subito ciò che dovrei concludere dopo svariate ore di scrittura: ritengo l’ecologismo, come ideologia, uno dei mali del nostro tempo secolarizzato e scientista.

Amo la natura, gli animali, le piante, la terra e il vino (devo proprio avere il bisogno di scriverlo?), ma essi sono oggetti del nostro pensiero, non soggetti che prescindono da esso: cioè non esistono senza di noi…Il Mondo intero, senza di noi, non sarebbe pensabile, dunque non esisterebbe, se non appunto come credenza, come qualcosa di fine a se stesso, come Dio.

Trasformare un Mondo finito, non già eterno (che ci piaccia o no, ce lo dice appunto la scienza e non i Testimoni di Geova), in un feticcio primitivo, ci rende inutili masochisti, non più uomini ma burattini che non non hanno il problema di “essere” e di “pensare” e di “trasformare” il mondo: ci ritroviamo così comodamente seduti, o inginocchiati, davanti all’altare, deprivati delle nostre responsabilità. L’ecologismo come neo religione dimostra quindi non altro che il nostro vuoto mentale.

Ovvio che non ritengo sbagliate tutte le politiche che si possono fare per rendere il nostro Mondo materiale, il nostro corpo collettivo, più sano e più bello. Ma rendiamoci innanzitutto conto che in quanto esseri umani (e non più animali) non possiamo neanche fare a meno di utilizzare e consumare la terra nella quale viviamo, così come facciamo con il nostro corpo individuale, anche per apparentemente futili e inutili motivi, perché proprio questi ultimi ci realizzano come soggetti, e non oggetti, della natura. Attualizzando Feuerback, o forse male interpretandolo, potrei dire insomma che non è la natura a creare l’essere umano, ma è l’essere umano a renderla esistente di per sé: ogni creazione in quanto tale è prerogativa infatti dell’essere umano, ed è sempre trasformazione dell’esistente (a volte negazione, ma questo è un altro discorso). Abituiamoci ad inquinare un po’, senza esagerare, e soprattutto non smettiamo di pensare il mondo, che senza di noi non esisterebbe.

La politica è un grande paradosso, e rappresenta proprio per questo l’attività umana più importante: necessità e volontà si confondono annullando il concetto ideologico di bene e male. Lo dimostra la Turchia di Erdogan, cresciuta grazie anche ad un dittatore che ha saputo intercettare il consenso di una massa povera ma capace stimolando in ogni modo l’economia, attingendo ad un credito straniero a basso costo e indebitando a dismisura famiglie e imprese, per violentare una democrazia debole e incapace di produrre ricchezza da sè. Il legame tra aumento del PIL e diminuzione della libertà si è reso palese ed efficace: dieci anni di crescita costante che sono però finalmente finiti con l’ultimo trimestre dell’anno scorso (il dato è stato pubblicato ieri), che ha segnato il -2,4% dopo il -1,6% del trimestre precedente (per parlare di recessione, per convenzione, bisogna attendere infatti il verificarsi di due trimestri negativi consecutivi). La dittatura per una società è come la droga per un individuo, funziona sul breve periodo ma arriva il momento in cui chiede il conto, perché è costrittiva e non cambia la realtà delle cose, ma solo la percezione di essa: è un formidabile strumento di potere (cioè di controllo) che paga però ad un prezzo troppo alto ogni beneficio acquistato. Ed è per questo che l’iniziale consenso di una massa eternamente in cerca di un messia (che prima o poi inchioderà ad una croce) si trasforma in repressione.

Erdogan deve affrontare le elezioni più importanti per lui alla fine di questo mese: si vota per le amministrative, anche ad Ankara e ad Istambul. Per la prima volta deve affrontare un popolo scontento perché più povero, in una congiuntura internazionale di restrizione commerciale che non favorisce le esportazioni turche, mentre nello stesso tempo le banche hanno smesso di erogare prestiti e le aziende falliscono e i capitali esteri sono tornati verso porti più sicuri con l’innalzamento dei tassi americani. La valuta turca si è svalutata enormemente e l’unica contromossa di Erdogan quale è stata? L’apertura di mercati ortofrutticoli a basso costo: assomiglia un po’ al cosiddetto reddito di cittadinanza italiano. Forse è finita la droga?

Nella vita ho fatto troppi errori, molti dei quali mi hanno reso quell’uomo orgoglioso e felice che sono. Oggi ne vorrei fare un altro, se solo potessi uscire dalle mie prigioni: votare Giachetti alle primarie PD. Ho rispetto per chi sceglie invece Zingaretti, uomo molto pragmatico (forse troppo) che ho avuto modo di conoscere nel mio passato pseudo-politico: tra i miei amici, che stimo in quanto tali, tale opzione politica va per la maggiore. Per quanto mi riguarda, essendo per cause inenarrabili ormai lontano da ogni appartenenza partitica, non condivido la riproposizione di un PD(S) radicato sì territorialmente ma incapace di svolgere una funzione nazionale democratica, cioè di rappresentare un’alternativa presente, non una ripetizione in altri termini, al populismo qualunquista della moda attuale. Non mi sfugge che qualche posizione di Renzi (che Giachetti in buona sostanza rappresenta generosamente per accollarsi la probabile sconfitta al posto del capo), possa essere a ragione definita di destra (quell’uomo, Renzi, ha poca cultura e troppa boria ingiustificata, dovrebbe parlare meno, studiare di più e soprattutto evitare inutili americanismi), ma non mi sfugge neanche che molte posizioni zingarettiane sappiano di muffa e di opportunismo personale e di parte…Sbaglio forse, ma tranquilli che la mia pistola intellettuale è ormai caricata a salve e non possono far male a nessuno i miei giudizi solitari…Ma è nel buio di una notte silenziosa e incosciente che un uomo trova il coraggio di essere se stesso, senza avere più il potere di fare nulla.