Le elezioni tedesche
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In Germania anche la politica segue una logica precisa, e quell’ossessione per l’esattezza che si vorrebbe dominasse il carattere tedesco, sembra ritrovarsi anche nell’analisi del risultato elettorale. Paradossalmente.
Già, perché se è vero che la confusa complessità del quadro emerso dalle urne, con cinque partiti “a due cifre”, non fa altro che riproporre la difficoltà di mettere ordine in una fase di transizione che riguarda non solo quel paese ma il mondo intero – un paesaggio in fin dei conti segnato dalla paura d’inizio millennio – è altresì innegabile che proprio la ricercata fedeltà ai rapporti di forza in movimento, l’assoluto rispetto del criterio della rappresentanza proporzionale e delle regole elettorali, e il tentativo conseguente di dare razionalità, solidità, ad un flusso di stimoli sociali, economici (ma soprattutto culturali) diversi e spesso contradditori, fa sì che ancora una volta assistiamo, nel bene e nel male, al passaggio della Storia per le vie di Berlino.
Detto ciò, oserei sperare che appaia necessaria, anche ai più autorevoli commentatori, una valutazione della situazione politica in Germania che superi, per una volta (a me piacerebbe tutte le volte e in tutti i paesi), quei confini nazionali e immediatamente pratici che limitano le discussioni e le prospettive legandole alle scelte di governo. Anche perché da questo punto di vista non è cambiato nulla. La Merkel era e sarà ancora a capo dell’esecutivo tedesco, nonostante i cambiamenti macroscopici dimostrati da un elettorato estremamente mobile, direi quasi flessibile
Bisognerebbe spiegare innanzitutto come il vecchio blocco – economico, sociale (ma soprattutto culturale) – di potere, che ha sostenuto i partiti cosiddetti di sistema, sia diventato progressivamente quasi una minoranza, senza che al contempo fosse sostituito da un’altra maggioranza; come è avvenuto che negli Settanta CDU/CSU e SPD avevano insieme il 90% dei voti, mentre oggi totalizzano poco più del 50%. E come si inserisce ciò nel contesto di una globalizzazione che ha minato insieme alle antiche certezze anche le solite politiche.
Basterebbe tuttavia accorgersi che la politica contemporanea è caratterizzata dal declino di una civiltà e dalla mancanza di un’alternativa democratica capace di realizzarne una nuova. Non è forse questo il senso del risultato tedesco e dell’impossibile unione dell’SPD con i Verdi e la Sinistra? In che altro modo si potrebbe giudicare il fallimento della Grande Coalizione e la possibile deriva di una nuova debole alleanza tra una CDU in crisi evidente (soprattutto se sommiamo al risultato politico quello amministrativo) e un partito liberale comunque poco rappresentativo?










