Il segnale che preoccupa maggiormente gli investitori, nel contesto geopolitico dominato dalle nuove politiche trumpiane protezionistiche e nazionalistiche, è l’appiatimento della curva dei rendimenti americani che vede i decennali non riuscire ad andare oltre la barriera del 3% e quelli a due anni crescere sensibilmente: di solito ciò avviene quando è prevista una fase recessiva dell’economia.

Per ora l’economia americana viaggia a gonfie vele e la successione della pubblicazione di dati macro non fa altro che confermare una crescita solida con una inflazione sotto controllo e un livello di disoccupazione più basso del limite fisiologico. In questo contesto la politica monetaria della FED ha gioco facile nell’innalzamento graduale dei tassi fino al raggiungimento del livello neutrale, che attualmente è calcolato intorno al 3%: non ha bisogno né di essere restrittiva né espansiva, può invece rispettare il suo mandato in un quadro previsionale confermato dai fatti.

Ma il mercato si muove con le aspettative ed è condizionato dalle paure, e benché quello azionario, grazie anche alla pubblicazione delle trimestrali, non dovrebbe nel breve periodo invertire il trend positivo, le questioni geopolitiche e macroeconomiche che Trump sta affrontando iperattivamente rendono insicuri gli investitori e condizionano il mercato obbligazionario e quello valutario.

Oggi saranno presentati i dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti (l’inflazione è ormai il driver fondamentale per le scelte di politica monetaria), mentre il Governatore Powell parlerà in audizione al Senato martedì e sarà importante cercare nelle sue parole indizi che illuminino la tendenza politica e la reale preoccupazione per l’escalation della guerra commerciale. Sempre martedì usciranno i dati sulla produzione industriale di giugno negli Stati Uniti, mentre mercoledì sarà il turno dei permessi per la costruzione di nuovi alloggi. Venerdì vedremo invece l’inflazione giapponese, che nonostante lo stimolo monetario ha ripreso a decrescere negli ultimi mesi ed è lontanissima dal target del 2%.

Venerdì 7 e Sabato 8 si svolgerà in Québec il 44° vertice del G7, il quinto consecutivo dopo la sospensione della Russia nel 2014. Al centro del dibattito i dazi commerciali americani e l’impatto della disputa USA-Cina sull’economia globale, nell’attesa che le due maggiori potenze mondiali raggiungano degli accordi che rasserenino le prospettive per tutti. Una maggiore chiarezza è necessario farla anche sul NAFTA: l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, è stato messo pesantemente in discussione da Trump.

La globalizzazione economica non solo non va più di moda, ma i suoi nemici giurati e ideologici sono passati dalle piazze ai posti di potere: a contestarla ora sono i membri più auterovoli del G7.

Gli importanti dati macro di Venerdì scorso hanno segnalato una crescita sempre più potente degli Stati Uniti (a maggio +223.000 posti di lavoro contro i 189.000 attesi e tasso di disoccupazione sceso alla cifra impressionante del 3,8%). Ciò incoraggerebbe la FED a seguire la strada di un terzo e anche di un quarto rialzo dei tassi di interesse entro quest’anno, dopo quello già avvenuto a Marzo e il prossimo giù sicuro. Il dollaro conseguentemente continua a rafforzarsi, anche se l’Euro ha mostrato qualche segnale di ripresa per la riuscita formazione del governo italiano: il mercato tira un sospiro di sollievo non perchè valorizzi l’accordo M5S-Lega, ma perchè questo allontana la minaccia di una vittoria netta dei populisti e antieuropeisti nella eventualità di elezioni anticipate.

La crisi politica italiana è al centro dell’agenda geopolitica mondiale e dell’attenzione dei mercati finanziari: il nostro indice perde vistosamente e soprattutto le banche sembrano scontare la paura di un possibile default tecnico conseguente ad un’eventuale vittoria populista e antieuro alle prossime elezioni politiche anticipate (che sembrano imminenti data la difficoltà del premier incaricato Cottarelli di rimediare una maggioranza qualsiasi in Parlamento).
Ciò avviene in un contesto di allentamento delle pressioni internazionali sulle trattative commerciali USA-CINA, che proseguono, nonostante alti alti e bassi e accuse e controaccuse (Trump ha dichiarato che i cinesi meriterebbero l’aumento dei dazi dato che hanno rubato la tecnologia americana, e tuttavia ha poi precisato che i colloqui proseguono sulla buona strada): di conseguenza anche il clima sulla Corea del Nord è più sereno.
Il petrolio è in caduta libera perchè Russia e Arabia Saudita sembra stiano aumentano la produzione per calmierare i prezzi, probabilmente in funzione antiamericana più che in risposta alla crisi venezuelana e iraniana (gli Stati Uniti sono ormai tra i primi produttori mondiali di petrolio con 11 milioni di barili al giorno): l’OPEC si riunirà il 22 giugno e in quella sede si capirà se tale politica avrà una larga approvazione e una maggiore concretezza.

EUR/USD rimbalza nella notte con un movimento rialzista fiacco, che dai minimi di ieri lo porta al livello di 1.17500. Poi, dall’inizio della sessione europea il prezzo rimane ingabbiato tra il 61.8 e il 23.6 del precedente movimento, ballando intorno al pivot centrale e non offrendo spunti per la mia operatività intraday.

Sul fronte macro, la pubblicazione dei verbali relativi alla riunione FED di maggio non ha gettato nuova luce sui piani di politica monetaria per quest’anno: scontato l’aumento dei tassi di un quarto di punto in agosto (il secondo), rimane in dubbio un terzo e un quarto intervento restrittivo.

Usa e Cina proseguono le trattative commerciali: tuttavia il presidente Trump ha espresso scetticismo sui progressi e si è dichiarato insoddisfatto dei risultati ottenuti fino a questo momento. Tali dichiarazioni hanno spaventato i mercati, già preoccupati per il dietrofront che ha reso incerto l’incontro tra il leader nordcoreano e il Presidente degli Stati Uniti previsto per il 12 giugno.

La propensione al rischio diminuisce e lo Yen recupera sul Dollaro, mentre il prezzo dell’oro torna a salire: anche i dati economici tedeschi, sotto le attese, e la situazione politica italiana, fanno la loro parte in questa fase di pausa di riflessione, se non ancora di ripensamento, delle scelte degli investitori.

Il Brent ha superato per la prima volta dal novembre 2014 gli 80 dollari al barile, un prezzo giustificato dai tagli alla produzione decisi dall’OPEC (che hanno avvicinato il livello delle scorte globali alle medie di lungo periodo) e dalla recente reintroduzione delle sanzioni all’Iran, conseguenza del ritiro americano dall’accordo nucleare. Anche il fallimento di fatto del Venezuela (importante esportatore) e la continuità della forza economica statunitense, a sostegno della domanda, sono fattori che hanno determinato l’incremento dei prezzi del 20% da inizio anno.

A questi livelli, la sete di petrolio dei mercati asiatici emergenti potrebbe costare una riduzione significativa della crescita economica globale e alimentare tensioni geopolitiche.

Intanto la produzione americana è ai massimi di sempre: 10,72 milioni di barili al giorno. Gli Stati Uniti sono ormai un paese esportatore sempre più influente sulla scena del commercio internazionale di petrolio.