Dopo la caduta del governo Prodi, la mia riflessione politica, nell’analizzare la concatenazione dei fatti ultimamente succedutisi, rifluisce naturalmente nella considerazione più generale sulla crisi della politica italiana, e pur rischiando di immobilizzarsi sgomenta di fronte alla sbandierata impossibilità di riformare il sistema senza trasformazioni inedite nella storia costituzionale di questo paese, si muove nella ricerca di una concreta e reale alternativa allo stato di cose esistente, puntando le residue speranze di immediata traduzione pratica della estrema volontà di cambiamento su quel processo costituente della Sinistra iniziato alla fine dello scorso anno tra resistenze di varia natura e poi presto entrato in una fase imbarazzante di stallo per imporsi oggi nelle dinamiche politiche delle quattro forze promotrici come necessità ineludibile.
Si tratta, lo sappiamo, di rispondere ad una diffusa insoddisfazione esistenziale e sociale, di calarsi in un mondo occidentale attraversato dal dubbio della ragione, dalla manifesta debolezza delle convinzioni illuministe, dal prepotente ritorno delle religioni (che Croce aveva dato per morte già nel secolo scorso), dalla incerta superiorità morale economica e militare della guida degli Stati Uniti d’America sul resto del mondo, dalle inattese prospettive di decrescita, dall’annunciato disastro ecologico, dalla preminenza della volgare logica dell’interesse privato sul bene comune, dalla drammatica banalità della lotta per la sopravvivenza che riguarda una sempre più larga fascia delle popolazioni complessivamente ritenute ricche, dallo svilimento della cultura in tutte le sue forme.
Si tratta di superare le vecchie identità politiche del Novecento ormai trascorso, e di ripensarle, a partire, secondo me, dalla rivisitazione dei concetti fondamentali del contratto sociale, che nell’era di Internet non sembrano più soltanto astrazioni.
Penso ad esempio alla campagna elettorale delle primarie statunitensi, insolitamente partecipate e appassionanti, e per quanto riguarda l’Italia a quella fase storica del berlusconismo iniziata con la totale delegittimazione della classe dirigente della prima repubblica e finita con la nascita del Partito Democratico intrecciata al fenomeno Beppe Grillo. Mi chiedo, retoricamente, se la sinistra non stia indietro nella comprensione dei cambiamenti, e come mai non stia in prima linea nel rifiuto del vecchio schema di una politica mediatrice tra le istanze popolari e il potere, per proporre una risposta autonoma e diversa da quella degli appena citati esempi e per svolgere pienamente il suo ruolo di progresso culturale e sociale senza il quale non esiste più.


















