Sono passati quasi tre anni dal referendum che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la cosiddetta Brexit. In un tempo che si vorrebbe veloce, iperconnesso e tecnologicamente avanzato, la storia che ha reso il secolo scorso “breve” sembra essersi invece arenata, spiaggiata alla fine del mondo, davanti ad un mare ignoto e pericoloso che nessuno ha più il coraggio di solcare. Infiniti dibattiti, proposte e controproposte, analisi economiche e politiche, si sono rincorsi in un girotondo che non ha portato da nessuna parte: siamo allo stesso punto di partenza e ancora tutte le opzioni sono percorribili: uscita con accordo, senza accordo, non uscita, nuovo referendum. Si avvicina la data di primavera nella quale la Brexit scatterà per legge, ma non importa, si può ignorare anche quella. Quando non si muove nulla, che senso ha rispettare una legge?

E improvvisamente ci accorgiamo che i numeri calcolanti i costi economici negativi e gli inutili voti popolari, valgono poco: ogni tecnica è serva dell’uomo, che soltanto si illude di sottomettervi. Ma l’uomo filosofo dov’è? Esiste un’idea che ci costringa in mare per andare incontro al futuro che dovremmo ancora scoprire? I cosiddetti sovranisti, che altro non sono che fascisti mediocri, violentano e uccidono ogni speranza (ma non sarebbe meglio eliminarla la parola speranza, per costruire la nostra Alphaville?), ma non assicurano neanche un governo. E allora?

L’Europa è il problema, da sempre. “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”: questa frase non fu mai pronunciata da Kissinger, per questo è drammaticamente vera, come il famoso motto machiavelliano.

Se l’Europa esisterà nel prossimo futuro, allora la Gran Bretagna, il mondo, tutti si dovranno accordare con essa: oggi è solo un fantasma ricco, con una eredità importante che sta per essere divisa e distrutta.


Il principio fondamentale che regola una gestione liberale del governo, è la limitazione e la divisione del potere. In questa epoca di arrogante ignoranza delle più elementari regole di convivenza civile, tale filosofia politica occidentale potrebbe sembrare il prodotto di menti deboli e offuscate, una sovrastruttura ideologica ad uso e consumo di élite interessate a spartirsi i frutti del lavoro comune, a sfruttare il popolo schiavo. Riusciamo a vivere intense stagioni di progresso e accettazione di quell’ordine democratico che non è altro che mediazione e competizione positiva di interessi diversi, solo dopo che abbiamo provato l’orrore della rinuncia ad esso.

L’autonomia della politica monetaria è un pilastro fondamentale nel gioco politico moderno, sia sul piano interno ma anche e soprattutto su quello delle relazioni internazionali, perchè garantisce una gestione dell’economia equilibrata e razionale e favorisce la fiducia degli investitori e lo scambio commerciale.

Tuttavia Trump non perde tempo nell’applicazione della sua strategia di attacco frontale alle istituzioni che controbilanciano il suo potere e la sua possibilità di rivolgersi al suo popolo senza filtri istituzionali. Ieri ha dichiarato di non vedere positivamente il graduale rialzo dei tassi di interesse già deciso e previsto dalla FED, proprio al termine della due giorni di audizione del Governatore Powell in Senato che aveva invece confermato l’impostazione rialzista e velatamente criticato la politica commerciale protezionistica.

Possiamo considerare elementare la considerazione di Trump, e alquanto efficace: un dollaro forte nega la politica estera ed economica che si intende realizzare e tiene in vita le malconce economie europee e fuori controllo la crescita dell’economia cinese. Concludendo mesi di di dibattito sull’apprezzamento della valuta americana che sconta il terzo e il quarto aumento previsto dei tassi in quest’anno, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti ha segnato ancora una volta il suo mandato con il colore della radicalità e dell’eccesso, nel chiaro intento di realizzare un quadro di paura e di incertezza che predispone alla accettazione di una superiorità del potere politico e militare sul benessere economico: sembrerebbe più una politica russa che americana.

L’impatto scenico del”incontro tra il presidente Trump e il suo omologo russo Putin ha prodotto il risultato sperato: coalizzare i nemici interni ed esterni del nuovo corso americano per combatterli frontalmente, costringendoli all’accettazione della fine dell’età del soft power.

Tra i membri del GOP più critici verso Trump, il senatore John McCain ieri ha twittato, in merito alla conferenza stampa di chiusura del vertice di Helsinki: “one of the most disgraceful performances by an American president in memory”. L’arroganza del Presidente degli Stati Uniti nell’attaccare tutti i suoi detrattori è emersa una volta di più in maniera netta: non esistono alleati da rispettare ma sudditi da sottomettere, come appare evidente dalle parole utilizzate dopo la riunione Nato contro il “nemico commerciale” europeo. Il politicamente corretto muore in un clima politico asfittico per la democrazia e le istituzioni internazionali: l'”uomo forte” alla guida di una politica di potenza aggressiva sembra l’unico modo per riordinare un mondo che non si inginocchia alla morale e alla cultura occidentale.

Insomma, ieri è stata illustrata e messa in mostra la “Dottrina Trump”, che vuole un ordine internazionale fondato sull’equilibrio delle sfere di influenza, sull’accordo e la competizione nazionale di Russia, Cina e Stati Uniti, e sull’umiliazione  della politica europea tradizionalmente fondata sulla limitazione del potere e sui principi liberali di governo. L’erede politico dell’ex potenza sovietica è un partner fondamentale in questo quadro perché bilancia la crescita cinese e tiene sotto scacco la Germania.

Nel frattempo che la democrazia americana dimostri gli anticorpi necessari a debellare un simile attacco alla propria ragione fondamentale di esistenza storica, alla difesa ed esportazione dei valori universali che ne hanno caratterizzato la nascita, il cinico realismo di Putin legittima le conquiste ottenute sul campo di battaglia della Crimea e della Siria ed è ora in grado di riaffermare il potere russo su una parte del mondo mediorientale, africano e forse in parte europeo.

La storia ancora una volta dimostra di non avere un destino progressista, e che la scelta politica del qui ed ora è ineluttabile e urgente per chi sostiene le ragioni di uno sviluppo democratico delle relazioni internazionali e non puà accettare la deriva nazionalistica e autoritaria che sembra caratterizzare lo sprito dei tempi.

 

Per documentare l’immaginazione di un ciclo ribassista così profondo del sistema liberale e democratico e la nascita di una minaccia concreta  all’equilibrio economico sociale mondiale realizzato in un periodo cinquantennale di pacifico sviluppo dele istituzioni sovranazionali, per smentire la teoria sistematizzata della “fine della storia”, per vedere compromesso quel modello di democrazia rappresentativa che sembrava destinato a globalizzarsi insieme al capitalismo, dovremmo forse tracciare più una storia psicologica collettiva della crisi di identità dell’uomo contemporaneo occidentale che sommare dati economici e risultati elettorali.

O forse dovremmo rivolgerci ai testi classici della letteratura politica, per scoprire che la degenerazione populista della democrazia si trasforma necessariamente in tirannia, quando si è colpevolmente abbandonato il governo dei pochi con il consenso dei molti.

Sta di fatto che oggi all’ordine del giorno politico in tutto il mondo ci sono questioni come il protezionismo economico, il respingimento alle frontiere dei migranti, il rifiuto del professionismo politico (e non solo politico), il disprezzo per la libertà privata (di proprietà, di opinione, di religione), l’estremismo ignorante di un popolo incapace di virtù: più che la fine della storia sembra un tentativo di negazione della stessa, una ubriacatura distruttiva del mondo circostante.

Si è rotto un patto di governo, tra governati e governanti, tra élite e popolo, quella antica santa alleanza tra Yahweh e gli israeliti che la Bibbia ci ha insegnato ad aggiornare sempre con uno spirito nuovo che non cancella quello vecchio.

Ecco a cosa serve la politica, a rinnovare quel patto e a renderlo stabile e funzionale al benessere e alla crescita della collettività. E non è che recuperando questa funzione storica, che una interpretazione politica democratica (e se volete di sinistra) può uscire dalla marginalità attuale e rispondere alle proprie responsabilità di mediazione degli interessi, di equilibrio sociale e di individuazione degli obiettivi di progresso economico e culturale delle masse.

 

Il risultato elettorale dei ballottaggi certifica la disfatta del PD e l’assenza di una proposta alternativa all’avanzata populista e illiberale che sta segnando il declino della democrazia occidentale: lo specchio della Turchia, dove Erdogan ha ottenuto meno limiti al suo potere, ci riflette in un’aspetto poco attraente che non sostiene più la veste del modello diffusivo e espansivo caratterizzante l’Europa e l’America post guerra fredda, quella ormai logora speranza di un nuovo illumismo mondiale e di un’internazionalismo politico irreversibile, pacifico, competitivo e sociale. La kantiana ispirazione alla “pace perpetua” è stata sostituita nei discorsi intellettuali dal senso di impotenza di fronte all’inevitabile sconfitta dei progetti innovativi: si confonde ormai il realismo con la reazione, fino ad individuare in Putin e Trump i soggetti spieganti non tanto la crisi di una identità progressista ma la realtà di una naturale identità primitiva.

I temi del nazionalismo, del protezionismo, del razzismo, formano un unico concetto di paura, di reazione alla modernità: la volontà popolare è sempre meno mediata, filtrata dalle istituzioni pubbliche, dal concetto di bene comune. Il risultato è un allineamento verso il basso della civiltà, un medioevo tecnologico.

Di fronte alla sfida della reazione, è urgente costruire un fronte progressista e internazionalista, che metta al centro dell’agenda politica il tema dell’Europa unita, sociale, liberale. In Italia non c’è altro da fare che questo, è un problema di spazio pubblico, di geografia politica: non esistono opzioni diverse dalla realizzazione di un progetto che occupi il vuoto lasciato dalle forze populiste, prima che questo diventi un buco nero dal quale apparentemente sia impossibile uscire. Unirsi contro il nemico comune, sostenere chiunque abbia la possibilità di vincerlo, uscire dall’isolamento di un’opposizione sterile e provincialista. Non è più il tempo di identificarsi con il passato, con vecchi schemi mentali a fallimentari pratiche di azione: o siamo parte della soluzione o siamo parte del problema.