La cosiddetta “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina sembra aver sostituito la gloriosa vecchia e tanto cara “guerra fredda” tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Due grandi potenze, una ad oriente e l’altra a occidente, due sistemi politici opposti, due potenze nucleari e l’impossibilità di un confronto militare diretto, due sfere di influenza. Una guerra a bassa intensità, vissuta in laterale per la maggior parte del tempo, che vive poi dei necessari momenti di tensione, più o meno improvvisi e utili alla ricerca di un nuovo equilibrio (perché per rimanere in equilibrio bisogna pur muoversi), e quindi si prosegue incessantemente con estenuanti trattative alternate da periodi di gelo delle relazioni, con finte rotture che precedono trionfali accordi, e poi le offese pubbliche e le cordiali telefonate private, qualche intervento papale (e forse oggi anche l’opinione di Bill Gates), e così via.

L’Europa in questo quadro non gioca propriamente un ruolo: è nulla più di un insieme di alleati, che devono stare vicini ma non troppo, non possono diventare definitivamente una cosa sola. Gli Stati Uniti d’Europa non piacciono agli Stati Uniti d’America, perché finirebbero per ritrovarsi “in mezzo, come autonomo soggetto politico: no, l’Europa è un mercato di consumatori e di bravi produttori di automobili. E la Russia? Che si preoccupi delle questioni energetiche che le sono proprie (petrolio, gas) e tenga di conseguenza a bada l’Europa dell’est e il Medio-Oriente.

Sono forse troppo semplicistico? Beh, quando si affrontano temi così grandi, come l’ordine mondiale, è necessario non lasciarsi sopraffare da troppe fantasie, da ragionamenti complicati, è anzi inevitabile rimanere il più possibile superficiali, perché se i soggetti che tengono le fila del discorso politico internazionale si confondessero e si fraintendessero, le conseguenze incalcolabili farebbero paura a tutti. Una guerra fredda che diventa una guerra commerciale è facile da gestire. O no?





Sono passati quasi tre anni dal referendum che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la cosiddetta Brexit. In un tempo che si vorrebbe veloce, iperconnesso e tecnologicamente avanzato, la storia che ha reso il secolo scorso “breve” sembra essersi invece arenata, spiaggiata alla fine del mondo, davanti ad un mare ignoto e pericoloso che nessuno ha più il coraggio di solcare. Infiniti dibattiti, proposte e controproposte, analisi economiche e politiche, si sono rincorsi in un girotondo che non ha portato da nessuna parte: siamo allo stesso punto di partenza e ancora tutte le opzioni sono percorribili: uscita con accordo, senza accordo, non uscita, nuovo referendum. Si avvicina la data di primavera nella quale la Brexit scatterà per legge, ma non importa, si può ignorare anche quella. Quando non si muove nulla, che senso ha rispettare una legge?

E improvvisamente ci accorgiamo che i numeri calcolanti i costi economici negativi e gli inutili voti popolari, valgono poco: ogni tecnica è serva dell’uomo, che soltanto si illude di sottomettervi. Ma l’uomo filosofo dov’è? Esiste un’idea che ci costringa in mare per andare incontro al futuro che dovremmo ancora scoprire? I cosiddetti sovranisti, che altro non sono che fascisti mediocri, violentano e uccidono ogni speranza (ma non sarebbe meglio eliminarla la parola speranza, per costruire la nostra Alphaville?), ma non assicurano neanche un governo. E allora?

L’Europa è il problema, da sempre. “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”: questa frase non fu mai pronunciata da Kissinger, per questo è drammaticamente vera, come il famoso motto machiavelliano.

Se l’Europa esisterà nel prossimo futuro, allora la Gran Bretagna, il mondo, tutti si dovranno accordare con essa: oggi è solo un fantasma ricco, con una eredità importante che sta per essere divisa e distrutta.


La banca centrale turca ha alzato finalmente i tassi di interesse, dal 17,75% al 24%, contro i moniti del dittatore Erdogan e in favore delle aspettative degli investitori istituzionali: la lira ha recuperato qualcosa (il 4%) nei confronti del dollaro, mentre il paese mediorientale ha tentato in questo modo di dimostrare la propria credibilità nella gestione di una politica monetaria indipendente dalle pressioni politiche. Ma la decisione, senz’altro opportuna, non è sufficiente per invertire la tendenza che sembra puntare ad una vera e propria crisi economica dopo quella finanziaria, soprattutto se non bastasse a riaprire i canali del mercato del debito che avevano sostenuto il boom economico degli ultimi anni, e se la forza del dollaro continuasse a pesare sulla capacità di restituzione dei prestiti ottenuti nella valuta americana. La lira turca ha perso, non a caso, circa il 40% quest’anno, rendendo gli interessi più difficili da pagare, perché sconta l’avversione degli investitori per tutti i mercati emergenti (che ha affossato anche il peso argentino e messo in difficoltà le monete del Sudafrica, dell’Indonesia, dell’India, e altre) – conseguenza prima delle paure per la contrazione della crescita economica globale, per le decisioni sui dazi e per le politiche monetarie restrittive avviate dalla FED, sempre più banca centrale del mondo – e perché è una delle aree politiche del mondo dove è più evidente che lo spirito dei tempi non è a favore della democrazia e della libertà di espressione umana indispensabile per sviluppare un mercato sano.

 

Le news sono strumenti per l’attività quotidiana, e i mercati che sono attivi tutti i giorni della settimana risentono di esse e le preparano in un rapporto di causa ed effetto infinito. L’alta frequenza di operazioni finanziarie e  di dichiarazioni politiche sporca o colora il quadro di lungo periodo, ma non cambia i suoi tratti essenziali.

L’incontro di ieri tra Juncker e Trump è servito a calmare un po’ gli animi, permettendo forse un riposo sereno e riflessivo per gli operatori finanziari e per tutti gli interessati alle vicende di una guerra commerciale (politica) che stanno soffrendo un riscaldamento eccessivo della temperatura globale, preoccupati che il clima possa diventare irrespirabile per chi è abituato a vivere nella certezza dello scambio amichevole di merci tra i paesi occidentali e nel sostegno della forte domanda americana.

Parlando nella conferenza stampa congiunta al Rose Garden, i due leader hanno addirittura ipotizzato la progressiva eliminazione di ogni tariffa e rassicurato sulle trattative che l’Europa e gli Stati Uniti stanno conducendo per risolvere le questioni che hanno portato all’aumento delle tariffe doganali e per evitare l’estensione di esse al settore auto (che è la fetta più grossa della torta). In realtà nulla è di fatto cambiato: Juncker peraltro non ha nessun mandato per parlare a nome di paesi europei che hanno interessi commerciali divergenti.

La buona notizia, insomma, è semplicemnte questa, che l’incontro non è stata l’occasione per esagerare lo scontro (da Trump ci si aspetta di tutto), ma anzi per annunciare una tregua tra due parti che rischiano la reciproca distruzione economica. La minacca protezionistica è però tutt’altro che finita.

 

 

Al vertice Nato di ieri a Bruxelles, gran parte dei leader presenti si sono chiesti, come riportato dal Presidente bulgaro Rumen Radev, quanto Trump fosse serio nel chiedere agli alleati l’innalzamento della spesa militare al 4% del PIL, quando la maggior parte dei 28 paesi membri non ha finora neanche raggiunto la quota prestabilita del 2% (fanno eccezione solo la Gran Bretagna, l’Estonia, la Grecia e la Lituania). L’Italia, anche in questa classifica, è tra gli ultimi: sotto quota 1,5%.

Eppure già si è visto che il Presidente degli Stati Uniti non è soltanto un comunicatore di cambiamenti radicali, ma anche e soprattutto un esecutore di essi: le barriere commerciali sono già una realtà, come lo sono tutte le politiche contro le istituzioni internazionali. “America First” non era un semplice slogan da campagna elettorale ma il titolo di una nuova strategia delle relazioni internazionali.

L’obiettivo di Trump sembra essere quello di indebolire l’Europa a guida tedesca (ma è possibile un’altra Europa?) e privilegiare allo stesso tempo le relazioni bilaterali tra stati nazionali, a cominciare dal ruolo della Russia: la NATO è l’ombrello sotto il quale si è potuta sviluppare quella Unione Europea che non si adatta alla nuova visione degli interessi americani e quindi deve essere indebolita.

Nessun governo oggi in Europa ha l’autorevolezza politica di Trump e di Putin, che godono di un consenso sicuro nei loro rispettivi paesi: per questo l’incontro tra i due che si svolgerà il 15 luglio a Helsinki diventa un segnale di amicizia tra le due potenze una volta nemiche che impensierisce gli alleati storici e deboli dell’America.

L’Europa che non ha una voce univoca in politica estera, né un sistema di difesa autonomo, è una potenza commerciale che non vuole né può diventare politica, un ostaggio conteso e un partner frustrato. Se Trump dovesse decidere di abbandonare l’Alleanza Atlantica, se dovesse prevalere l'”hard Brexit” (caldeggiata dallo stesso Trump), se la Russia dovesse riuscire ad accreditarsi come partner degli Stati Uniti, allora l’Europa diventerebbe anche un soggetto politico accerchiato da potenze ostili. Speriamo che almeno allora questa vecchia culla di civiltà batta un colpo e dimostri la sua utilità nel mondo contemporaneo.