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Nel tempo in cui il dibattito politico, raccontato, interpretato e sviluppato dai mezzi di informazione di massa, si avvita intorno all’agenda del Palazzo dimostrando una mancanza di autonomia che al fondo significa incapacità di legame sociale, vuoto culturale e meschina autoreferenzailità, a Savona tre dei quattro partiti di quella sinistra che a livello nazionale richiama una esigenza di unità e rinnovamento, spesso contemporaneamente tradita sul piano locale e dell’azione concreta, mettono su l’organizzazione di una "Scuola della politica".
Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica, Comunisti italiani, insieme non solo e non tanto per rimarcare la necessità di presentarsi insieme alle elezioni, pena il rischio della scomparsa dalla scena istituzionale, ma per fare cultura, per interpretare con un’inevitabile sforzo comune l’attualità dei problemi, e per inserire le possibili soluzioni in un quadro di lungo periodo non sottoposto alla tanto in voga dittatura mediatica dell’Emergenza.
A me sembra una notizia bomba, da prima pagina, roba da far tornare un po’ di ottimismo nella coscienza stanca dei delusi sostenitori de "la Sinistra-l’Arcobaleno".

Ecco il percorso formativo: 12 lezioni, tenute in gran parte da docenti universitari, ogni lunedì dall’ 8 gennaio al 14 aprile prossimo, che verteranno sugli argomenti di attualità seguendo il motto "se ne parla quotidianamente, ma sappiamo veramente di cosa si parla?". Prima lezione: "Tangentopoli, Berlusconi e il berlusconismo", congiuntamente tenuta nella Sala Rossa del Comune dal docente di filosofia del diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trieste Mauro Barberis e dal direttore di "Liberazione" Piero Sansonetti.
Però, mi direte, Savona non è Roma, e le proposte di una città così lontana dalla Capitale non hanno ricadute immediate sulle dinamiche politiche della Capitale. Bene…anzi, male! Dobbiamo allora fare la stessa cosa anche a Roma.
Io, che nella capitale vivo e faccio politica, di base, tra le fila della Sinistra Democratica, sto accarezzando appunto l’idea di avanzare la stessa proposta al prossimo appuntamento importante del Movimento romano, fissato come Conferenza di Organizzazione alla fine di Febbraio. Per almeno tre ragioni:

1) Perchè se la Sinistra non riparte dalla possibilità di costruire un linguaggio comune e diverso rispetto a quello imposto dal Pensiero Unico, dalla necessità naturale voluta dal luogo comune che questo sia il migliore dei mondi possibili, che il capitalismo sia l’economia, che la violenza sia la normalità dei rapporti umani, che la guerra sia l’inevitabile conseguenza del conflitto, ecc. ecc., non ci sarà mai realmente un processo di unità e di rinnovamento della Sinistra.

2) Perchè la cultura è la possibilità di ripensare profondamente questo stato di cose e di proporre il cambiamento.

3) Perchè un’iniziativa del genere costringerebbe ad interloquire, nella forma della rappresentazione ideale, con quella famosa sinistra diffusa e plurale che dovrebbe rappresentarsi nel nuovo soggetto unico.
Che ne dite?
Per intanto, da parte mia, tanti complimenti alla sinistra di Savona.

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L’intervista di Fausto Bertinotti a Repubblica può essere ovviamente analizzata da vari punti di vista, ma l’imminenza dell’appuntamento dell’8 e del 9 dicembre induce a concentrare l’attenzione di chi sta cercando l’unità della sinistra sul significato apparentemente più nascosto, e dunque sulla relazione tra l’immediata scadenza e le prospettive strategiche che da essa dovrebbero aprirsi.

Il presidente della camera, in buona sostanza, detta la linea – sono convinto che tutti a sinistra, contenti o risentiti, abbiano pensato questo – e lo fa – aggiungo io – con lo sguardo rivolto al presente ma anche, e forse soprattutto al futuro, incoronandosi perciò leader politico anche del nuovo soggetto.

Non siamo però di fronte ad una novità: la manifestazione del 20 ottobre era stata pensata dal gruppo dirigente bertinottiano di Rifondazione Comunista  proprio per dare immediatamente – rispetto agli iniziali tentativi di coesione dei quattro partiti – il segno distintivo di una identità politica in sintonia con istanze di giustizia sociale, di libertà e di pace emerse sul panorama sociale per chiedere una svolta coraggiosa nella politica della sinistra e certamente non subalterna ad una concezione governista, inaccettabile in se, ma per giunta inadeguata, paradossalmente, al governo della società contemporanea; insomma era la conseguenza della scelta di perseguire l’unità non cedendo ai rigurgiti socialdemocratici (presenti in Sinistra Democratica) o veterocomunisti (presenti nel PDCI e nella minoranza di Rifondazione) che avrebbero bloccato qualsiasi ricerca di nuove identità e che avrebbero fatto del rapporto con i movimenti e con la cultura un mero sostrato elettorale.

Nella visione di un percorso di rinnovamento senza annullamento, né delle tradizioni storiche della sinistra, né del lavoro recente di ricollocazione strutturale della parte diessina contraria al PD, il discorso di Bertinotti dovrebbe dunque risultare positivamente integrato: pur tuttavia esso rappresenta, per volontà non detta, un altro momento di cesura importante, e un emblematico richiamo ad una pratica politica non disgiunta dalla teoria, ad una strategia non disgiunta dalla tattica, ad una capacità di leggere il lavoro quotidiano nelle istituzioni – e il governo è solo una di queste – in rapporto ai movimenti sociali e ideali, che non sembra avere tanti estimatori nei gruppi dirigenti degli altri partiti.

Eppure l’intervista si inserisce nella dinamica degli Stati Generali e chiede un cambio di passo rispetto a quello stanco e burocratico che ci stava portando ad essi. Spiace che le reazioni siano di sostanziale incomprensione da parte di una sinistra socialdemocratica o riformista chiusa in uno schema invalidato dalla fine del XX secolo – dato un potere economico che prescinde sempre di più da un vincolo sociale di appartenenza ad un mondo libero e democratico che per questa via dimostrava una sana contrapposizione alla dittatura sovietica – e da quella di un comunismo di maniera totalmente slegato dalle pratiche rivoluzionarie del presente. Spiace che non si comprenda la posta in gioco.

Oggi, di fronte all’autoritarismo del nuovo capitalismo, diventa necessario, vitale, proporre un’alternativa, una fuoriuscita dalla logica della competizione che inevitabilmente porta alla guerra autodistruttiva. Ed è possibile che tale proposta non sia come al solito religiosa, ma politica, e di sinistra,  e che per questa via si dia sostanza e attuabilità ai valori della libertà, della uguaglianza, della solidarietà, della differenza di genere, del pacifismo, dell’ecologia…del Socialismo. Questa prospettiva, a me sembra evidente, può esplicitarsi solo in una autonoma elaborazione culturale non disgiunta da una altrettanto autonoma pratica politica, meno preoccupata dalla scelta tra governo e opposizione, più proiettata sul lungo periodo.

A che servono insomma gli Stati generali della sinistra? Semplicemente a decidere il posizionamento politico della sinistra rispetto a Prodi, Veltroni e Berlusconi? O a mettere in campo qualcos’altro?

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Cari dirigenti della Sinistra,

non sono tanti i giorni che ci separano dalla assemblea generale della sinistra dell’8 e 9 dicembre prossimi, però sembrerebbe che lo slancio unitario del dopo 20 ottobre seguito alla spinta possente dell’organizzazione e della forza ideale di Rifondazione Comunista si sia quantomeno affievolito. Se infatti misurassimo la distanza che separa il grande evento passato a quello ormai prossimo con i metri della politica, concluderemmo con facilità che il tempo per una discussione un tantino più profonda e più ampia di quella imposta dal solito tam tam mediatico è ormai pochissimo.

Vi pongo in conseguenza la seguente domanda: la ricerca dell’unità a sinistra è sinceramente rivolta verso una novità sostanziale nel panorama politico, oppure è un pretesto per affermare vecchie appartenenze sconfitte dalla storia in un contenitore possibilmente più largo?

Mi si potrebbe obiettare che la mia affermazione, seppure interrogativa, contenga un errore di analisi della realtà, perché appunto non dubita dell’inevitabilità di una rottura – più causata o più subita a seconda dell’interlocutore – nella storia italiana, che cambia finalmente il suo scenario. Per non inficiare dunque la domanda o celarmi dietro parole e concetti difficili, vi affermo chiaramente: la Sinistra Democratica, i Verdi, i Comunisti Italiani e perfino Rifondazione Comunista non hanno oggi chiara consapevolezza dell’esaurimento della funzione storica della sinistra così come essa si è andata declinando nella società prima della caduta del Muro di Berlino, né hanno sentore complessivamente della crisi di identità delle società occidentali e del riemergere di appartenenze tribali o, nel migliore dei casi, superstizioso-religiose accomunate da deliri e violenze che la civiltà dei Lumi sembrava avesse definitivamente superato.

Si lo so che rischio di incastrarmi in una generalizzazione disfattista, e so anche che da parte di singoli alti dirigenti di questo o di quel partito (a me pare solo di quello, e cioè, dato che mi trovo annoverato tra le file di SD,  in Rifondazione Comunista), ci sono state prove di straordinaria intelligenza nei tentativi di stravolgere vecchi e logori sistemi di pensiero con le rivoluzioni identitarie accarezzate e presentate (già ne avevo fatto menzione in un mio precedente articolo su questo stesso periodico) dal vasto e tutto interessante arcipelago del Movimento no-global, che pensa alla possibilità-necessità di un altro mondo, dall’analisi collettiva di Massimo Fagioli nichilisticamente rivolta contro una pseudo-cultura che vorrebbe l’essere umano naturalmente perverso-egoista-violento-capitalista e lo Stato ovviamente repressivo e religioso, dagli esperimenti pure contraddittori (come sempre nelle pratiche politiche) del Socialismo del XXI secolo nell’America latina.

Ma il corpo dei militanti (ed elettori) della Sinistra non ha saputo-potuto, finora, apprezzare nessuna sostanziale trasformazione, a intorrempere un disorientato flusso abitudinario di frustrazione, rabbia e demenzialità, in attesa che la dilagante marea della destra sommerga ogni alternativa.

Nelle sezioni, cari dirigenti della sinistra, ormai non si parla quasi di altro che delle buche nelle strade, del traffico e del trasporto pubblico e si prospettano, a seconda che prevalga un’opzione di governo o di opposizione (indipendentemente dallo stare o non stare al governo di questo o quel Municipio o del piccolo Comune) soluzioni diverse, sulle quali si litiga o ci si accorda. E’tutta qui la politica? Si ama dire che sia delegata ai dirigenti nazionali, oppure che non si possano lasciare da parte le questioni del territorio (la famosa “politica della fontanella”) sulle quali in realtà si costruisce il consenso (confondendo il plauso immediato con il voto elettorale), ma in realtà si nasconde un enorme vuoto culturale e si tenta, ancora più colpevolmente, di coprire i propri meschini interessi.

In tali circostanze un ipotetico giovane ( che nella diversa percezione del tempo e delle cose propria della classe politica corrisponde sostanzialmente a un uomo – le donne capaci di definirsi tali non riescono proprio a trovare spazi di accoglienza – in un età compresa tra i 18 e i 35 anni) dovesse riuscire a proporre a se stesso l’uscita da quella fantomatica massa grigia indifferenziata nella quale si subiscono i processi sociali ed economici per partecipare ad una consapevole azione politica, cosa troverebbe? Una realtà nera?

Se non vogliamo che il blog di Beppe Grillo sia l’unica risposta, se non vogliamo favorire ancora di più una pericolosa deriva a destra, allora l’8 e il 9 Dicembre sia data la parola a chiunque voglia cambiare veramente il mondo, e i rapporti tra gli uomini e le donne, e la cultura. Risparmiamoci la solita difesa di un orticello, che davvero oggi è tanto piccolo da essere nell’economia del mondo globalizzato invisibile. Evitiamo di dare ragione al Partito Democratico dimostrando un insensatezza della Sinistra, capace al massimo da fare la trappa-buchi della politica (e delle strade rionali).  

Se c’è una speranza, non deludiamola; altrimenti meglio chiudersi a chiave dentro casa e mettere anche tanti lucchetti, perché i tempi che verranno, senza la Sinistra, saranno brutti, sporchi e cattivi.

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La manifestazione del 20 ottobre, a cui ho aderito da entusiasta della prima ora nonostante il gran rifiuto di Fabio Mussi e della CGIL, è stata un grande successo politico prima di tutto di Rifondazione e di quel gruppo dirigente, solidale attorno alla guida diretta o alla ispirazione ideale di Fausto Bertinotti, che da tempo si muove in sinergia con le spinte rinnovatrici manifestatesi nei social forum, nelle esperienze di azione diretta sviluppatesi nei territori minacciati dalla prepotenza del potere pubblico, nella ricerca sulla non-violenza in una prospettiva di rinnovamento identitario della sinistra.

Il disegno dinamico di una soggettività politica di alternativa al sistema capitalistico dominante nel mondo ha, a questo punto, già evidenziato il profilo di una cultura e di una pratica non banalmente antagonista bensì curva nella tendenza costante alla inclusione di ogni uomo e di ogni donna nel processo di rinnovamento, democratizzazione e conseguente rivitalizzazione della politica, dimostrando a tal fine che si può ricorrere solo parzialmente alle leve del governo mentre è necessaria soprattutto la diffusione di una coscienza collettiva delle dinamiche di conflitto insite nella economia globalizzata del libero mercato. Sarebbe sbagliato non prendere atto di questa realtà ostinandosi a chiamarne i protagonisti “radicali capaci solo di coltivare il proprio orticello”. Sono da tempo dell’avviso opposto: penso che dietro il disegno politico di Rifondazione Comunista ci sia una più o meno strisciante proposta di Socialismo umanisticamente rifondato sulla natura di rapporti sociali non viziati dalla ideologia del potere repressivo che li vorrebbe per forza inclini alla competizione e alla guerra, e mi viene facile collegare questa a quelle prime intuizioni di Marx che portarono la speranza poi negata di una rivoluzione sociale per la liberazione dell’essere umano da ogni sfruttamento.

Per questo la manifestazione è stata così grande e così bella, perché non sapeva di vecchio e stantio dogmatismo comunista, rifiutava una connotazione inevitabilmente contro il governo (anche al di là della opportunità politica), non negava nella uguaglianza di una massa indistinta di bandiere rosse le differenze celate sotto di esse, non costringeva percorsi diversi in un corteo unico, ma riconosceva il valore di ciascuno nella reciproca consapevolezza dell’indispensabilità dell’altro.

Desidero ringraziare i promotori del 20 ottobre nella speranza che il cantiere della Sinistra che si va via via arricchendosi di nuovi contributi possa arrivare al più presto ad una compiuta realizzazione, essenzialmente rivoluzionaria, anche quando sta al governo.

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L’appello, lanciato sulle colonne del Manifesto e di Liberazione, a scendere in piazza nella capitale il 20 ottobre prossimo contro la precarietà del lavoro e per i diritti di cittadinanza, ha raccolto molte adesioni: quelle spontanee e abituali dei partiti, delle associazioni e dei singoli che chiaramente si riconoscono come facenti parte di una campo di forze di alternativa. Ma non ha registrato finora quel largo coinvolgimento che permetterebbe di rispondere alla fondamentale domanda di unità della sinistra rendendo ineluttabile un progetto di edificazione della nuova soggettività politica di massa, e interpretando il disagio sociale nella prospettiva di un processo di trasformazione culturale del sistema capitalistico.

Una parte di colpa ce l’ha certamente la dirigenza di Sinistra Democratica

Ho letto, per la verità senza stupore, le dichiarazioni di Angius su un presunto appiattimento del neonato Movimento sulle posizioni di Rifondazione; e ho visto il tranello in cui il furbo senatore sardo ha fatto cadere Mussi e altri, spingendoli ad affermare in vari modi un grado di autonomia e di diversità rispetto al partito di Giordano quantomeno incoerente rispetto alla missione caratterizzante l’esistenza stessa di SD. Angius finalmente se n’è andato. Ma ciò che mi sembra restare è la linea di condotta tenuta dal Movimento sin dall’accordo del 23 luglio, un riassunto di incapacità tattico-politiche e debolezza strutturale, e soprattutto un difetto di pensiero: essendo evidente che attraverso la volontà di innalzamento dell’età della pensione e il tentativo di riforma del welfare – che tiene in piedi la struttura portante della Legge Biagi – e attraverso le proposte veltroniane di riduzione generale del carico fiscale e quelle rutellian-fassiniane di alleanze di nuovo conio, non si risponde nè alla preoccupazione per l’andamento dei conti pubblici né sic et sempliciter alla domanda di miglioramento delle condizioni della maggioranza degli italiani, ma in primo luogo si tenta di rifondare una società oggi disastrata attorno all’egemonia del Partito Democratico.

La sfida dovrebbe essere chiara a tutti: il Partito Democratico fa terra bruciata intorno a se, per rimanere l’unico protagonista in grado di conquistarsi quello spazio centrale del potere che fù della DC (con il PSI), e poi di Forza Italia (con la Lega); il Partito Democratico si accredita di fronte al paese come l’unico protagonista in grado di ricostruire un equilibrio sostenibile tra le classi sociali; il Partito Democratico vuole eliminare la sinistra e il sindacato perché i nuovi diritti non siano più la conquista derivata dal conflitto ma una concessione dei padroni ai lavoratori che è molto più funzionale ad una concorrenza del lavoro e alla competitività del nostro sistema delle imprese nel quadro della globalizzazione capitalista.

Di fronte a questa prospettiva la sinistra deve riunirsi dimostrando il senso della sua esistenza: manifestando tutta unita il 20 ottobre. Non è possibile infatti imbrigliare la dialettica democratica e il conflitto sociale dentro uno schema di governo fine a se stesso, ed è abbastanza ridicolo discettare sull’opportunità o meno di un corteo rispetto ad una più tranquilla (ed elitaria) assemblea: rappresentare il disagio sociale e trasformarlo in prospettiva politica e istanza di cambiamento è al contrario l’unico modo che abbiamo per combattere la devitalizzazione della politica e la deriva monocratica del Partito Democratico.

Sinistra Democratica scelga finalmente da che parte stare: se vuole essere un partitino esteticamente di sinistra senza classe, o se al contrario desidera lavorare per la riorganizzazione della cultura della sinistra attraverso la rappresentanza degli interessi e dei diritti: non c’è molto tempo per rimettere insieme tutte le energie di cui si dispone prima del sopravvento della delusione. 

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È ormai evidente, a guardare bene dentro i discorsi giustamente rassicuranti dei leader, che il cammino verso la formazione di una nuova soggettività della sinistra sia in una fase di stallo, non certo di rinuncia. SD, Rifondazione Comunista, Verdi, PDCI, o meglio i più convinti sostenitori tra essi dell’unità, se da una parte chiedono a gran forza che dai territori venga una nuova spinta propulsiva e richiamano costantemente l’irreversibilità del processo che porta con se la straordinaria possibilità di contare di più nel governo e nel parlamento, dall’altra quando si tratta di discutere dell’obiettivo strategico più importante – i modi e i tempi dell’unità – ricorrono agli incontri bilaterali (e segreti) dimostrando di non riuscire neanche a mettersi tutti insieme allo stesso tavolo.

Per spiegare i motivi delle opposte resistenze al progetto di riaggregazione della sinistra italiana, mi sembra di una qualche utilità applicare l’esempio del processo di integrazione europea, per riferirsi sia alla necessità teorica di mettere insieme identità diverse quando la storia lo rende necessario con i processi economici e sociali, sia alla esplicazione della opposta tendenza pratica alla autoconservazione delle rispettive classi dirigenti. Possiamo capire attraverso tale ottica che qualcosa non va nel verso giusto se dei soggetti politici avviando delle trattative bilaterali (o spesso nel caso europeo multilaterali), sentenziano di fatto le difficoltà di un progetto comune e il rafforzamento delle differenze, nonostante la pure onesta volontà dichiarata; se cioè si sottomettono alla ragione che chiede il rispetto delle condizioni oggettive e indebolisce la fantasia che potrebbe trasformarle in altrettante opportunità.

Ma quali sono queste condizioni? E sono cambiate rispetto ad appena due mesi e mezzo fa, quando i paralleli congressi di DS e Margherita avevano lanciato il progetto del Partito Democratico nel peggior modo possibile e sembrava urgente, addirittura facile, riempire l’enorme vuoto lasciato a sinistra dalla scomparsa, nel tempo di un batter d’occhio, del partito ex-PCI?

La risposta ad entrambe le domande raccoglie credo l’unanimismo delle analisi politiche, perché rimanda all’incoronazione di Walter Veltroni a leader del nascente PD e, giocoforza, a futuro candidato premier. Bisogna però esplicitarla nella cornice della insuperabile crisi del governo Prodi, ormai quotidiana e sistematica: una spada di Damocle con cui si tenta, seguendo un disegno politico- mediatico efficace, la marginalizzazione della sinistra e il consolidamento di un moderno partito-stato che ricopra quel ruolo che fu della Democrazia Cristiana.

L’invenzione del Partito Democratico, ad inserirla in una prospettiva storica, ricalca infatti lo schema dell’inizio degli anni Sessanta, allorché nacque il centrosinistra. I conservatori (per adottare un termine generico che racchiude quei poteri onnipresenti e onnipotenti nelle democrazie occidentali) furono costretti all’apertura a sinistra per ottenere al sistema capitalistico quel consenso popolare che altrimenti gli sarebbe mancato (come dimostrato dal fallimento della legge truffa e del successivo governo Tambroni); in particolare, Moro e gli altri esponenti DC convinsero, nel 1963, i socialisti a far parte di un governo di coalizione che, a dispetto dell’intenzione di fare le riforme di struttura auspicabili in una prospettiva di radicale trasformazione dei rapporti di classe esistenti, produsse il risultato (aiutato anche allora dai militari: vedi colpo di stato De Lorenzo) di una stagione di governi confindustriali e conservatori lungi dal rappresentare un’alternativa reale al sistema italiano instauratosi nel dopoguerra su tre direttrici: Usa, Chiesa, Confindustria. Fu così che si ottenne di spingere i conflitti sociali incalzanti fuori dalla sfera politica, dove esplosero – ormai depotenziati – nel ’68; la sinistra, conseguentemente, entrò in una crisi di identità e funzione che la investe ancora oggi.

Lo schema potrebbe ripetersi, ancora più coerentemente oggi, se assistessimo, tra un po’, ad una riproposizione di un qualche “governo ponte” (come quello Leone dell’estate ’63) per sbrigare le pratiche della composizione degli equilibri futuri, e magari anche per prefigurarli. Forse è in attesa di questo scenario che il nostro processo di unità a sinistra si è arenato? Di fronte al tentativo di svuotarci politicamente e di inglobare gran parte del nostro popolo con alcuni dei dirigenti della sinistra cosiddetta radicale in una alleanza che va oltre il partito democratico e punta a sfondare non solo a destra (sfruttando la possibile deriva berlusconiana) ma anche a sinistra?

Quello di cui sono in qualsiasi caso certo è che lo schema che porta alla crisi del governo Prodi e alle difficoltà dell’unione a sinistra ha un solo scopo: la conservazione dell’esistente.

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Fausto Bertinotti, con il suo intervento alla assemblea fondativa della sezione italiana di Sinistra Europea, ha certamente inciso molto sul dibattito in corso a sinistra per trovare la tanto desiderata unità politica. Se non altro a causa di una contingenza politica che richiede il coraggio di accelerare l’andamento di processi inevitabili e di tenersi pronti all’eventualità di elezioni anticipate; ma forse anche perché proponendo la rifondazione della cultura e della prassi socialista per la trasformazione del sistema di potere esistente, ha liquidato bruscamente qualsiasi ipotesi, o rigurgito di socialdemocrazia.

Mi spiego meglio.

Che la prospettiva socialdemocratica abbia fallito in tutta Europa (forse facendo eccezione per i freddi paesi scandinavi) lo sappiamo più o meno tutti. Infatti, il capitalismo degli ultimi trent’anni (datazione possibile solo per comodità di analisi), pure costretto a fare i conti con le masse di lavoratori e le loro rivendicazioni, con i correttivi economici e il welfare state, ha continuato indisturbato a sostenere e riprodurre quei presupposti culturali che ancora oggi lo fondano democraticamente: la normalità dei rapporti sociali violenti, il cinismo della competizione, lo sfogo della guerra, la verità della religione, la negazione della scienza. Insomma non si è affatto trasformato, anzi ha inglobato nel proprio sistema quelle masse di lavoratori che avrebbero potuto/dovuto abbatterlo.

Ciò che invece potrebbe sfuggirci, è la sotterranea tentazione della sinistra di ripetere quel fallimento data l’incapacità di completare la formazione di una nuova identità, realmente alternativa, totalmente separata dallo stato di cose esistente e dalle dinamiche di scomposizione e ricomposizione del potere ai fini della conservazione, insomma autenticamente rivoluzionaria.

Bertinotti sta centrando la sua attività politica sul rinnovamento culturale della sinistra, attraversando e valorizzando tutti i paradigmi che la agganciano alla realtà quotidiana (lotta per la demercificazione dell’esistenza umana; organizzazione del lavoro e recupero di un potere contrattuale effettivo; rappresentanza di classe e conflitto sociale) per giungere ad analizzarne la natura stessa, i concetti di liberazione e di trasformazione, e per riproporre l’attualità dell’obiettivo del socialismo. Bertinotti, in altre parole, si muove su un asse politico opposto a quello tipico dei socialdemocratici, non solo perchè trascende il  ruolo del governo (superando così anche le sue difficoltà), per porsi sul piano che sta sopra quello solito della gestione della società, della politica come amministrazione, della conquista del potere, ma soprattutto per l’ambizione di riappropriarsi del sogno di cambiare profondamente la società, che è il tratto originario di tutta la sinistra, utile a praticare l’unità anche nel presente.

In questa prospettiva leggo il discorso ai delegati della sezione italiana di Sinistra Europea: una vera e propria spinta propulsiva, che va oltre Rifondazione (e la stessa Sinistra Europea) ma anche oltre la riduzione del socialismo a soccorritore dello Stato in pericolo di fronte alle forze reazionarie del capitalismo italiano (tipico della storia italiana): un cammino che incontra i tanti movimenti altermondialisti,  l’analisi collettiva di Massimo Fagioli, come gli esperimenti socialisti dei sudamericani .

La sfida al resto della sinistra è dunque molto lontana dalla pratica che ha caratterizzato buona parte di essa, soprattutto quella diessina, negli ultimi decenni: per Sinistra Democratica è arrivato il momento di accettarla, dando seguito con coerenza alla ribellione attuata proprio verso la estrema conseguenza di quella pratica, il Partito Democratico che rappresenta la risposta di destra al fallimento della socialdemocrazia. Inutile a questo punto sarebbe infrangere il sogno dell’unità sullo scoglio del PSE, che così com’è rischia di essere sommerso dalla forza della nuova destra. Se abbiamo fatto il Movimento, anziché il partito, è perché non c’è lo spazio per l’autosufficienza, ma è soprattutto per riprendere il cammino verso la liberazione dell’uomo e della donna da ogni sfruttamento: è per rispondere da sinistra alla crisi del capitalismo.

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Sinistra Democratica nasce…anche a Montemario. Così è scritto sul volantino che ha annunciato l’iniziativa dei pochissimi sopravvissuti alla deriva del Partito Democratico in un territorio sempre stato difficile per affermare le istanze della ex sinistra DS, e dove anche gli altri partiti della cosiddetta sinistra radicale sono ridotti ad una presenza minima.

Eppure Sabato scorso, presso la sede di Legambiente, dei Verdi, del PDCI, più di trenta persone hanno dato vita al Movimento che vuole riunire tutte le anime della sinistra italiana.

Introducendo l’assemblea, a cui hanno partecipato Roberto Giulioli – capogruppo di SD a Roma – e Fausto Carano – che è invece capogruppo della stessa al Municipio XIX – ho richiamato da un lato “il bisogno insopprimibile di una rappresentanza politica del malessere sociale e un ancoraggio forte ai sindacati, secondo una logica niente affatto diversa da quella del secolo scorso”, dall’altro ho proposto “un’analisi profonda di un fallimento storico dei grandi partiti socialdemocratici, socialisti, comunisti, così evidente in tutti i paesi europei se lo si misura non solo con il metro astratto del governo ma con quello della reale redistribuzione del reddito, dell’ampliamento degli spazi di libertà sottratti al lavoro coatto, del dispiegamento di tutte le potenzialità fisiche e intellettuali dell’uomo e della donna, della crescita della socialità, del progresso civile nella multietnicità, della valorizzazione della differenza di genere, della riappropriazione del corpo e della mente contro l’invadenza della religione e della succedanea cultura di massa, insomma della rimozione degli ostacoli al perseguimento della felicità individuale”. Insomma ho tentato di indicare una strada per la sinistra, che parte dalle “domande di trasformazione dello stato di cose esistente che si formano nei sotterranei delle coscienze dei singoli  emergendo solo di tanto in tanto alla ribalta pubblica, senza una necessaria sponda organizzativa” e percorre la continua ricerca di “una speranza, un sogno che spezza la ripetizione stanca dei soliti schemi della politica”.

Fausto Carano, nel suo intervento, ha riportato il discorso sul terreno concreto delle politiche da fare per rispondere alle richieste del territorio, emerse anche dai diversi interventi che si sono via via succeduti. Tra queste, la spinosa questione del riutilizzo del Santa Maria della Pietà (l’ex manicomio, chiuso dalla legge Basaglia), che si vorrebbe fare sede universitaria ma anche luogo di attività culturali, che attrae interessi economici molto potenti ma che è anche oggetto dei desideri di socialità in una zona che non offre molto ai giovani.

Di giovani, intanto, ce n’erano abbastanza sabato. Tra loro ha parlato Valerio – 21 anni, studente di scienze politiche a Roma Tre – ponendo l’attenzione sui temi della pace e della guerra nel giorno della visita di Bush a Roma, ma anche lanciando qualche rimprovero al sindaco di Roma Walter Veltroni, che “non ha poi fatto molto per affermare le politiche della sinistra nella Capitale”

Lo ha ripreso Giulioli, intervenendo alla fine del dibattito, per sottolineare la forza ma anche i limiti dell’attuale giunta, forse troppo attenta alla vetrina della Roma turistica  e meno capace nell’intercettare i problemi di miseria sociale sempre più aggravati dalla precarietà del lavoro.

Infine un comune appello al tesseramento, perché “solo un rafforzamento del Movimento può creare quelle condizioni necessarie all’unità della sinistra”.

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Nella Sala delle Conferenze della Camera dei Deputati si è svolto oggi il convegno dal titolo “Le regole e la vita”, organizzato dall’associazione di Pietro Folena Uniti a Sinistra per mettere a confronto le tesi del filosofo americano Tom Regan – uno dei padri del pensiero animalista – e quelle del giurista Stefano Rodotà. Presenti all’incontro il sottosegretario dei Verdi Paolo Cento, il deputato del Pdci e storico Nicola Tranfaglia. La necessità è quella di rinnovare i contenuti della politica e quindi il rapporto, come spiega Folena nell’introduzione, tra la legge e la vita, in un’epoca in cui il mercato tenta di imporre la propria logica al di là e al di sopra non solo dei rapporti tra gli uomini e le donne ma anche dei destini di tutte le specie viventi.

Il rischio di compromettere l’equilibrio ecologico a causa dell’industrializzazione massiccia dell’agricoltura, dello sfruttamento dell’allevamento, insomma del business come unico principio ispiratore del sistema economico capitalista, diventa pretesto per una riflessione sulle potenzialità  e i limiti del diritto nell’epoca della globalizzazione e per imporre all’attenzione politica un nuovo paradigma nei rapporti sociali e ambientali: mettere al centro un patto per la vita umana e animale e compiere un salto di qualità civile.

L’insistenza dei relatori, soprattutto di Rodotà, su una fase storica attuale che si può definire post-umanista (o non più antropocentrica) è volta a spiegare che l’esistenza biologica, ancora ieri regolata e risolta dalla natura e dalle sue leggi, oggi può essere artificialmente condizionata dalle macchine, che accompagnano il morire come il nascere, che danno la vita. E se questo è vero, dobbiamo ripensare il concetto stesso di vita, e le dinamiche sociali che la realizzano, slegandolo  da quello di semplice sopravvivenza, al fine di riproporre il senso di una dignità umana riconoscibile e tutelabile giuridicamente.

Ma Tom Regan è famoso per i suoi studi relativi ai diritti degli animali. Quale stimolo può dare quindi alla ricerca di un nuovo solido fondamento al diritto, inteso come insieme di leggi, che è proprio della specie umana? La elaborazione del filosofo appare un po’ autoreferenziale, centrata com’è sulle atrocità commesse dall’industria di sfruttamento degli animali e sulla persecuzione di cui sarebbero vittime le schiere di animalisti. Eppure un incrocio tra la salvaguardia delle specie animali e i diritti delle persone lo si può ravvisare, considerando che i grandi potentati  economici trattano uomini, donne e animali alla stessa stregua di merci.

Certo, non sembra essere il punto di vista di animalisti come Regan quello da cui partire per ridefinire le regole del gioco, soprattutto non è utile un discorso che punta all’uguaglianza dei diritti delle diverse specie viventi in un mondo dominato, come spiega Tranfaglia – riportando la discussione su un terreno più consono – dalla logica della guerra permanente tra esseri umani. E definire la cultura animalista, come fa Cento, più dirompente della cultura ecologista e perfino della cultura femminista è una boutade che preferiamo attribuire alla stanchezza e allo smarrimento intellettuale del dopo elezioni.

In ogni caso, a sinistra qualcosa si muove, a volte anche un po’ troppo, visto che il consigliere regionale del Piemonte Enrico Moriconi, intervenuto anche lui verso la fine dell’incontro, invitava a riflettere sul trauma che subisce un’aragosta passando dall’acqua gelida della vaschetta a quella bollente della pentola. Va bene che è rossa, ma insomma…

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Ho letto l’articolo di Piero Fassino "Per i nuovi diritti cambiare il codice" su Repubblica del 20 maggio 2007, in cui il segretario del morituro partito dei Democratici di sinistra ha spiegato le ragioni che dovrebbero portare il Centrosinistra ad affossare il proprio disegno di legge sui Dico prima di arrivare al confronto, e presumibilmente alla sconfitta, in Parlamento.
Per riconoscere gli elementari diritti civili alle coppie di fatto, indipendentemente dal rapporto sessuale che li caratterizza, allineandosi così agli altri – e si suppone più avanzati – paesi europei, si potrebbero, questa è la tesi, percorrere strade diverse, sulle quali sarebbe più facile – anche se non scontato – incontrare il consenso delle gerarchie e del popolo cattolico rappresentati dalla piazza del Family Day.
Non cambierebbero però gli obiettivi: assistere in ospedale la persona con cui si convive da anni; poterla visitare in carcere; subentrare alla titolarità di un affitto quando la convivenza si interrompe o il convivente muore; usufruire di forme parziali di reversibilità previdenziale e di ereditarietà; regolarizzare il convivente extracomunitario. Tali riconoscimenti – sembra dire Fassino – essendo già il frutto del compromesso "equilibrato" tra sinistra e cattolicesimo e non intaccando minimamente i "caratteri precipui della famiglia fondata sul matrimonio" fissati dalle norme costituzionali, andrebbero incontro alle esigenze di tutti, se solo ci si lavorasse ancora un po’ su con lo spirito di ricercare l’accordo tra laici e cattolici (in puro stile partito democratico), e se magari si capisse anche che non è in discussione il ruolo preminente della Chiesa come levatrice della società italiana, ma solo i diritti delle innocue minoranze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se fossimo onesti con noi stessi che sosteniamo la battaglia civile sui Dico, dovremmo riconoscere che effettivamente i risultati pratici elencati da Fassino sono perseguibili in modi diversi, e anche con delle modifiche al codice civile. Il problema è che per noi, che a differenza dei Democratici di Sinistra eravamo in Piazza Navona, dietro l’offensiva cattolica contro i Dico si nasconde il tentativo della Chiesa Cattolica, ciclicamente ripetutosi nella sua storia millenaria, di riaffermare la propria verità contro la normalità dei rapporti umani naturalmente esplicati senza di essa.

 

Noi è alla solita delirante egemonia culturale che ci opponiamo, e, in prima istanza, non per affermarne un’altra, ma semplicemente per corrispondere alla normalità delle richieste di una coppia di fatto mediante il riconoscimento giuridico della sua esistenza.
Noi, a differenza di Fassino, ci poniamo un altro problema. Non si tratta solo della difesa formale dello Stato laico, né del riconoscimento sic et sempliciter della uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini di questo Stato, siano essi omosessuali o non lo siano. Noi capiamo che i Dico precedentemente bollati dal segretario della CEI come istigazione alla pedofilia e la modifica del codice civile per permettere i diritti individuali di tutti, anche degli omosessuali, proposta e sostenuta con l’accordo delle gerarchie e del popolo cattolici, non sono la stessa cosa.

 

Sappiamo che alla Chiesa interessa soprattutto affermare se stessa nel mondo, non contro e/o dentro lo Stato ma sopra di esso. E sappiamo anche che tale potere in Italia è strettamente intrecciato e imparentato con quello dello Stato.
La Chiesa non può essere considerata, né si considera essa stessa, una libera associazione di credenti o un partito contrapposto o alleato ad altri; essa non organizza una classe sociale né una prospettiva filosofica, ma la garanzia della propria persistenza mediante la dimostrazione teorica e pratica di una verità rivelata che sta sopra o al di là della natura, della vita, della società. Essa, fondandosi sull’essenzialità dell’anima umana di origine divina, e perciò sempre uguale e sempre immodificabile, non ha bisogno di interessarsi a tutte le cose del mondo e alle regole della convivenza civile, almeno non fino a quando queste non mettano in discussione il suo potere, che, soprattutto in Italia, è fondato sulla famiglia e sul riconoscimento della stessa mediante il matrimonio da parte del nostro presunto stato laico.
Sappiamo, in ultima analisi, che se per caso si sviluppa un discorso pubblico sulla natura, e sui rapporti umani, che risultasse valido di per se stesso, senza subordinarsi a Dio, e senza mediazioni istituzionali, senza la "famiglia fondata sul matrimonio", si finisce per mettere in discussione la strategia del consenso su cui si fonda la grande forza della conservazione (una forza più grande della Chiesa Cattolica, e più culturale che politica).

Che cos’è il Family Day? Che cos’è la famiglia? Un’istituzione naturale? A noi sembra ovvio rispondere che un istituzione in quanto tale non è naturale, è invece un’estraniazione dell’essere umano da se stesso, come lo è la credenza in Dio. Ma questa logica ovvietà non può passare senza mettere in crisi la Chiesa cattolica e il partito democratico

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