Ieri, Google e Amazon hanno comunicato risultati inferiori alle aspettative e il mercato, che ha da tempo bisogno di stornare dai massimi storici raggiunti, ha preso questa come un’altra occasione di sell-off. Finalmente vediamo anche un trend al rialzo dell’oro, fedele compagno dei momenti difficili e incerti. Draghi, ancora ieri, ha confermato la fine del QE per dicembre ma non ha dichiarato e neanche prospettato una politica monetaria maggiormente restrittiva per l’anno prossimo: il rischio Italia è sullo sfondo e richiede cautela e opzioni aperte.

Il protezionismo non aiuta certo la zona euro, stremata dalle tensioni politiche populiste sfociate in Brexit e debito italiano, che dai dati macro mostra ancora debolezza e necessità di stimoli monetari. Il Presidente BCE ha richiamato non a caso i paesi membri ad attuare quelle riforme che rafforzerebbero la domanda interna, dato che il ritmo di crescita è inferiore alle attese, e si è detto quindi fiducioso rispetto ad un accordo tra governo italiano e Unione Europea. Sul fronte dei negoziati con la Gran Bretagna, invece, le novità non ci sono e ciò vuol dire che è sempre più probabile il mancato accordo, con la conseguenti dimissioni di Theresa May che aprirebbero ad uno scenario diverso di una possibile vittoria dei laburisti sovranisti di Corbyn in contemporanea con un simile cambio di rotta politica anche nel panorama europeo (si vota a maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento).

Ad aumentare la tensione internazionale, è arrivata anche la notizia del ritiro americano dagli accordi INF (disarmo nucleare), peraltro continuamente violati dai russi: non stupisce e si inserisce nel quadro di una politica estera americana sempre più rischiosa e aggressiva.

La settimana scorsa il dollaro si è apprezzato in maniera significativa contro le altre principali valute non legate alle materie prime, in conseguenza dell’ansia legata alla situazione politica europea e all’aumento annunciato del deficit italiano e in concomitanza con il rialzo dei tassi di interesse da parte della FED. I dati macro americani restano molto positivi (pil al 4,2%) e il mercato non fatica ad apprezzare correttamente le previsioni ottimistiche già fatte, mentre attende i NFP di venerdì prossimo per confermare o smentire il trend al rialzo della divisa statunitense. Il livello importante dei 95.500 del dollar index è quello da monitorare per valutare una possibile estensione dei prezzi verso il superamento decisivo dello stesso. L’area euro, da par sua, mostra segnali di debolezza dell’inflazione e di incertezza politica (Brexit, populismo, antieuropeismo).

Il dollaro canadese è salito fortemente venerdì, dopo che il dato sul pil ha battuto le previsioni e in vista di un possibile aumento dei tassi ad ottobre: ma la situazione della divisa è ancora incerta perché lo è altrettanto il persorso di revisione del NAFTA (concluso l’accordo con il Messico, continua il braccio di ferro tra Trump e Trudeau).

Il petrolio è salito invece sulla notizia della riduzione dell’acquisto cinese di petrolio iraniano (entreranno in vigore a novembre le sanzioni statunitensi), invece l’oro ha subito il rialzo del dollaro e non riesce a soddisfare le attese degli operatori che lo vorrebbero rivedere almeno sopra ai 1210, a svolgere quel ruolo di luogo sicuro contro le tempeste autunnali.

La BOE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento allo 0,75% dallo 0,5% e lo ha fatto con un voto all’unanimità, 9 su 9. Evidentemente la normalizzazione della politica monetaria e la preoccupazione per una crescita fuori controllo dell’inflazione, sono stati valutati come fattori più pesanti delle preoccupazioni politiche relative alla Brexit e ad una trattativa con l’Unione ferma su posizioni apparentemente lontane. Non sembrano però pensarla alla stesso modo gli operatori finanziari, dato che il mercato valutario sconta anche oggi una sterlina molto debole contro il dollaro: non si è visto un movimento rialzista significativo nonostante la decisione forte e storica, il livello più alto dei tassi negli ultimi dieci anni.

Ieri era stato il turno della FED, che ha confermato non solo il terzo ma anche il quarto rialzo dei tassi americani entro l’anno, nonostante il monito di Trump.

Sulle previsioni di crescita tuttavia, entrambe le bance centrali, pur ottimiste, sottolineano i timori per una guerra commerciale che sembra sempre più concreta: il Presidente degli Stati Uniti mercoledì ha minacciato di raddoppiare le tariffe già proposte sulle importazioni cinesi.

Il segnale che preoccupa maggiormente gli investitori, nel contesto geopolitico dominato dalle nuove politiche trumpiane protezionistiche e nazionalistiche, è l’appiatimento della curva dei rendimenti americani che vede i decennali non riuscire ad andare oltre la barriera del 3% e quelli a due anni crescere sensibilmente: di solito ciò avviene quando è prevista una fase recessiva dell’economia.

Per ora l’economia americana viaggia a gonfie vele e la successione della pubblicazione di dati macro non fa altro che confermare una crescita solida con una inflazione sotto controllo e un livello di disoccupazione più basso del limite fisiologico. In questo contesto la politica monetaria della FED ha gioco facile nell’innalzamento graduale dei tassi fino al raggiungimento del livello neutrale, che attualmente è calcolato intorno al 3%: non ha bisogno né di essere restrittiva né espansiva, può invece rispettare il suo mandato in un quadro previsionale confermato dai fatti.

Ma il mercato si muove con le aspettative ed è condizionato dalle paure, e benché quello azionario, grazie anche alla pubblicazione delle trimestrali, non dovrebbe nel breve periodo invertire il trend positivo, le questioni geopolitiche e macroeconomiche che Trump sta affrontando iperattivamente rendono insicuri gli investitori e condizionano il mercato obbligazionario e quello valutario.

Oggi saranno presentati i dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti (l’inflazione è ormai il driver fondamentale per le scelte di politica monetaria), mentre il Governatore Powell parlerà in audizione al Senato martedì e sarà importante cercare nelle sue parole indizi che illuminino la tendenza politica e la reale preoccupazione per l’escalation della guerra commerciale. Sempre martedì usciranno i dati sulla produzione industriale di giugno negli Stati Uniti, mentre mercoledì sarà il turno dei permessi per la costruzione di nuovi alloggi. Venerdì vedremo invece l’inflazione giapponese, che nonostante lo stimolo monetario ha ripreso a decrescere negli ultimi mesi ed è lontanissima dal target del 2%.

Venerdì 7 e Sabato 8 si svolgerà in Québec il 44° vertice del G7, il quinto consecutivo dopo la sospensione della Russia nel 2014. Al centro del dibattito i dazi commerciali americani e l’impatto della disputa USA-Cina sull’economia globale, nell’attesa che le due maggiori potenze mondiali raggiungano degli accordi che rasserenino le prospettive per tutti. Una maggiore chiarezza è necessario farla anche sul NAFTA: l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, è stato messo pesantemente in discussione da Trump.

La globalizzazione economica non solo non va più di moda, ma i suoi nemici giurati e ideologici sono passati dalle piazze ai posti di potere: a contestarla ora sono i membri più auterovoli del G7.

Gli importanti dati macro di Venerdì scorso hanno segnalato una crescita sempre più potente degli Stati Uniti (a maggio +223.000 posti di lavoro contro i 189.000 attesi e tasso di disoccupazione sceso alla cifra impressionante del 3,8%). Ciò incoraggerebbe la FED a seguire la strada di un terzo e anche di un quarto rialzo dei tassi di interesse entro quest’anno, dopo quello già avvenuto a Marzo e il prossimo giù sicuro. Il dollaro conseguentemente continua a rafforzarsi, anche se l’Euro ha mostrato qualche segnale di ripresa per la riuscita formazione del governo italiano: il mercato tira un sospiro di sollievo non perchè valorizzi l’accordo M5S-Lega, ma perchè questo allontana la minaccia di una vittoria netta dei populisti e antieuropeisti nella eventualità di elezioni anticipate.