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novembre 2018

I titoli dei giornali sono ogni volta gli stessi, quando si avvicinano le elezioni di midterm americane: si scrive che assomiglino ad un referendum sull’operato del Presidente, giunto ormai a metà del suo mandato. Ed è questa in effetti  la realtà voluta dai fondatori di una Repubblica democratica, che però deve essere forte e decisionista come una monarchia assoluta, all’altezza della sua missione pubblica, “divina”.  Un perfetto sistema di check and balance che funziona perché è sostenuto da un’identità di popolo, creduto e scelto da secoli da una comunità politica composta di diversità religiose, razziali e sociali. Non ci sono mai state sorprese dal dopoguerra ad oggi, tranne una volta, nel clima straordinario del post 11 settembre: le elezioni di midterm il Presidente “deve” perderle. Sarà così anche stavolta, nonostante la popolarità di Trump e la confusione ideale e pratica del partito di opposizione, il partito più “antico” del mondo.

La Camera e il Senato, ora entrambi a maggioranza repubblicana, si divideranno i compiti, per controbilanciare il potere di un Presidente iperattivo sulla scena internazionale: la Camera, che rinnova tutti i suoi membri, avrà una maggioranza democratica. Una sorpresa sconvolgerebbe senz’altro i mercati, preoccupati dall’aggressività trumpiana dimostrata con la guerra commerciale ad una Cina che non può frenare comunque la sua ascesa verso la vetta dell’economia più forte del mondo. Teoria dei giochi. Non ci sono più opzioni sul tavolo: se al prossimo G20 i Presidenti non dovessero accordarsi in qualche modo, l’estensione del protezionismo arriverebbe al punto di minacciare il commercio internazionale e quindi la stessa funzione amercana di guida liberista di un mondo aperto e espansivo.