Ho finito “Cattedrale” di Carver, una serie di brevi racconti scritti con uno stile asciutto, quasi arido, incredibilmente bello. Ho fatto una grande fatica a leggerlo tutto, come se invece di un libro fosse una traversata del deserto, affrontata con poca acqua, forse giusto un po’ per sopravvivere e per diluire il più necessario scotch…Consiglierei a voi la stessa esperienza? No. Nel caso però voleste farla, vi avverto di non affrontare il viaggio troppo pesanti di idee e di letteratura: in realtà non vi serviranno neanche gli occhi per leggere (come non servono affatto al cieco dell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta)…Nessuna possibilità di amare e immedesimarsi in uno dei personaggi, i racconti sono troppo brevi e quelli sono troppo…boh…normali? E le storie sono troppo…boh…normali?…Mi è mancato il fiato più volte leggendo quelle pagine e mi sono accorto che cercavo di distogliere troppo spesso lo sguardo da esse per paura di rimanere ingabbiato in quella realtà, descritta nella normalità della vita, nel dramma senza passione e senza speranza. Dov’è la letteratura? Dov’è la trasformazione?…Poi alla fine ho capito…il libro l’ho chiuso dopo averlo appunto finito, e ora non ho più bisogno di rivederlo, me lo ricordo benissimo, fa parte di me, è la mia storia e da essa mi sono finalmente distaccato.

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