Venerdì 7 e Sabato 8 si svolgerà in Québec il 44° vertice del G7, il quinto consecutivo dopo la sospensione della Russia nel 2014. Al centro del dibattito i dazi commerciali americani e l’impatto della disputa USA-Cina sull’economia globale, nell’attesa che le due maggiori potenze mondiali raggiungano degli accordi che rasserenino le prospettive per tutti. Una maggiore chiarezza è necessario farla anche sul NAFTA: l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, è stato messo pesantemente in discussione da Trump.

La globalizzazione economica non solo non va più di moda, ma i suoi nemici giurati e ideologici sono passati dalle piazze ai posti di potere: a contestarla ora sono i membri più auterovoli del G7.

Gli importanti dati macro di Venerdì scorso hanno segnalato una crescita sempre più potente degli Stati Uniti (a maggio +223.000 posti di lavoro contro i 189.000 attesi e tasso di disoccupazione sceso alla cifra impressionante del 3,8%). Ciò incoraggerebbe la FED a seguire la strada di un terzo e anche di un quarto rialzo dei tassi di interesse entro quest’anno, dopo quello già avvenuto a Marzo e il prossimo giù sicuro. Il dollaro conseguentemente continua a rafforzarsi, anche se l’Euro ha mostrato qualche segnale di ripresa per la riuscita formazione del governo italiano: il mercato tira un sospiro di sollievo non perchè valorizzi l’accordo M5S-Lega, ma perchè questo allontana la minaccia di una vittoria netta dei populisti e antieuropeisti nella eventualità di elezioni anticipate.

La crisi politica italiana è al centro dell’agenda geopolitica mondiale e dell’attenzione dei mercati finanziari: il nostro indice perde vistosamente e soprattutto le banche sembrano scontare la paura di un possibile default tecnico conseguente ad un’eventuale vittoria populista e antieuro alle prossime elezioni politiche anticipate (che sembrano imminenti data la difficoltà del premier incaricato Cottarelli di rimediare una maggioranza qualsiasi in Parlamento).
Ciò avviene in un contesto di allentamento delle pressioni internazionali sulle trattative commerciali USA-CINA, che proseguono, nonostante alti alti e bassi e accuse e controaccuse (Trump ha dichiarato che i cinesi meriterebbero l’aumento dei dazi dato che hanno rubato la tecnologia americana, e tuttavia ha poi precisato che i colloqui proseguono sulla buona strada): di conseguenza anche il clima sulla Corea del Nord è più sereno.
Il petrolio è in caduta libera perchè Russia e Arabia Saudita sembra stiano aumentano la produzione per calmierare i prezzi, probabilmente in funzione antiamericana più che in risposta alla crisi venezuelana e iraniana (gli Stati Uniti sono ormai tra i primi produttori mondiali di petrolio con 11 milioni di barili al giorno): l’OPEC si riunirà il 22 giugno e in quella sede si capirà se tale politica avrà una larga approvazione e una maggiore concretezza.

Tutto secondo programma,ne avevo scritto già 11 giorni fa: Lega e M5S non hanno intenzione di governare se non sul fallimento chiaro e conclamato del Paese, e hanno costretto il Presidente della Repubblica ad una scelta obbligata che sperano possa accrescere il loro consenso nel paese: il populismo (cioè il pensiero comune) è come al solito alimentato da una spirale psicologica sadomaso (potenza e sottomissione) che caratterizza un Paese ricco ma debole, ormai sull’orlo di un fallimento economico che lo mette a rischio speculazione finanziaria.

Bisognava eliminarli prima, i fascio-cretini: la democrazia ha nella sua natura la perversione antisistema, ma nelle sue istituzioni trova pesi e contrappesi che possono tenerla in vita. Ora il pericolo è in una volontà popolare soggiogata dalla pazzia di un cambiamento distruttivo, di un ribasso delle aspettative che immagina un egualitarismo in una comune povertà, nella vittoria culturale del Lumpenproletariat.

Date queste premesse, la risposta politica alla deriva italiana è una sola e facilmente ricavabile dall’esame del nemico: non è necessario esporla quanto invece iniziare a maturare il dialogo concreto tra le forze democratiche.

EUR/USD rimbalza nella notte con un movimento rialzista fiacco, che dai minimi di ieri lo porta al livello di 1.17500. Poi, dall’inizio della sessione europea il prezzo rimane ingabbiato tra il 61.8 e il 23.6 del precedente movimento, ballando intorno al pivot centrale e non offrendo spunti per la mia operatività intraday.

Sul fronte macro, la pubblicazione dei verbali relativi alla riunione FED di maggio non ha gettato nuova luce sui piani di politica monetaria per quest’anno: scontato l’aumento dei tassi di un quarto di punto in agosto (il secondo), rimane in dubbio un terzo e un quarto intervento restrittivo.

Usa e Cina proseguono le trattative commerciali: tuttavia il presidente Trump ha espresso scetticismo sui progressi e si è dichiarato insoddisfatto dei risultati ottenuti fino a questo momento. Tali dichiarazioni hanno spaventato i mercati, già preoccupati per il dietrofront che ha reso incerto l’incontro tra il leader nordcoreano e il Presidente degli Stati Uniti previsto per il 12 giugno.

La propensione al rischio diminuisce e lo Yen recupera sul Dollaro, mentre il prezzo dell’oro torna a salire: anche i dati economici tedeschi, sotto le attese, e la situazione politica italiana, fanno la loro parte in questa fase di pausa di riflessione, se non ancora di ripensamento, delle scelte degli investitori.

Scorrendo gli editoriali dei maggiori giornali internazionali, impegnati a descrivere la ricerca del governo italiano attraverso l’accordo tra m5S e Lega, si ha l’impressione di riuscire a guardarsi meglio, di trovarsi di fronte ad uno specchio lucido e freddo.

L’altro da noi ci può analizzare senza autoinganno, e attraverso il gusto e l’interesse della malizia può valutare la bontà del nostro discorso e le possibili conseguenze del nostro operato: che sia un amico o un nemico, il nostro interlocutore è uno strumento inevitabile del rapporto con la realtà.

Ecco allora le parole che rimangono nella memoria perso il contesto nel quale erano state espresse e dimenticata la ragione aggressiva del giudizio pubblico: “allarme antisistema”, “instabilità”, “estremismo”, “avventura populista”.

Il Financial Times, indossati gli abiti di un’opposizione che in Italia ancora non esiste o non riesce a prender forma, titola addirittura: “L’Italia mostra come muore la democrazia liberale” citando a riferimento storico, forzato ma logico, la Repubblica di Weimar.

I mercati finanziari scontano questo giudizio e lanciano chiari segnali di sfiducia: i rendimenti sui titoli di stato sono aumentati sensibilmente nelle ultime due settimane mentre l’indice italiano perde punti importanti.

La prospettiva di una crisi dell’Eurozona e della moneta unica è tutt’altro che lontana. L’Italia non è la Grecia: se è vero che è troppo grande per fallire e che Germania e Francia non possono permettersi che ciò accada, è altrettanto vero che è troppo grande per essere salvata.

D’altra parte, il governo nascente parla già di emettere mini-bot che di fatto assumerebbero il valore di una moneta parallela e supererebbero l’Euro senza il bisogno di decidere l’uscita da esso (i trattati internazionali non possono infatti essere oggetto di referendum secondo la nostra Costituzione).

Cosa c’è di meglio di una crisi finanziaria e conseguentemente economica per accrescere il consenso dei populisti? Si ha l’impressione che questi vogliano tornare presto alle urne con una nuova legge elettorale, definitivamente maggioritaria, dopo un breve governo di spesa e di aumento del debito fuori da ogni disciplina di bilancio: il valore dell’Italia sarebbe allora giustamente rivisto al ribasso dal mercato e gli italiani ne pagherebbero il prezzo.