Ci sono dei libri che assomigliano a delle medicine, vanno assunti come risposta ad un “bisogno” specifico e al tempo giusto. Fossimo in un mondo che si preoccupa non solo della salute fisica ma anche e soprattutto di quella mentale, forse esisterebbero i medici della mente, o i nuovi filosofi (lasciamo perdere gli psicologi, per favore): potrebbero prescrivere i libri da leggere, per guarire o comunque per stare meglio. Sta di fatto che la lettura del famoso classico italiano “Il deserto dei Tartari”, è stata per me un processo curativo e non solo di ricerca intellettuale: mentre trascorrevano le giornate dentro questo libro, in uno spazio che potrebbe essere ovunque e in un tempo che potrebbe essere domani, mi sorprendevo fuori di me, consapevole di un confronto con l’altro che guarda me: era il momento di cambiare.

Spesso, quando studio un libro, divento cattivo, forse invidioso. Penso: io potrei scriverlo meglio (e allora perché non lo scrivo?). Ma Buzzati mi ha sorpreso, portandomi in un non-luogo impossibile per me, in una fortezza militare nel deserto di un mondo immaginato e sognato e nel corpo di un soldato che si prepara ad una guerra contro un nemico invisibile e forse inesistente, in un uomo che cerca una vita e una morte gloriosa, lo stesso che è rimasto alla fine da solo ad affrontare il suo destino e che sorride di fronte alla morte.

Ci vuole coraggio a scrivere un libro del genere, e forse altrettanto nel leggerlo, ma potremmo riuscirci tutti di essere come Giovanni Drogo, un fallito che non ha perso mai la speranza né mai ha rinunciato a compiere con disciplina il suo dovere e ad adeguarsi al caso necessario della vita: non gli è riuscito neanche di diventare il comandante della fortezza, superato da quella volgare canaglia di Simeoni, né di partecipare alla guerra tanto sperata, colto ormai dalla malattia. Drogo muore in una locanda senza nome e tra mura per lui prive di storia, senza nessuno che possa apprezzare la gloria della sua ultima battaglia: non ha paura.

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