giu
18

Davanti alla proposta di Bertinotti di un nuovo partito

By Giovanni Perrino

bertinotti1Capisco così il senso della proposta di Bertinotti, e delle altre che si succedono in questi giorni partendo dalla stessa preoccupata analisi: la sinistra socialista e comunista che risulta ormai chiaramente sconfitta, non solo nell’Italia berlusconizzata ma in tutta Europa, nel quadro di un generale arretramento della democrazia, può ritrovare la sua funzione vitale (cioè riformista e rivoluzionaria insieme), solo laddove il Novecento ha dimostrato possa esistere, cioè in un processo largo di inclusione delle masse nella politica che è anche al tempo stesso alternativo a quello populista e fascista, nella alleanza dunque con tutte le forze disponibili a creare le basi per un sano svolgimento della vita politica libera e pluralistica.

Gli esempi storici a questo punto si potrebbero sprecare, e tutti sembrerebbero dimostrare la fondatezza della analisi.

Sono convinto però, nonostante la mia stima di Bertinotti rimanga elevata, che la sua giusta intenzione di curare la malattia sociale europea (di cui è esemplificativa e non anomala la situazione italiana), seppure mi appaia lodevole e addirittura affascinante nella capacità di superare gli ostacoli ideologici, di essere straordinariamente eretica e ordinariamente protagonista della vita pubblica, sia piuttosto fondata su un analisi insufficiente della realtà. Da essa ne deriva quindi, a mio parere, una ricetta incompleta, non del tutto sbagliata, ma priva della necessaria efficacia.

Sono convinto cioè, e qualunque persona di buon senso politico lo sarebbe con me, che il centrosinistra, così com’è, anche ad unirlo tutto in un nuovo partito, non solo non risolverebbe mai i problemi democratici dell’Italia e (in virtù del binomio inscindibile di cui sopra) quelli della sinistra, ma finirebbe per logorare anche quel minimo di credibilità che ancora una parte del paese concede all’attuale complesso e disorganico corpo dell’opposizione, facendolo apparire sempre più come un insieme di opportunismi e di tatticismi buoni solo a salvare una classe dirigente e sempre meno una proposta politica degna di attenzione.

Quello che serve invece è una rottura forte con il passato, un nuovo inizio vero. Il declino inesorabile dei partiti socialisti europei e il fallimento di una risposta di retroguardia modello PD, sono qui a dimostrarlo. Una nuova cultura democratica, una conseguente innovazione radicale degli strumenti istituzionali e dei canali di partecipazione attraverso cui la si organizza, nuovi partiti in nuovi sistemi di partito, politiche di livello mondiale, informatizzazione di massa, ambiente, autonomizzazione del lavoro e reddito di cittadinanza, migrazioni, ricerca scientifica e laicismo, e via dicendo, sono le sfide che le forze politiche che vogliono dirsi progressiste devono affrontare con risolutezza, con la voglia di sperimentare, perfino se necessario con la vitalità di un conflitto generazionale. Ma Il PD, rispetto ad esse, non ha saputo dire nulla.

Chi dunque al Pd si è già ribellato, perché capace di vederne all’inizio il vecchio di cui era fatto anziché il nuovo di cui si vantava, non può certo oggi disperatamente ripetere l’errore dell’annullamento della storia e dell’attualità della sinistra, e meno che mai abbandonare le classiche rivendicazioni che sempre hanno un senso, o illudersi di poterle far vivere “protette”, nascoste in un fortino (corrente) dentro il PD anzichè in una piccola formazione (partitino) esterna ad esso. Deve invece misurarsi con la forza delle necessarie novità, proporre con coraggio quella diversità che il mondo cerca nelle possibili pieghe di una crisi economica, sociale, e politica, nella urgenza di ritrovare un equilibrio. Deve cambiare, innanzitutto, rimettendosi in cammino con la Storia, prima che una violenta pseudo-novità fascista lo costringa oscenamente e suo malgrado allo stesso inesorabile rapporto, e che i conti con le sue negligenze e le sue sconfitte si confondano con un vergognoso inutile vittimismo.

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