EUR/USD rimbalza nella notte con un movimento rialzista fiacco, che dai minimi di ieri lo porta al livello di 1.17500. Poi, dall’inizio della sessione europea il prezzo rimane ingabbiato tra il 61.8 e il 23.6 del precedente movimento, ballando intorno al pivot centrale e non offrendo spunti per la mia operatività intraday.

Sul fronte macro, la pubblicazione dei verbali relativi alla riunione FED di maggio non ha gettato nuova luce sui piani di politica monetaria per quest’anno: scontato l’aumento dei tassi di un quarto di punto in agosto (il secondo), rimane in dubbio un terzo e un quarto intervento restrittivo.

Usa e Cina proseguono le trattative commerciali: tuttavia il presidente Trump ha espresso scetticismo sui progressi e si è dichiarato insoddisfatto dei risultati ottenuti fino a questo momento. Tali dichiarazioni hanno spaventato i mercati, già preoccupati per il dietrofront che ha reso incerto l’incontro tra il leader nordcoreano e il Presidente degli Stati Uniti previsto per il 12 giugno.

La propensione al rischio diminuisce e lo Yen recupera sul Dollaro, mentre il prezzo dell’oro torna a salire: anche i dati economici tedeschi, sotto le attese, e la situazione politica italiana, fanno la loro parte in questa fase di pausa di riflessione, se non ancora di ripensamento, delle scelte degli investitori.

Il Brent ha superato per la prima volta dal novembre 2014 gli 80 dollari al barile, un prezzo giustificato dai tagli alla produzione decisi dall’OPEC (che hanno avvicinato il livello delle scorte globali alle medie di lungo periodo) e dalla recente reintroduzione delle sanzioni all’Iran, conseguenza del ritiro americano dall’accordo nucleare. Anche il fallimento di fatto del Venezuela (importante esportatore) e la continuità della forza economica statunitense, a sostegno della domanda, sono fattori che hanno determinato l’incremento dei prezzi del 20% da inizio anno.

A questi livelli, la sete di petrolio dei mercati asiatici emergenti potrebbe costare una riduzione significativa della crescita economica globale e alimentare tensioni geopolitiche.

Intanto la produzione americana è ai massimi di sempre: 10,72 milioni di barili al giorno. Gli Stati Uniti sono ormai un paese esportatore sempre più influente sulla scena del commercio internazionale di petrolio.

La settimana scorsa è stata segnata dal ritiro americano voluto da Trump dall’accordo nucleare iraniano e dal conseguente apprezzamento del petrolio (sopra i 70 dollari al barile), frenato tuttavia dal contemporaneo rafforzamento del dollaro sulle principali valute mondiali (e soprattutto sulle monete dei mercati emergenti).

La moneta statunitense beneficia principalmente della crescita dei rendimenti sui titoli di stato e del differenziale con quelli tedeschi: l’economia a stelle e strisce sta infatti centrando tutti i suoi obiettivi e la politica monetaria torna ad essere necessariamente restrittiva (incerto il terzo rialzo dei tassi per il 2018).

L’incertezza geopolitica ha il cuore in medioriente e nella crisi sempre più complicata in Siria che vede scontrarsi ormai frontalmente Iran e Israele. In compenso, Trump distende i rapporti con la Cina sia attraverso la politica conciliante verso la Nord Corea (si promettono qui aiuti economici in cambio della rinuncia ai progetti nucleari) che con la ripresa dei negoziati commerciali (prevista la visita del capo di stato cinese a Washington).

Con queste ultime mosse di politica estera, il nuovo corso trumpiano sembra improntato sempre più ad un’escalation di tensione con la potenza russa.

In questo quadro, occhi puntati del mondo anche sull’Italia, che si appresta ad avere un governo filorusso e anti-Nato (almeno stando alle premesse elettorali) grazie all’accordo tra la Lega e il M5S: vedremo se ci saranno ripercussioni sull’andamento della moneta unica all’annuncio del nuovo presidente del Consiglio.

Nella settimana che viene sono da monitorare i seguenti dati economici:

martedì, la crescita del PIL tedesco, che si prevede del 2,5 su base annuale e dello 0,4 su base trimestrale (quindi un lieve rallentamento) e quella della zona euro;

il tasso di disoccupazione in Gran Bretagna (previsto stazionario al 4,5) e, sempre martedì, le vendite al dettaglio USA;

mercoledì PIL giapponese e giovedì tasso di disoccupazione australiano.

venerdì inflazione giapponese e canadese.