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Il PD, Vendola e la Bonino

By Giovanni Perrino

dalemaLa vera partita del centrosinistra nel gioco delle candidature per le elezioni regionali si svolge nel Lazio, non in Puglia.

Certo, Vendola ha mostrato orgoglio e capacità di resistenza notevoli, e ha scombinato per un po’ i piani del PD (cioè di Massimo D’Alema), determinando uno spostamento di attenzione nazionale nei suoi confronti grazie alla nuova messa in scena  di quello spettacolo di Davide contro Golia che già gli era valso la vittoria alle primarie nel 2005. L’opinione pubblica si sa, quando può e gli si presenta l’occasione, tende sempre “istintivamente” a prendere le parti del più debole, dello sventurato solitario sul quale si è abbattuta la scure di un potere che ha dalla sua parte la forza: però lo fa per mera compensazione, ovvero per compassione, cioè non si muove mai per cambiare la storia,  si limita invece ad osservarne il suo naturale corso;  alla fine dei giochi si assoggetta sempre al vincitore.

Ma a dire la verità Vendola qualche errore politico l’ha commesso, avendo pensato con troppa generosità intellettuale che la Puglia potesse essere il laboratorio di un nuovo centrosinistra spostato a sinistra mentre sul piano nazionale la sinistra scompariva, ed aver quindi sperato, ingenuamente, nell’appoggio di una ammiccante D’Alema, in realtà solo interessato a capitalizzare al massimo l’opposizione a Veltroni e a quel suo progetto americano lontano dagli interessi e dalle idee togliattiane dell’esponente più autorevole del PD. Convinto  di determinare da una irripetibile posizione di superiorità una reale trasformazione dei rapporti politici a  favore suo e della sinistra tutta, Vendola ha infine tentato di risistemare una malmessa identità di parte, lasciandola però prigioniera di una duplice inconciliabile funzione di lotta e di governo.

D’Alema dal canto suo si è rivelato un semplice conservatore, come d’altronde il suo maestro spirituale. Determinato a conservare in Italia un equilibrio politico che faccia argine all’anarchia e alla conseguente imposizione dittatoriale, è disposto a sacrificare tutto e tutti sull’altare del suo “buon senso”, cioè della sua considerazione di un paese irrimediabilmente viziato dal peccato originale e conseguentemente sempre a rischio di un risveglio del fascismo latente. A tal fine pensa sia necessario trovare e mantenere un accordo partitico ampio, costituzionale, cioè indipendente dai ruoli di governo e di opposizione, e volto attraverso una organizzazione di un sistema di mediazione del conflitto e di rappresentanza del consenso, a disinnescare quotidianamente la bomba populista. D’Alema non fa in fondo altro che attualizzare quell’accordo fondamentale tra DC  e PCI messo secondo lui alla base della Prima Repubblica per evitare la guerra civile.

Questa visione, apparentemente inattaccabile, oltre ad essere tipica di un’approccio “veristico” alla politica che poco ha a che fare con le esigenze di progresso ontologicamente proprie all’idea della sinistra (ma mi rendo conto che questo è un giudizio puramente soggettivo),  ha un grosso limite oggettivo, che l’insieme della sinistra oseremmo dire non dalemiana, non è stato in grado fino ad oggi di vedere: è legata infatti alla storia nazionale e dunque inesorabilmente invalida di fronte alla complessità della globalizzazione, risultando addirittura volgare pensando alla possibilità di nuove prospettive internazionaliste e alla svolta obamiana,  alla esigenza comunque sostenuta di un livello sovranazionale più democratico della decisione politica: insomma per reggersi la realpolitik italiana ha bisogno di seguire ancora i dettami di Yalta in un mondo però profondamente cambiato, dove l’equilibrio sociale ormai dipende più dalla governance globale  che dall’accordo tra partiti riguardo la politica interna ed estera.

Dato uno schema siffatto di vecchie concezioni, che certo ha ancora una limitata applicabilità in un paese vecchio come l’Italia, D’Alema, che ne è il più lucido interprete, non può certo rischiare di mettere in discussione il suo accordo con l’UDC in una regione del sud dove esso ha assunto un significato politico nazionale più pregnante che nel nord condizionato dalla marcia trionfante della Lega. È troppo importante preservare il detto accordo, non tanto perché incubatore di un nuovo centrosinistra (che non è all’ordine del giorno), ma perché garante di un limite allo strapotere berlusconiano.

Insomma la situazione della Puglia appare ormai segnata, nonostante il coraggio e la tenacia di Vendola.

Ma nel Lazio la partita è più complessa. Perché l’UDC qui ha scelto l’alleanza con il centrodestra, seguendo la sua più naturale propensione all’accordo con il vecchio compagno Fini, anziché con il nuovo D’Alema, in funzione comunque dello stesso antiberlusconismo. Al PD quindi sembrerebbe non rimanere altro da giocarsi all’infuori di una onorevole sconfitta: eppure un tale disimpegno (o impegno a calcolare la sconfitta) non sembra possibile. Come infatti qualche suo dirigente locale ha fatto notare più o meno implicitamente, per i suoi assetti interni e per il suo radicamento sul territorio (cioè per il suo sistema di potere fondato sulla pubblica amministrazione locale) il PD non può permettersi di lasciare che la componente di AN del PDL diventi egemone a Roma  grazie al tandem Alemanno-Polverini: un tale risultato sarebbe disastroso anche in vista della futura partita del Campidoglio (fondamentale questa sì in un ottica nazionale) dove a giocare dovrebbe essere Zingaretti. Allora per il PD diventa fondamentale sparigliare e tentare il tutto per tutto.

In questo contesto è entrata in campo la candidata Bonino, con un’ottima scelta di tempo, costringendo il PD a fare i conti con il prezzo da pagare per la sua voglia di potere e evitando il solito ripiegamento in una comoda ma inultile scelta “normale” (“normali “ erano anche le candidature di Marrazzo e Badaloni?).

Eccoci insomma nel Lazio alla attuale situazione ancora non preclusa a diverse evoluzioni.

La Bonino non ha niente da perdere, ma il PD scegliendola negherebbe se stesso come creatura di compromesso tra la tradizione cattolica e quella comunista, darebbe spazio a chi chiede in quel partito e fuori di esso nell’ambito del centrosinistra una reale svolta, e deluderebbe invece tutti i conservatori ovunque collocati; non scegliendola continuerebbe a girare intorno a se stesso incapace di tentare una strada innovativa che ridia almeno la speranza del successo al suo elettorato.

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