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settembre 2018

La settimana scorsa il dollaro si è apprezzato in maniera significativa contro le altre principali valute non legate alle materie prime, in conseguenza dell’ansia legata alla situazione politica europea e all’aumento annunciato del deficit italiano e in concomitanza con il rialzo dei tassi di interesse da parte della FED. I dati macro americani restano molto positivi (pil al 4,2%) e il mercato non fatica ad apprezzare correttamente le previsioni ottimistiche già fatte, mentre attende i NFP di venerdì prossimo per confermare o smentire il trend al rialzo della divisa statunitense. Il livello importante dei 95.500 del dollar index è quello da monitorare per valutare una possibile estensione dei prezzi verso il superamento decisivo dello stesso. L’area euro, da par sua, mostra segnali di debolezza dell’inflazione e di incertezza politica (Brexit, populismo, antieuropeismo).

Il dollaro canadese è salito fortemente venerdì, dopo che il dato sul pil ha battuto le previsioni e in vista di un possibile aumento dei tassi ad ottobre: ma la situazione della divisa è ancora incerta perché lo è altrettanto il persorso di revisione del NAFTA (concluso l’accordo con il Messico, continua il braccio di ferro tra Trump e Trudeau).

Il petrolio è salito invece sulla notizia della riduzione dell’acquisto cinese di petrolio iraniano (entreranno in vigore a novembre le sanzioni statunitensi), invece l’oro ha subito il rialzo del dollaro e non riesce a soddisfare le attese degli operatori che lo vorrebbero rivedere almeno sopra ai 1210, a svolgere quel ruolo di luogo sicuro contro le tempeste autunnali.

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settembre 2018

La banca centrale turca ha alzato finalmente i tassi di interesse, dal 17,75% al 24%, contro i moniti del dittatore Erdogan e in favore delle aspettative degli investitori istituzionali: la lira ha recuperato qualcosa (il 4%) nei confronti del dollaro, mentre il paese mediorientale ha tentato in questo modo di dimostrare la propria credibilità nella gestione di una politica monetaria indipendente dalle pressioni politiche. Ma la decisione, senz’altro opportuna, non è sufficiente per invertire la tendenza che sembra puntare ad una vera e propria crisi economica dopo quella finanziaria, soprattutto se non bastasse a riaprire i canali del mercato del debito che avevano sostenuto il boom economico degli ultimi anni, e se la forza del dollaro continuasse a pesare sulla capacità di restituzione dei prestiti ottenuti nella valuta americana. La lira turca ha perso, non a caso, circa il 40% quest’anno, rendendo gli interessi più difficili da pagare, perché sconta l’avversione degli investitori per tutti i mercati emergenti (che ha affossato anche il peso argentino e messo in difficoltà le monete del Sudafrica, dell’Indonesia, dell’India, e altre) – conseguenza prima delle paure per la contrazione della crescita economica globale, per le decisioni sui dazi e per le politiche monetarie restrittive avviate dalla FED, sempre più banca centrale del mondo – e perché è una delle aree politiche del mondo dove è più evidente che lo spirito dei tempi non è a favore della democrazia e della libertà di espressione umana indispensabile per sviluppare un mercato sano.