Scorrendo gli editoriali dei maggiori giornali internazionali, impegnati a descrivere la ricerca del governo italiano attraverso l’accordo tra m5S e Lega, si ha l’impressione di riuscire a guardarsi meglio, di trovarsi di fronte ad uno specchio lucido e freddo.

L’altro da noi ci può analizzare senza autoinganno, e attraverso il gusto e l’interesse della malizia può valutare la bontà del nostro discorso e le possibili conseguenze del nostro operato: che sia un amico o un nemico, il nostro interlocutore è uno strumento inevitabile del rapporto con la realtà.

Ecco allora le parole che rimangono nella memoria perso il contesto nel quale erano state espresse e dimenticata la ragione aggressiva del giudizio pubblico: “allarme antisistema”, “instabilità”, “estremismo”, “avventura populista”.

Il Financial Times, indossati gli abiti di un’opposizione che in Italia ancora non esiste o non riesce a prender forma, titola addirittura: “L’Italia mostra come muore la democrazia liberale” citando a riferimento storico, forzato ma logico, la Repubblica di Weimar.

I mercati finanziari scontano questo giudizio e lanciano chiari segnali di sfiducia: i rendimenti sui titoli di stato sono aumentati sensibilmente nelle ultime due settimane mentre l’indice italiano perde punti importanti.

La prospettiva di una crisi dell’Eurozona e della moneta unica è tutt’altro che lontana. L’Italia non è la Grecia: se è vero che è troppo grande per fallire e che Germania e Francia non possono permettersi che ciò accada, è altrettanto vero che è troppo grande per essere salvata.

D’altra parte, il governo nascente parla già di emettere mini-bot che di fatto assumerebbero il valore di una moneta parallela e supererebbero l’Euro senza il bisogno di decidere l’uscita da esso (i trattati internazionali non possono infatti essere oggetto di referendum secondo la nostra Costituzione).

Cosa c’è di meglio di una crisi finanziaria e conseguentemente economica per accrescere il consenso dei populisti? Si ha l’impressione che questi vogliano tornare presto alle urne con una nuova legge elettorale, definitivamente maggioritaria, dopo un breve governo di spesa e di aumento del debito fuori da ogni disciplina di bilancio: il valore dell’Italia sarebbe allora giustamente rivisto al ribasso dal mercato e gli italiani ne pagherebbero il prezzo.

Inizio a credere, mi sbaglierò, che questa famosa bozza di un programma di governo elaborata da Lega e 5 stelle, casualmente anticipata dalla stampa e contenente proposte bizzarre e irrealizzabili, non possa essere altro che un bluff per obbligare il capo dello Stato, fino ad ora altrettanto casualmente dimessosi dal suo ruolo costituzionalmente garantito, a guardare ad una prospettiva di governo del Presidente che prepari il prima possibile nuove elezioni, in un clima di ulteriore fomento populista contro la democrazia negata che aumenterebbe ancora di più il consenso di Lega e 5 stelle, magari amplificato anche da una nuova legge elettorale fortemente maggioritaria.

Forse il mio è un semplice attacco di panico e quindi una negazione della realtà, oppure mi sto sentendo male veramente e non so cosa fare. Vedremo.

Mai come in questa fase storico-politica c’è bisogno di Europa, di un’idea comune di Europa, politica ed economica, e di un ruolo internazionale dell’Unione che compensi l’isolazionismo e l’egoismo populista di Trump e della politica estera americana: le crisi geopolitiche che ci troviamo di fronte mettono a rischio la visione culturale occidentale di un mondo aperto e democratico, e solo il superamento delle meschinità nazionaliste dei vecchi soggetti statali europei consentirebbe di ritrovare un nuovo ruolo mondiale alle politiche progressiste, che hanno perso appeal nel mondo contemporaneo soprattutto a causa dell’assenza di una funzione storica, concreta.
L’Europa ha l’occasione oggi di tornare protagonista, e di dimostrare la propria necessità e irreversibilità politica. Siamo in una fase di espansione economica, i numeri della Germania sono molto positivi e il suo governo è solido, tanto quanto quello francese a guida Macron. Paradossalmente, l’ingovernabiilità italiana rasserena ancor di più lo scenario perchè dimostra che la formazione di un governo antieuropeo è tutt’altro che scontata nonostante i risultati elettorali. La Brexit, poi, non può che smentire, ogni giorno in più, la convenienza dell’uscita dalle istituzioni europee: non è un caso che il sentiment PMI del Regno Unito sia pericolosamente vicino a 50.
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Tocca dire una cosa sgradevele, Serra ha detto la verità. Il giornalista, solitamente comodo sulla sua “amaca”, ha avuto un sussulto, e come risvegliatosi improvvisamente, ritrovandosi in quello stato tra sonno e veglia che rimuove per un attimo la propria collocazione nel mondo, ha guardato quella realtà celata dalla coscienza che non è più parte del mondo della ragione e del dibattito pubblico: la scuola dei ricchi e quella dei poveri, la divisione di classe e la risposta populista alla esclusione sociale, la violenza dell’ignoranza.
Le immagini si sono trasformate in parole e le parole in pietre: molti ne sono rimasti colpiti.
Chi non ha mai fatto l’istituto tecnico o il professionale ha reagito come un vecchio professore universitario che insegna ai propri studenti ad amare gli operai e non la finisce mai di rivendicare il potere al popolo. Chi invece è immerso nella propria miseria, la vive ormai come un destino ineluttabile, la trasforma in vanto e in sottocultura. La conclusione di tutti è comunque la stessa: Serra è uno snob, un radical chic.
Ma la sinistra che non c’è può rinascere proprio da parole come quelle di Serra, dal dubbio, dal fastidio per la discussione delle false certezze, dalla rottura dello status quo, dalla perdita di equilibrio, dallo scandalo, dalla vergogna, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal conflitto tra la condizione data e quella possibile, dalla speranza, dall’educazione e dalla cultura che è selezione di idee e di persone.
Serra ha dato fastidio a chi non ha bisogno di cambiare proprio niente, nè di se stesso ne della società

Quando esistevano i partiti, quelli novecenteschi, quelli dell'”arco costituzionale”, esisteva anche un modo di far poliica che in qualche modo li accomunava tutti, nel bene e nel male.
Io sono stato iscritto ad uno di essi, i Democratici di Sinistra (erede del PCI) per diversi anni, fino al 2007 per l’esattezza; poi ho continuato da non iscritto l’impegno politico a sinistra fino al 2010, quando l’esplosione di dinamiche personali e politiche mi “costrinsero” a rinunciare ad un tipo di attività che rappresentava gran parte della mia identità sociale.
Da militante mi stavano stretti i meccanismi vecchi dell’attività politica del mio partito, li vivevo come una repressione delle idee nuove e delle persone che le avrebbero potute incarnare, li sentivo come un peso di cui in qualche modo mi sarei dovuto liberare.
Oggi, è passata tanta acqua sotto i ponti, per me e per tutti, e non solo per l’Italia. Il Novecento è stato chiuso ovunque da un’ondata di populismo, di destra, o peggio di non-destra, e di non-sinistra, e io mi ritrovo a rimpiangere quei partiti che, nel bene e nel male, avevano costruito la democrazia e organizzato la partecipazione dei cittadini all’attività politica.
Oggi leggo che i 5 stelle hanno un “capo politico”, in luogo di un “segretario”, e leggo che costui, un ragazzino fortunato, per valutare i programmi elettorali dei possibili alleati di governo ha nominato un gruppo di sedicenti esperti capeggiati da un qualsiasi professore di Diritto, i quali dovranno fornirgli una relazione scritta entro una certa data di scadenza sulle compatibilità e incompatibilità tematiche.
Pare che sia così che di questi tempi, con questi non-partiti, si faccia politica, anzi, scusate, non-politica.