La sinistra…che verrà
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In tempo utile, prima che il dibattito a sinistra si raggomitoli attorno al congresso del PD per paura di dipanarsi in un futuro oscuro, sarebbe necessario che i suoi dirigenti (chiunque essi siano) tentassero di proporre, se non una sistemazione complessiva e sistematica di esso, almeno una chiara proposta di organizzazione temporanea e autonoma delle aspettative espresse o meno dagli irriducibili elettori della parte politica più martoriata dalla contemporaneità italiana.
Ciò aiuterebbe certo a ricostruire un centrosinistra su basi più solide, giacché il problema di quest’ultimo non risiede tanto nella inevitabile estrema eterogeneità di ogni possibile coalizione che volesse sfidare ad ogni livello elettorale la destra, ma soprattutto nella debolezza strutturale delle sue potenziali componenti, e nella conseguente mancanza di una leadership valida, capace di rappresentarle e di tenerle insieme tutte dentro un valido progetto progressista di trasformazione del paese.
Se la sinistra quindi riuscisse a determinarsi, a occupare il proprio spazio e a verificare nel concreto la sua funzione, e anziché subire passivamente il corso degli eventi che stanno portando alla sua scomparsa dalla scena pubblica svolgesse un ruolo utile nella costruzione di una alternativa a Berlusconi, dimostrerebbe non solo un attivismo fondato sulle questioni essenziali e capace di per sé di porre di fronte all’opinione pubblica la realtà ineliminabile della sua esistenza, ma rivitalizzerebbe una complessiva dialettica democratica, ora subalterna alle logiche dell’Imperatore, cioè all’espressione di meri rapporti di forza tra il capo, i suoi seguaci e i suoi nemici. Costringerebbe, in ultima analisi, il PD al ripensamento delle sue strategie.
Se così avvenisse, al posto di un partito “pigliatutto” che non piglia niente, e al posto di un insieme di piccoli partiti che rappresentano solo se stessi, si otterrebbe forse quell’esplosione delle contraddizioni (quel big bang che Bertinotti auspicava prima di rassegnarsi all’inevitabilità della sconfitta) che permetterebbe il riformarsi di dicotomie stabili, dunque di una base certa di una vera alleanza di centrosinistra: la dialettica tra innovazione e conservazione allora acquisterebbe un senso; e di fronte a un mero riproporsi delle forme di organizzazione del consenso novecentesche, si confronterebbe una necessaria radicale novità democratica proiettata sul terzo millennio, naturalmente priva di ideologie morte, e condizione necessaria per la rinascita delle idee.
Ma se invece il dibattito a sinistra continuasse a girare a vuoto, se i termini di questo rientrassero esattamente in quelli del congresso del PD, schiacciato tra chi si illude di poter mettere toppe nuove su un vestito vecchio e chi addirittura non vorrebbe neanche quelle, non solo si sprecherebbe l’ennesima occasione per sperare un cambiamento, ma si pregiudicherebbe anche la prospettiva di dirigere la inevitabile realizzazione di un altro equilibrio sociale, successivo alla crisi del capitalismo oligarchico: perdurerebbe dunque la generale crisi della politica.
Sarebbe necessario, insomma, che i dirigenti del dibattito a sinistra, si incanalassero in una nuova organizzazione politica, sfidassero il congresso del PD sul terreno dell’innovazione, dell’inclusione, della sburocratizzazione dei partiti; e capissero che di fronte a quell’ammucchiata di ex democristiani ed ex comunisti si avrebbe addirittura vita facile nel proporre ad un vasto elettorato le qualità della vera democrazia partecipata.










