I titoli dei giornali sono ogni volta gli stessi, quando si avvicinano le elezioni di midterm americane: si scrive che assomiglino ad un referendum sull’operato del Presidente, giunto ormai a metà del suo mandato. Ed è questa in effetti  la realtà voluta dai fondatori di una Repubblica democratica, che però deve essere forte e decisionista come una monarchia assoluta, all’altezza della sua missione pubblica, “divina”.  Un perfetto sistema di check and balance che funziona perché è sostenuto da un’identità di popolo, creduto e scelto da secoli da una comunità politica composta di diversità religiose, razziali e sociali. Non ci sono mai state sorprese dal dopoguerra ad oggi, tranne una volta, nel clima straordinario del post 11 settembre: le elezioni di midterm il Presidente “deve” perderle. Sarà così anche stavolta, nonostante la popolarità di Trump e la confusione ideale e pratica del partito di opposizione, il partito più “antico” del mondo.

La Camera e il Senato, ora entrambi a maggioranza repubblicana, si divideranno i compiti, per controbilanciare il potere di un Presidente iperattivo sulla scena internazionale: la Camera, che rinnova tutti i suoi membri, avrà una maggioranza democratica. Una sorpresa sconvolgerebbe senz’altro i mercati, preoccupati dall’aggressività trumpiana dimostrata con la guerra commerciale ad una Cina che non può frenare comunque la sua ascesa verso la vetta dell’economia più forte del mondo. Teoria dei giochi. Non ci sono più opzioni sul tavolo: se al prossimo G20 i Presidenti non dovessero accordarsi in qualche modo, l’estensione del protezionismo arriverebbe al punto di minacciare il commercio internazionale e quindi la stessa funzione amercana di guida liberista di un mondo aperto e espansivo.

Anche in Messico al potere arriva l’anti-estabilishment, e spazza via in maniera decisa e impietosa la vecchia classe dirigente colpevole della solita corruzione sempre presente e oggi denunciata ovunque nel mondo perché scandalo contingente nella realtà crescente della povertà: l’equilibrio tra il potere e l’accumulazione della ricchezza dell’élite da una parte e lo sviluppo economico e sociale dall’altra si è perso a causa della crisi delle istituzioni liberali e democratiche, per apparente paradosso.

Il Messico è un paese importante dell’America centrale (membro del NAFTA che Trump vuole cancellare) con 120 milioni di persone e 60 milioni di poveri tra queste. Ha vinto le elezioni un uomo di sinistra, Andres Manuel Lopez Obrador, che già nel 2006 era andato vicino alla vittoria rimanendo sconfitto secondo lui per brogli elettorali: questa volta la dimensione del successo non ha autorizzato dubbi, è nettamente oltre il 50%, e concede al neopresidente nel gergo giornalistico la volgare nomina a “uomo solo al comando”.

Ci sarà quel cambio politico promesso in campagna elettorale e che ha spaventato i mercati finanziari? Obrador sarà associato ai populisti europei e al suo vicino omologo Trump?

Qualche indizio sembra far sperare che la campagna elettorale populista possa confluire invece in un governo riformista, in un nuovo patto tra élite e popolo: quando la sinistra nei paesi occidentali assume su se stessa il carico del consenso di massa per una prospettiva di governo si assiste infatti ad una politica tutto sommato realista e democratica, non ostile al capitalismo. L’ultimo buon esempio è quello di Tsipras, speriamo sia anche il caso del Messico: la deriva venezuelana, e in parte brasiliana, dovrebbe rappresentare il giusto monito agli estremismi.

Gl investitori hanno gli occhi puntati sul proseguimento del programma di privatizzazione dell’energia elettrica, sull’autonomia della banca centrale e sull’attuazione dei programmi sociali in armonia con il contenimento della spesa pubblica. Importante anche l’atteggiamento nei confronti del NAFTA: Obrador ha già detto che non intende lasciarlo.

 

La Turchia è da sempre un paese di confine tra Oriente e Occidente, un elemento geopolitico centrale per capire il mondo che stiamo vivendo: dopo essere stato un alleato importante dell’America e un potenziale nuovo membro dell’Unione Europea, oggi è chiaramente una dittatura che guarda al blocco eurasiatico guidato da Cina e Russia e stringe alleanze strategiche con i paesi arabi e gli estremisti islamici.

Grazie al colpo di stato del 2016, che avrebbe dovuto porre fine al suo potere, Erdogan ha potuto reprimere il dissenso e modificare la costituzione turca per concentrare nelle sue mani l’intero sistema politico: in questo clima la vittoria delle elezioni anticipate di domenica scorsa non ha potuto che certificare quanto già deciso. Finisce di fatto il regime parlamentare e il Presidente rieletto può oggi emanare leggi per decreto (abolito il Presidente del Consiglio), dichiarare lo stato d’emergenza e forzare a suo comodo nuove elezioni. Gli avversari politici tra i magistrati, gli studenti, gli insegnanti, i giornalisti, sono già tutti in galera. L’educazione religiosa islamica ha un ruolo sempre più cruciale nell’organizzazione del consenso.

Erdogan governa dal 2003, ha presieduto un forte boom economico che deve fare però i conti con i limiti strutturali di un’economia squilibrata, un’inflazione a due cifre, una moneta debole e un segnale di rischio fallimento sempre acceso. La trasformazione della Turchia in un “one-man regime” consentirà sul breve periodo di tenere sotto controllo la situazione politica, di capitalizzare il consenso raccolto, ma indebolirà ancor di più le prospettive di crescita e sviluppo e allontanerà dal paese gli investimenti stranieri soprattutto occidentali.

La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che siano state le politiche di Erdogan a causare i problemi strutturali: i tassi di interesse troppo bassi a fronte dell’inflazione galoppante hanno da una parte favorito il finanziamento sul mercato interno ma hanno anche costretto a scappare gli investitori stranieri in un contesto di inflazione fuori controllo e crescente deficit delle partite correnti. La banca centrale turca non ha una reale autonomia dal governo politico e ne avrà sempre meno (secondo quanto dichiarato dal Presidente stesso in campagna elettorale): questo è ciò che preoccupa di più gli analisti e gli investitori.

Il problema più immediato è l’enormità del debito turco, principalmente in dollari, il quale, se poteva essere sostenibile in un periodo di esagerata liquidità, oggi con la Federal Reserve che alza i tassi e la valuta turca che non ha margini per sostenere la pressione, diventa un cappio sempre più stretto. La crescita a debito non può diventare eterna neanche in Turchia, e con buona pace di ogni riuscita repressione politica, anche Erdogan dovrà fare i conti con la realtà di un mondo più grande di quello che, grazie al cielo, possa controllare.

La questione dell’immigrazione si confermerebbe essere il driver della politica europea in questa fase storica, al punto che anche in Slovenia ha vinto il partito che ha centrato la campagna elettorale contro il sistema di quote previsto per la corretta gestione degli arrivi extracomunitari nell’ambito della legalità. Ma la coalizzazione dell’elettorato intorno al tema della paura del diverso, del nemico esterno, è solo l’inganno di una cinica operazione di marketing politico che costringe a focalizzare l’attenzione pubblica sul pericolo di una povertà alimentata dal contagio dei più poveri invece che dall’incapacità del confronto e della competizione con i più ricchi.

L’immigrazione in Slovenia è un problema che quasi non esiste, questo neanche a ricordarlo: non è il punto.

Il partito vittorioso è invece antieuropeista e amico di Orbán e Putin: questo è il punto.

Il centrosinistra e la sinistra si sono presentati divisi anche nel Paese ex-jugoslavo, per perdere anche qui con più certezza: questa è la solita follia.

In estrema sintesi, la SDS, formazione di centrodestra guidata da Janez Janša, con il 25% dei voti ha battuto il Premier uscente, Miro Cerar, della formazione di centrosinistra Modern Centre Party, crollato ad un punteggio del 9% dal 34% delle elezioni del 2014 e superato anche dal partito populista guidato, pensate un po’, da un comico, Marjan Šarec (probabile alleato del partito maggiore nella futura coalizione di governo). The Left, la lista di sinistra, prende un altro 9 per cento, che non sarebbe neanche male per una formazione estremista: il problema però è che l’SD, il partito socialdemocratico, raccoglie l’altro 9%, a chiudere il ridicolo spettacolo di un fronte democratico e progressista diviso in 3 piccole parti uguali che sommate farebbero la forza vittoriosa.

Tutto il mondo è paese. Purtroppo.

Gli elettori della Malaysia voteranno mercoledì 9 maggio per il rinnovo del Parlamento e del Governo.

Si deciderà se l’attuale Primo Ministro, Najib Razak, alla guida della coalizione che governa il paese dal 1957, Barisan Nasional, rimarrà al potere o dovrà cedere il posto all’ex Primo ministro (dal 1981 al 2003) e suo mentore, il 92enne Mahathir Mohamad, leader della coalizione di opposizione Pakatan Harapan.

Le elezioni in Malaysia sono importanti perchè il paese è uno dei più ricchi del sud-est asiatico e registra tassi di sviluppo economico elevati e sempre meno dipendenti dall’esportazione di materie prime: si è affermato in settori tecnologici come la produzione di componenti elettronici e l’assemblaggio di autoveicoli.

Una vittoria dell’opposizione, che è radicata soprattutto nelle città e nelle aree industrializzate, sarebbe storica anche perché verrebbe ottenuta in un clima di strisciante censura dell’attività politica e di autoritarismo governativo: segnerebbe quindi un possibile cambiamento di scenario politico in una zona del mondo che è rilevante nella geografia economica globale.

Se gli esperti prevedono comunque una vittoria di Razak, negli ultimi giorni stiamo assistendo ad una perdita di consensi nei sondaggi e ad una contemporanea aspra critica del primo ministro da parte di componenti importanti del governo.