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Febbraio 2019

La cosiddetta “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina sembra aver sostituito la gloriosa vecchia e tanto cara “guerra fredda” tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Due grandi potenze, una ad oriente e l’altra a occidente, due sistemi politici opposti, due potenze nucleari e l’impossibilità di un confronto militare diretto, due sfere di influenza. Una guerra a bassa intensità, vissuta in laterale per la maggior parte del tempo, che vive poi dei necessari momenti di tensione, più o meno improvvisi e utili alla ricerca di un nuovo equilibrio (perché per rimanere in equilibrio bisogna pur muoversi), e quindi si prosegue incessantemente con estenuanti trattative alternate da periodi di gelo delle relazioni, con finte rotture che precedono trionfali accordi, e poi le offese pubbliche e le cordiali telefonate private, qualche intervento papale (e forse oggi anche l’opinione di Bill Gates), e così via.

L’Europa in questo quadro non gioca propriamente un ruolo: è nulla più di un insieme di alleati, che devono stare vicini ma non troppo, non possono diventare definitivamente una cosa sola. Gli Stati Uniti d’Europa non piacciono agli Stati Uniti d’America, perché finirebbero per ritrovarsi “in mezzo, come autonomo soggetto politico: no, l’Europa è un mercato di consumatori e di bravi produttori di automobili. E la Russia? Che si preoccupi delle questioni energetiche che le sono proprie (petrolio, gas) e tenga di conseguenza a bada l’Europa dell’est e il Medio-Oriente.

Sono forse troppo semplicistico? Beh, quando si affrontano temi così grandi, come l’ordine mondiale, è necessario non lasciarsi sopraffare da troppe fantasie, da ragionamenti complicati, è anzi inevitabile rimanere il più possibile superficiali, perché se i soggetti che tengono le fila del discorso politico internazionale si confondessero e si fraintendessero, le conseguenze incalcolabili farebbero paura a tutti. Una guerra fredda che diventa una guerra commerciale è facile da gestire. O no?





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Febbraio 2019

La netta vittoria di Salvini alle elezioni regionali abruzzesi dimostra, se non altro, e per apparente paradosso, quanto fosse, e ancora sia, ingenua e politicamente sbagliata l’intenzione di alcuni esponenti del PD (e addirittura di qualcuno che si e/legge a sinistra del PD), di allearsi con il M5S. La Lega sta assorbendo, come previsto, senza particolari resistenze, il fascismo grillino, riportandolo nei tradizionali confini della destra. Ora, sarebbe conseguentemente possibile la riorganizzazione democratica del centrosinitra, nello spazio lasciato vuoto (che non è per l’appunto lo spazio populista), ma ovviamente bisognerebbe partire dalla logica considerazione (non voglio dire ragionevole, per una mia maledetta idiosincrasia terminologica) di alcuni errori tipici di un PD alla Macron, e bisognerebbe nel contempo dall’altra parte non permettere l’affermazione di chi, per esempio, riesce ancora a fare proclami maduristi considerandosi nonostante ciò nell’alveo della democrazia italiana (che posso capire un Putin che difenda la sua sfera di influenza, e di conseguenza perfino uno Tsipras, poi però si esaurisce la mia fantasia geopolitica). Sono ottimista riguardo al futuro del centrosinistra italiano? Beh, quello che penso del congresso PD (con la “c” minuscola), l’ho già scritto, considerando sempre che a buon intenditore sono necessarie poche parole (l’intenditore nel mio caso sono sempre io, perché parlo solo a me stesso, non avendo altro pubblico), però mi permetto sempre di sperare. Mi piace troppo la parola “speranza”, assomiglia all’immaginazione ma ha come oggetto la realtà futura: potrebbe essere darsi sia grazie a lei, la speranza, che io continui a ritenermi uomo di sinistra e mi permetta addirittura di scrivere un post politico come questo.