Da che la Sinistra ha subito la più pesante sconfitta elettorale della sua storia italiana sono passati tre giorni, e il più importante politologo nostrano, che è anche il più conosciuto nel mondo (cioè, secondo la normale visione imperialista, negli Stati Uniti D’America), ripete ogni sera in televisione il senso (comune) del fatto: la Sinistra, cosiddetta alternativa, dice di avere un progetto diverso del mondo ma in realtà è incapace, come qualunque altro soggetto politico, perfino di capire cosa sta succedendo in esso: fallisce necessariamente in tale impresa intellettuale data l’impossibilità di costruire qualcosa sulle macerie causate dal crollo delle ideologie novecentesche. Dal “secolo breve” usciamo tutti immersi ormai, coscienti o meno, nel caos, originario ed eterno, in cui tutto esiste e non esiste, e si confonde per non distinguersi.
Oggi, è vero, non c’è proprio più nessuno che pensi la storia e che faccia la storia; in politica, come in televisione, tutto è diventato uguale, indifferente, tutto fa brodo, e perfino la Sinistra sembrando solo un ingrediente come un altro, insapore come qualunque altro, può essere tolto e sostituito da qualunque altro per il solo fine di una riduzione generale delle spese.
Però, nella angosciante insistenza omicida di Giovanni Sartori, leggo, forse solo per consolarmi, la speranza che il pensiero della sinistra, latente e debole, sia duro a morire, e magari che la sua assenza dal dibattito pubblico, così accanitamente ricercata dalle classi dirigenti borghesi, possa provocare negli negli intellettuali, negli operai, nelle donne, nei giovani, quel sentimento di nostalgia che finora gli è mancato, e che è invece necessario per darsi la speranza.


















