ott
20

Un “unico” possibile governo

By Giovanni Perrino
tremonti.jpg_370468210Non sono stupito dalle dichiarazioni di Tremonti. Non solo perché non sono nuove dalle parti del ministero dell’economia. Soprattutto perché rappresentano, al di là del loro contenuto (non ci sarà nessuno stravolgimento delle attuali regole di mercato) l’ennesimo di una serie di fatti che determinano un profilo politico sempre più conservatore a destra come a sinistra, il quale dovrebbe trovare poi una sua completa definizione “tra” la destra e la sinistra. In Italia, c’è evidentemente un pezzo di classe dirigente, che ingenuamente definiamo “trasversale”, al lavoro per determinare non un nuovo equilibrio dopo l’uscita di scena di Berlusconi, bensì l’ennesima realizzazione del solito dogma centrista: il tentativo cioè di ricondurre il dibattito pubblico esaltato, distorto e violentato dal conflitto delle parti dentro una cornice certa che renda conoscibile un quadro incomprensibile, dentro cioè un ”unico” possibile governo.
Tutto ciò passa per il tentativo di restringere ulteriormente gli spazi della democrazia e della partecipazione dei cittadini alla vita sociale, la loro capacità di iniziativa pubblica e addirittura di opinione politica (svolge quindi ancora un ruolo Berlusconi: leggete Panebianco ieri sul Corriere per trovare l’esempio più abietto di quanto sto scrivendo); passa per la volontà di costringere la nostra piccola storia italiana a ripercorrere eternamente se stessa, tra corsi e ricorsi senza memoria e conoscenza e senza un progetto di futuro nella globalizzazione. E passa anche, mediaticamente, per il ritorno (ideologico e non reale) al “posto fisso”.

Si tenta in ultima analisi di chiudere il cerchio della politica italiana aperto dopo Tangentopoli.

Le prossime primarie del PD cadranno nello stesso schema conservatore, soprattutto se dovessero segnare, con la vittoria di Bersani, il ritorno sulla scena di un grande partito utile solo all’opposizione, strutturato con le sue truppe e i suoi comandanti, radicato sul territorio che amministra, pronto ad incalzare il governo con più forza (e ad aiutare perciò anche la sostenibilità del sistema), ma fondamentalmente inadatto a rispondere alle esigenze di liberazione dai vincoli antichi che provengono già esplicitamente dalle avanguardie intellettuali e artistiche e che rappresentano la sfida alla politica contemporanea: quei vincoli che fanno della politica, anziché il processo attraverso il quale la società si crea e si trasforma, quel gioco di potere quasi segreto riservato a pochi “eletti”, per i quali diventa inevitabilmente “cosa nostra”.

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