Soltanto nel contesto politico internazionale trovano senso e prospettiva, una storia, le politiche nazionali e le corrispettive dinamiche elettorali.

Ecco quindi che delle tante cose che avrebbe importanza dire sull’accordo di governo ormai quasi fatto tra il M5S e la Lega, la chiarezza con la quale si promuove un rapporto privilegiato con la Russia è quella cosa che spiega meglio tutto il resto.

Lo schema non è dissimile da quello già visto con la Grecia dopo il successo di Syriza, ma questa volta dalla parte di Putin sembra conveniente stare non solo per sfuggire alla repressione del controllo dei conti pubblici e dell’austerità europeista, ma anche per una più profonda assenza politica degli Stati Uniti a guida Trump, che abbandonano l’Europa e guardano di più al Pacifico: il ritiro dall’accordo iraniano e il contemporaneo tentativo di conciliazione con Cina e Corea del Nors è parte infatti di una strategia isolazionista che lascia il Vecchio Continente ai margini delle relazioni internazionali (come ha fatto notare anche Obama criticando il cambio di rotta e giudicandolo negativo per gli interessi americani) e in una prospettiva di crisi economica non ancora superata.

L’economia americana va forte, quella europea no: il differenziale tra i tassi di interesse dei titoli di stato decennali tedeschi e quelli degli americani non è mai stato così alto e le poliiche monetarie sono conseguentemente diverse (restrittiva quella della FED, ancora impegnata nel QE quella della BCE).

La eventualità di una rottura dell’alleanza atlantica, nei fatti anche se non nella forma, si avvicinerebbe ancor di più con la formazione del governo populista italiano: non a caso il Financial Times ieri titolava “Roma apre la porta ai barbari moderni” e Liberation, con un più chiaro e sonoro “Vaffanculo”, notava la pericolosità di ritrovarsi con un partito di estrema destra al potere molto simile al FN francese.

Tra la svolta autoritaria putiniana e l’antiamericanismo, anche la sinistra italiana è chiamata a fare finalmente delle scelte e a ricoprire qul ruolo di difesa della democrazia e dei diritti sociali e individuali che hanno per lo più caratterizzato e giustificato la sua esistenza nell’Europa libera e unita del dopoguera: vedremo se mancherà anche questa volta l’appuntamento con se stessa.

Come ampiamente preannunciato, Trump ha deciso per il ritiro americano dall’accordo nucleare che Obama due anni fa insieme all’Europa siglò con l’Iran nel quadro di una strategia di stabilizzazione dell’area mediorientale e di una auspicata moderitazzazione del regime islamico.
Il Presidente degli Stati Uniti ha agito come aveva promesso in campagna elettorale, forte di un consenso interno che invece il suo predecessore non aveva saputo cercare, avendo paura persino di un voto del Congresso a ratificare e suggellare il faticoso Deal.
ll Piano d’azione congiunto globale (comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano), bisogna essere onesti, era debole sotto diversi punti di vista (l’Iran scambiava una sospensione decennale dei programmi nucleari con lo status di legittimo e potente attore internazionale), e non solo non ha prodotto i risultati sperati di ordine regionale ma, ponendo fine alle sanzioni economiche, ha arricchito la repubblica islamica al punto di finanziare un ritorno di aggressività nell’area di una potenza regionale amica di Putin (il quale infatti realisticamente non si era opposto allo spirito pacifista obamiano calcolando meglio la natura delle forze in campo e il rafforzamento del regime iraniano antiamericano).
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Trump ha promesso che deciderà se sospendere l’accordo nucleare con l’Iran entro il 12 di maggio. Siamo quindi vicini ad un possibile momento di svolta nelle relazioni internazionali e di sicura tensione geopolitica.
L’Iran ha accresciuto, grazie alla sospensioni delle sanzioni, il proprio naturale e potenziale imperialismo in medioriente e grazie alla guerra siriana è arrivato a rappresentare una minaccia concreta e diretta per Israele e quindi per l’Occidente. Se l’accordo nucleare fosse stato inteso quindi come un deterrente all’escalation di tensione in quell’area strategica, i fatti hanno dimostrato purtroppo che è servito molto di più agli interessi bellicosi della repubblica islamica.
Nel frattempo i mercati scontano un rafforzamento prepotente del dollaro e un calo del petrolio, a minacciare la crescita delle economie emergenti (aumento del costo del debito e fuga di capitali), e a esplicitare una prevista contrazione della crescita globale: gli interessi sui titoli americani diventano quindi oggi un porto conveniente e sicuro. Ciò, lungi dall’essere motivo di rafforzamento della potenza americana nel mondo, potrebbe favorire la corrente isolazionista sempre presente nella democrazia americana e determinante nella vittoria elettorale di Trump: un mondo più insicuro e meno americano a fronte di un’America più forte dentro i propri confini.
Questo è il vero dramma contemporaneo, la crisi dell’egemonia americana nel mondo che sembra procedere di pari passo con il riflusso dell’idea di democrazia e di governo delle relazioni internazionali.

Il singolo bombardamento ordinato per rappresaglia da Trump, contro l’utilizzo di armi chimiche in Siria, con la partecipazione di Francia e Gran Bretagna e il consenso di Nato e Unione Europea, non cambia lo scenario politico e militare mediorientale ed anzi rischia di giustificare una volta di più l’alleanza russo-iraniana e di rafforzare il regime di Assad.
Il presidente americano ha dichiarato su twitter che “la missione è compiuta”, comunicando quindi una politica estera di semplice limitazione al controllo totale e sanguinario del governo siriano e all’influenza della Russia e dell’Iran.
Nessun cambiamento dei rapporti di forza sul campo quindi e nessuna volontà di sloggiare Assad o di ritrovarsi in uno scontro frontale con la Russia.
Ma l’evitamento del problema non è la soluzione dello stesso. Sappiamo bene che i limiti alla repressione violenta di ogni forma di ribellione e contrasto al potere non sono un problema per Putin nè tantomeno per la repubblica islamica, e anzi la volontà di potenza di questi soggetti internazionali non fa che accrescere il loro consenso interno e minacciare i valori universalistici delle democrazie occidentali.
Sarebbe necessario dunque un piano di interventi e di politica internazionale ben più articolato, fondato soprattutto sulla credibilità della forza diplomatica e militare della superpotenza americana e dei suoi alleati. Al momento non si intravede.

Trump non sembra avere alcuna intenzione di intervenire davvero in Siria per fermare le atrocità di un regime che ha ormai sconfitto la ribellione popolare grazie all’appoggio politico e militare della Russia e dell’Iran, e che usando le armi chimiche dimostra all’opposizione interna ed esterna di non sentire limiti alla propria azione criminale, di essere più forte della retorica umanitaria occidentale.

Fare finta di intervenire con un giorno di bombardamenti, anche massicci, non farebbe altro che rafforzare Assad e la Russia e coprirebbe le reali intenzioni isolazionaste dell’attuale presidenza americana, legittimando peraltro un ulteriore escalation di violenza del governo siriano.

Sarebbe necessario invece un piano, che al momento non si intravede, di interventi diplomatici e se necessario militari di contenimento dell’influenza russa sul Medioriente e di limitazione di pratiche di potere inumane: spererei perciò anche in un ruolo positivo di Francia e Gran Bretagna.