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…sulla vicenda liberazione

 

Devo scrivere di quello che sta accadendo nella sinistra italiana, dopo la decisione, ancora da verificare, del gruppo dirigente di Rifondazione, che vuole sfiduciare il direttore del suo giornale, reo di aver determinato una linea editoriale sbagliata dal punto di vista politico e improduttiva da quello economico.

Devo parlarne perché dalla vicenda sembrerebbe emergere un nuovo quadro politico, e la coseguente accelerazione del processo di disgregamento di Rifondazione e di costituzione di un alternativo soggetto della sinistra alla sinistra del PD, le cui sorti strategiche ed elettorali dipenderebbero, ad oggi, per la verità, più dalla crisi di quest’ultimo che da un’autonoma progettazione in grado di provocare una qualche concreta innovazione.

Devo uscire allo scoperto e esprimere la mia opinione, di solito malcelata nelle pieghe di un politicismo tutt’altro che comodo, ma interno alle vicende schizofreniche della politica italiana degli ultimi quindici anni. Perché di mezzo c’è Fagioli, il mio enorme debito contratto con le sue teorie, uniche portatrici sane di una diversa filosofia occidentale, e Bertinotti, l’ultimo leader dell’unica sinistra novecentesca che mi piace, quella libertaria e socialista. Protagonisti entrambi non solo e non tanto del loro tempo, ma del futuro, cosa possibile solo agli eretici.

Devo dire di Fagioli, di Bertinotti, della Sinistra. Anche se preferirei tacere, e strare tranquillo al coperto, lontano dallo tsunami che sta spazzando via le fragili baracche delle vecchie ideologie e delle logore e corrotte pratiche della democrazia italiana, eccezion fatta ovviamente per i berluscones e i dipietros, che con la democrazia non c’entrano niente. Invece dovrei stare fermo e aspettare che il cadavere del mio nemico mi passi accanto senza che abbia fatto nulla per ucciderlo. Senza nemmeno sporcarmi le mani. Già! Ma di mezzo c’è Fagioli, e Bertinotti e la Sinistra, e allora la mia razionalità se ne va a puttane.

Allora intervengo, per spiegare il mio punto di vista: quello che la mia storia e la mia scelta politica mi impone, quello che il mio tempo ha perso sotto la scure di un pratico e affaristico relativismo, contrario alle idee, alla cultura, alla Storia; quello che nel Medioevo presente non ha diritto di cittadinanza tanto come in quello passato; quello che si chiama laicità, tolleranza, rispetto per l’altro, ma che si dovrebbe chiamare soltanto politica, e dovrebbe creare la possibilità della trasformazione sociale, e dovrebbe conoscere la verità del cambiamento.

Ecco cosa manca in questa vicenda, ancora una volta: la Politica.

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