Il governo di Theresa May ha cominciato finamente a trattare con le istituzioni europee i termini della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, decisa l’estate di due anni fa con un referendum che si è concluso 51 a 49. Tuttavia il paese è ancora spaccato a metà tra chi vorrebbe una “soft Brexit” e chi invece una “hard Brexit”: e le divisioni lacerano dall’interno sia i conservatori al governo che i laburisti all’opposizione.

Il piano di un accordo, elaborato dal governo britannico la settimana scorsa dopo una lunga trattativa, ha portato alle dimissioni di David Davis e Boris Johnson (rispettivamente negoziatore per la Brexit e Ministro degli Esteri), i quali sostengono una linea di distacco radicale dall’UE e di cambiamento profondo delle relazioni internazionali della Gran Bretagna. Non ci sono ad oggi i numeri per una crisi di governo, ma la debolezza dell’esecutivo britannico si è resa ancora più evidente.

Il problema dei rapporti tra Europa e Gran Bretagna non è certamente recente, affonda le sue radici nella storia secolare ed emerge ancora nelle sue contraddizioni e paradossi naturali con la nascita e lo sviluppo delle istituzioni europee: non si risolverà con una giornata di incontri tra policy makers e con qualche vertice internazionale. Tuttavia, aver chiesto l’opinione agli elettori su un tema così importante è stato un grande errore (di quelli che i politici impreparati ad interpretare il proprio ruolo fanno spesso): il rischio doveva essere calcolato con una valutazione più attenta delle forze in campo. Scriveva non casualmente Sun Tzu che “I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra“.

Il risultato è che la Gran Bretagna oggi non ha un piano accettabile per l’UE nè una strategia per uscire dalla UE conservando il consenso degli elettori nonostante la contrazione degli investimenti annunciata già pubblicamente da grandi gruppi industriali, come Airbus, Jaguar, Land Rover. Il piano della May, che vorrebbe tenere insieme l’unione doganale e la libera circolazione delle merci con una maggiore autonomia di scelta da parte del legislatore britannico, viola la logica stessa dell’Unione, che non permette agli stati membri di prendere solo le parti del mercato che piacciono e di rifiutare il resto: è allora forse da interpretare come una prima proposta, fatta per essere rifiutata ma allo stesso tempo per fare chiarezza sulla discussione, soprattutto all’interno della maggioranza guidata da Theresa May.

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