La banca centrale turca ha alzato finalmente i tassi di interesse, dal 17,75% al 24%, contro i moniti del dittatore Erdogan e in favore delle aspettative degli investitori istituzionali: la lira ha recuperato qualcosa (il 4%) nei confronti del dollaro, mentre il paese mediorientale ha tentato in questo modo di dimostrare la propria credibilità nella gestione di una politica monetaria indipendente dalle pressioni politiche. Ma la decisione, senz’altro opportuna, non è sufficiente per invertire la tendenza che sembra puntare ad una vera e propria crisi economica dopo quella finanziaria, soprattutto se non bastasse a riaprire i canali del mercato del debito che avevano sostenuto il boom economico degli ultimi anni, e se la forza del dollaro continuasse a pesare sulla capacità di restituzione dei prestiti ottenuti nella valuta americana. La lira turca ha perso, non a caso, circa il 40% quest’anno, rendendo gli interessi più difficili da pagare, perché sconta l’avversione degli investitori per tutti i mercati emergenti (che ha affossato anche il peso argentino e messo in difficoltà le monete del Sudafrica, dell’Indonesia, dell’India, e altre) – conseguenza prima delle paure per la contrazione della crescita economica globale, per le decisioni sui dazi e per le politiche monetarie restrittive avviate dalla FED, sempre più banca centrale del mondo – e perché è una delle aree politiche del mondo dove è più evidente che lo spirito dei tempi non è a favore della democrazia e della libertà di espressione umana indispensabile per sviluppare un mercato sano.

 

La BOE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento allo 0,75% dallo 0,5% e lo ha fatto con un voto all’unanimità, 9 su 9. Evidentemente la normalizzazione della politica monetaria e la preoccupazione per una crescita fuori controllo dell’inflazione, sono stati valutati come fattori più pesanti delle preoccupazioni politiche relative alla Brexit e ad una trattativa con l’Unione ferma su posizioni apparentemente lontane. Non sembrano però pensarla alla stesso modo gli operatori finanziari, dato che il mercato valutario sconta anche oggi una sterlina molto debole contro il dollaro: non si è visto un movimento rialzista significativo nonostante la decisione forte e storica, il livello più alto dei tassi negli ultimi dieci anni.

Ieri era stato il turno della FED, che ha confermato non solo il terzo ma anche il quarto rialzo dei tassi americani entro l’anno, nonostante il monito di Trump.

Sulle previsioni di crescita tuttavia, entrambe le bance centrali, pur ottimiste, sottolineano i timori per una guerra commerciale che sembra sempre più concreta: il Presidente degli Stati Uniti mercoledì ha minacciato di raddoppiare le tariffe già proposte sulle importazioni cinesi.

Le news sono strumenti per l’attività quotidiana, e i mercati che sono attivi tutti i giorni della settimana risentono di esse e le preparano in un rapporto di causa ed effetto infinito. L’alta frequenza di operazioni finanziarie e  di dichiarazioni politiche sporca o colora il quadro di lungo periodo, ma non cambia i suoi tratti essenziali.

L’incontro di ieri tra Juncker e Trump è servito a calmare un po’ gli animi, permettendo forse un riposo sereno e riflessivo per gli operatori finanziari e per tutti gli interessati alle vicende di una guerra commerciale (politica) che stanno soffrendo un riscaldamento eccessivo della temperatura globale, preoccupati che il clima possa diventare irrespirabile per chi è abituato a vivere nella certezza dello scambio amichevole di merci tra i paesi occidentali e nel sostegno della forte domanda americana.

Parlando nella conferenza stampa congiunta al Rose Garden, i due leader hanno addirittura ipotizzato la progressiva eliminazione di ogni tariffa e rassicurato sulle trattative che l’Europa e gli Stati Uniti stanno conducendo per risolvere le questioni che hanno portato all’aumento delle tariffe doganali e per evitare l’estensione di esse al settore auto (che è la fetta più grossa della torta). In realtà nulla è di fatto cambiato: Juncker peraltro non ha nessun mandato per parlare a nome di paesi europei che hanno interessi commerciali divergenti.

La buona notizia, insomma, è semplicemnte questa, che l’incontro non è stata l’occasione per esagerare lo scontro (da Trump ci si aspetta di tutto), ma anzi per annunciare una tregua tra due parti che rischiano la reciproca distruzione economica. La minacca protezionistica è però tutt’altro che finita.

 

 

Il principio fondamentale che regola una gestione liberale del governo, è la limitazione e la divisione del potere. In questa epoca di arrogante ignoranza delle più elementari regole di convivenza civile, tale filosofia politica occidentale potrebbe sembrare il prodotto di menti deboli e offuscate, una sovrastruttura ideologica ad uso e consumo di élite interessate a spartirsi i frutti del lavoro comune, a sfruttare il popolo schiavo. Riusciamo a vivere intense stagioni di progresso e accettazione di quell’ordine democratico che non è altro che mediazione e competizione positiva di interessi diversi, solo dopo che abbiamo provato l’orrore della rinuncia ad esso.

L’autonomia della politica monetaria è un pilastro fondamentale nel gioco politico moderno, sia sul piano interno ma anche e soprattutto su quello delle relazioni internazionali, perchè garantisce una gestione dell’economia equilibrata e razionale e favorisce la fiducia degli investitori e lo scambio commerciale.

Tuttavia Trump non perde tempo nell’applicazione della sua strategia di attacco frontale alle istituzioni che controbilanciano il suo potere e la sua possibilità di rivolgersi al suo popolo senza filtri istituzionali. Ieri ha dichiarato di non vedere positivamente il graduale rialzo dei tassi di interesse già deciso e previsto dalla FED, proprio al termine della due giorni di audizione del Governatore Powell in Senato che aveva invece confermato l’impostazione rialzista e velatamente criticato la politica commerciale protezionistica.

Possiamo considerare elementare la considerazione di Trump, e alquanto efficace: un dollaro forte nega la politica estera ed economica che si intende realizzare e tiene in vita le malconce economie europee e fuori controllo la crescita dell’economia cinese. Concludendo mesi di di dibattito sull’apprezzamento della valuta americana che sconta il terzo e il quarto aumento previsto dei tassi in quest’anno, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti ha segnato ancora una volta il suo mandato con il colore della radicalità e dell’eccesso, nel chiaro intento di realizzare un quadro di paura e di incertezza che predispone alla accettazione di una superiorità del potere politico e militare sul benessere economico: sembrerebbe più una politica russa che americana.

L’impatto scenico del”incontro tra il presidente Trump e il suo omologo russo Putin ha prodotto il risultato sperato: coalizzare i nemici interni ed esterni del nuovo corso americano per combatterli frontalmente, costringendoli all’accettazione della fine dell’età del soft power.

Tra i membri del GOP più critici verso Trump, il senatore John McCain ieri ha twittato, in merito alla conferenza stampa di chiusura del vertice di Helsinki: “one of the most disgraceful performances by an American president in memory”. L’arroganza del Presidente degli Stati Uniti nell’attaccare tutti i suoi detrattori è emersa una volta di più in maniera netta: non esistono alleati da rispettare ma sudditi da sottomettere, come appare evidente dalle parole utilizzate dopo la riunione Nato contro il “nemico commerciale” europeo. Il politicamente corretto muore in un clima politico asfittico per la democrazia e le istituzioni internazionali: l'”uomo forte” alla guida di una politica di potenza aggressiva sembra l’unico modo per riordinare un mondo che non si inginocchia alla morale e alla cultura occidentale.

Insomma, ieri è stata illustrata e messa in mostra la “Dottrina Trump”, che vuole un ordine internazionale fondato sull’equilibrio delle sfere di influenza, sull’accordo e la competizione nazionale di Russia, Cina e Stati Uniti, e sull’umiliazione  della politica europea tradizionalmente fondata sulla limitazione del potere e sui principi liberali di governo. L’erede politico dell’ex potenza sovietica è un partner fondamentale in questo quadro perché bilancia la crescita cinese e tiene sotto scacco la Germania.

Nel frattempo che la democrazia americana dimostri gli anticorpi necessari a debellare un simile attacco alla propria ragione fondamentale di esistenza storica, alla difesa ed esportazione dei valori universali che ne hanno caratterizzato la nascita, il cinico realismo di Putin legittima le conquiste ottenute sul campo di battaglia della Crimea e della Siria ed è ora in grado di riaffermare il potere russo su una parte del mondo mediorientale, africano e forse in parte europeo.

La storia ancora una volta dimostra di non avere un destino progressista, e che la scelta politica del qui ed ora è ineluttabile e urgente per chi sostiene le ragioni di uno sviluppo democratico delle relazioni internazionali e non puà accettare la deriva nazionalistica e autoritaria che sembra caratterizzare lo sprito dei tempi.