La proposta cinese di una “valuta globale” che sostituisca il dollaro come strumento di riserva, è di quelle che fanno politica, che cambiano la storia.
Non c’è da stupirsi quindi se, sulle prime, a Obama non sia piaciuta: al di là della difesa degli interessi americani, inevitabilmente legati a quelle del gigante asiatico, al neopresidente penso non piaccia soprattutto essere superato sul terreno dell’innovazione, cioè nella capacità di prevedere e preparare il futuro. Ma soltanto l’inerzia politica dell’Europa può rassicurarlo, invece il resto il mondo si muove, dimostrando la necessità di una partecipazione al potere mondiale.
Che tristezza mi viene se penso all’Italia, che in questi giorni è concentrata anzi nella riscoperta del medioevo religioso (legge sul testamento biologico) e localista (la legge leghista sul federalismo).
La proposta cinese di una “valuta globale”
Panebianco e il Dr. Manhattan
Un’articolo sul Corriere della Sera, firmato dal politologo Angelo Panebianco, sembra voler imporre a tutti il pregiudizio della prossima fine dei diritti umani e della democrazia politica, che si suppongono intrinsecamente legati al destino dell’Occidente, e alla deriva americana, tanto da seguirne l’inevitabile parabola. L’infondatezza della previsione è connaturata però alla polemica politica in quanto essa, contro la realtà della fine di un impero e dell’inizio di una nuova era – forse peggiore, forse uguale, magari migliore della precedente, ma la morale qui è indiscutibile – usa le armi della menzogna e, da sempre funzionale alla reazione conservatrice, della paura del diverso.Non ci sarebbe da stupirsi nel notare che oggi i liberali vanno a braccetto con i fascisti!
Un film al cinema, tratto dall’omonimo fumetto “Watchmen”, rappresenta bene la situazione. Decostruendo il buonista mito americano, smascherando i suoi eroi fallimentari, usando gli strumenti della farsa per scoprire la tragedia dell’ipocrisia occidentale, esso richiama un’altra supposizione e l’eterno pregiudizio, il male necessario e la violenza connaturata all’essere umano. Qui il protagonista Dottor Manhattan deve salvare la terra dalla minaccia della apocalisse atomica derivante dalla guerra fredda contro i sovietici, e naturalmente dati i nobili fini non può permettersi sentimentalismi di fronte al nemico, e neanche di fronte all’amico riluttante: Tutti possono essere uccisi in nome di una causa più alta, di una definitiva pacificazione universale: è nello stato delle cose (la tipica “ragion di stato” occidentale), che la violenza si combatte con la violenza. Quando è dimostrato che non c’è altro modo per arginare il caos, dove è evidente che tutti siano portatori di uno stesso male, l’unica possibilità di salvezza sta nell’ingannare la bestia, nell’imprigionarla in uno schema di società perfetta, dove il bene e il male diventino riconoscibili benché falsi, dove i diritti e i doveri emergano chiaramente benché rimangano impunemente disapplicati, dove la rappresentazione fantastica offerta dai mass media prevalga sulla verità dei fatti e delle opinioni, dove la giustizia si nutra della vendetta della pena di morte
Ecco allora il fantomatico Occidente di Panebianco, portatore di civiltà, che contrasta eternamente il fantomatico barbaro invasore, con tanti saluti a qualsiasi politologia, risucchiata in una quotidiana mera pubblicistica sempre uguale a se stessa, e alla politica, che invece di costruire la libertà di tutti abdica sempre al potere di pochi.
Il manifesto del PD che vuole il “sostegno alla povertà”
Da qualche giorno gira sui muri delle città questo manifesto eloquente. Il Partito democratico vuole il sostegno alla povertà!
Davvero questo può essere il tragico fine di una politica della sinistra? Sostenere la povertà? Non invece combatterla e espellerla dalla storia?
Non vi affrettate a correggermi, a spiegarmi che in fondo si tratta sicuramente di un semplice, forse stupido, errore di comunicazione! Io non ci credo agli errori! Per me tutto ha un senso, spesso una spiegazione profonda.
Questo “errore”, ad esempio, è più che rivelatorio della natura mostruosa del PD, un’unione tra comunismo e cristianesimo che non poteva che risolversi nel francescano amore per la povertà…Forse sarebbe quindi meglio definirlo un “orrore”.
Contro Krugmann e per Obama
L’articolo del premio nobel Paul Krugmann, che ho potuto leggere nella traduzione italiana apparsa oggi su Repubblica, affronta il precoce fallimento dell’amministrazione americana, guidata da Obama, nel contrasto della crisi economica. L’analisi economica è ovviamente esatta, mi permetto di confutarne invece le conseguenze politiche dedotte.
Se infatti il dato della disoccupazione è indubitabilmente preoccupante (e non solo negli Stati Uniti), altrettanto evidente è il continuo forte consenso di cui Obama gode nel suo paese e in tutto il mondo occidentale, nonostante la crisi economica galoppante. Non è questa infatti a determinare – capisco se gridate allo scandalo di fronte a tale affermazione – il supporto dell’opinione pubblica, ma ad esempio – ora invece vi troverei incoerenti se gridate alla banalità – l’ultima radicale scelta di reinvestire fortemente sull’utilizzo di cellule staminali embrionali – dopo che Bush le aveva tenute utilmente “congelate” – che rappresenta anche l’ultimo esempio di una strategia politica generale non più centrata per l’appunto sull’economia, e già oltre la crisi del Capitalismo.
La società ritrova dunque le ragioni della sua esistenza altrove? Non esageriamo! Però è vero almeno che Obama fa il massimo del progressismo oggi possibile, cioè fa di necessità virtù.
Detto altrimenti, siccome la crisi economica è tale da non poter essere affrontata realisticamente in modo che finisca da dove era cominciata, il Presidente si preoccupa il più possibile di altro, di ciò che fino ad oggi è stato al massimo collaterale alla politica e che invece dovrebbe essere la sua forza vitale.
Se ne faccia una ragione, il grande economista, che il mondo non si salva con i numeri!
Sì al reddito minimo di cittadinanza!
Il “reddito minimo di cittadinanza” da ieri è legge nella Regione Lazio, mentre a livello nazionale il PD di Franceschini propone la misura simile di un “assegno di disoccupazione” per fronteggiare la crisi economica e l’ondata di disoccupazione conseguente.
Siamo di fronte a due buone notizie: la prima si concretizzerà in un assegno di 530 euro ai laziali disoccupati, inoccupati e precari con redditi inferiori ai 7.000 euro; la seconda, oltre ad aver concesso all’opposizione parlamentare di aprire per la prima volta un fronte offensivo contro il governo, potrebbe indurre questo ad intervenire concretamente nella tutela sociale dei cittadini più esposti alla povertà imminente (ammettendo, tra l’altro, implicitamente, il fallimento dell’operazione mediatica infame della social card).
Perché diventino però due “indiscutibili” buone notizie c’è bisogno dell’iniziativa delle forze della sinistra, in due direzioni. La prima nel sostegno di una idea di cittadinanza che richiede una condivisione delle risorse sempre e comunque, e non solo quando c’è una crisi economica destabilizzante; la seconda nella conseguente critica della natura emergenziale e non strutturale dei provvedimenti anticrisi proposti dal PD e dal PDL. C’è bisogno cioè che prevalga la cultura dell’uguaglianza dei cittadini su quella opposta della carità interessata dei più ricchi nei confronti dei più poveri.
Come si vede, insomma, la sinistra non ha più il compito antistorico di inventare proposte alternative in un panorama politico che suo malgrado va da tutt’altra parte. Ormai, invece, il segno dell’Occidente capitalista è dato dagli Stati Uniti che nazionalizzano le banche! Lo sforzo allora che bisogna fare oggi per differenziarsi dalla destra è precipuamente culturale, e include l’elaborazione di un nuovo modello di sviluppo, proprio perchè il vecchio che si sta disfacendo ha fallito la realizzazione del benessere promesso a tutti.
La sinistra alla deriva italiana
È un fatto evidente, che la Prima Repubblica abbia trovato il suo superamento nella crisi dei partiti fondatori, nell’esaurimento di una spinta propulsiva democratica mossa dall’antifascismo e perciò più forte di quelle diverse appartenenze ideologiche costituenti il passato necessario pluralismo politico.
È indiscutibile l’individuazione di un punto di frattura da cui nasce la Seconda Repubblica, con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario.
Però è complessa l’analisi delle rispettive ragioni storiche.
Ed è invece è del tutto priva di fondamento l’ipotesi che un ritorno di partiti organizzati ideologicamente freni, sic et simpliciter, la deriva italiana.
Certo invece è che il collante principesco, messo in atto con successo naturale da parte della destra, e tentato ma fallito da parte della sinistra (non potendo per nessuna ragione considerare Di Pietro parte di questo campo), determina un ripensamento delle forme di rapporto e di riconoscimento reciproco tra eletti e elettori che costituiscono la normale vitalità democratica.
In questo quadro mi chiedo il senso politico delle spinte centrifughe che agitano il costretto bipolarismo italiano; cioè, per intenderci, cerco di capire le mosse dei Pisanu da una parte e dei D’Alema dall’altra, sperando magari che anche dalle mie parti , in quella sinistra non rappresentata nelle istituzioni, si ritrovi il gusto della prospettiva e la conseguente capacità di ricollocarsi nel panorama politico…o, che è egualmente saggio, che si preveda e si proponga un vero big bang.
Ricominciamo
Mentre rifletto sulle ultime azioni del governo Berlusconi, tentando di comprenderne il fine e il senso, rimango inevitabilmente attratto dal problema opposto, quello appunto dell’assenza dell’opposizione. Tale scivolamento del pensiero è determinato certo dalla mia naturale tendenza di legare l’analisi all’azione – cioè, in altri termini, dalla richiesta che faccio a me stesso di non abbandonare la possibilità, sempre valida, dell’impegno contro la destra – però è soprattutto il tentativo, meno banale, di iniziare un discorso più profondo sulle ragioni di Berlusconi, cioè sulla
presunta impossibilità di radicare in questo paese la democrazia, e quindi di far vivere la poltica sul suo terreno privilegiato, quello della dialettica, dello scontro o della mediazione tra idee diverse. Il Partito Democratico ha fallito su questo terreno la sua sfida (ammesso e non concesso che fosse davvero la sua sfida), e Berlusconi non fa altro che cavalcare la l’antipolitica dominante.
Di conseguenza, ciò che oggi ci rimane nel centrosinistra è un campo di forze varie, e avariate, che hanno come minimo comun denominatore la necessità di galleggiare ancora un po’ nel mare di merda che sommerge questo paese, e la speculare assoluta incapacità di tratteggiare una prospettiva strategica per il futuro non solo proprio ma di tutti: cioè in fondo un concerto di antipolitica che suona la stessa musica di Berlusconi senza avere però la stesso grinta, gli stessi mezzi, la stessa consapevolezza.
La verità profonda è che tutti ci siamo rassegnati all’ideologia dominante del “tanto non cambia mai nulla”. E abbiamo voluto vedere a Napoli negli ultimi anni la sua dimostrazione, con tanti saluti ai Saviano di turno, lasciati soli e scappati all’estero.
L’indifferenza è la vera cifra del nostro paese. Ecco perché siamo di nuovo al fascismo!
Ribelliamoci invece a chi toglie la speranza del cambiamento. Riaccordiamoci con la politica del rifiuto e non con il rifiuto della politica, ricominciamo a dire dei no alla deprivazione della democrazia e riscopriremo anche le ragioni della sinistra.
L’ultimo appello
Pubblico qui sotto l’appello, sottoscritto da alcune riconoscibili personalità della sinistra italiana al fine di presentare una lista unitaria alle prossime europee, tentando di spiegarne innanzitutto le ragioni politiche intrinseche, e senza lasciarmi coinvolgere in prima battuta dalla volontà di schierarmi pro o contro di esso.
Ovviamente posso solo intuire le dinamiche che hanno portato così improvvisamente alla manifestazione di una tale preoccupazione democratica (fino a poco tempo fa era impossibile pensare ad una proposta di unificazione delle forze partitiche che si chiamasse semplicemente “Per la democrazia”), dato che non mi è concesso invece di visitare dall’interno le teste dei promotori.
Però la strumentalità dell’operazione è evidente e mi permette quindi di poter ricavarne le premesse intellettuali dagli effetti concreti e visibili, cioè dalla necessaria e prossima conseguenza.
In sintesi estrema, quando questo ennesimo tentativo di unità si rivelererebbe infondato, Vendola potrobbe finalmente avere l’assist atteso per smarcare se stesso e il suo Movimento dalla lista che i suoi stanno preparando insieme a Sinistra Democratica, ai Verdi e ai Socialisti, e che non convince, come l’appello dimostra, una larga parte della sinistra alla quale vorrebbe rivolgersi (una firma come quella di Pietro Ingrao è certamente molto rappresentativa). È evidente infatti che molti nell’area che ruota intorno al governatore della Puglia preferirebbero saltare il giro delle prossime elezioni europee, per evitare una prova dalla qual potrebbero uscire, a causa dello sbarramento, se non definitivamente sconfitti, inequivocabilmente ridotti ad una appendice di Sinistra Democratica, che è la forza che avrebbe più chances di di piazzare ai primi posti, eletti o meno, i propri candidati.
Fin qui solo politicismo! direte magari voi..ma non manca nell’appello il doveroso omaggio a quella società civile che la sinistra, quella vera, dovrebbe ricostruirla, e forse la ricostruirà.
Democrazia in pericolo: appello per una lista unica della sinistra
La democrazia italiana è in pericolo. La legge sulla sicurezza voluta dalla maggioranza ha privato dei diritti fondamentali più elementari – alla salute, all’alloggio, ai ricongiungimenti familiari, alle rimesse alle famiglie dei loro guadagni – centinaia di migliaia di stranieri che vivono e lavorano in Italia. Sta per essere varato un federalismo che dividerà l’Italia tra regioni ricche e regioni povere, rompendo, di fatto, il patto costituzionale dell’uguaglianza sul quale si è retta fino ad oggi l’unità della Repubblica. Nel pieno di una crisi economica, la cui gravità non ha precedenti, il governo ha perseguito la rottura dell’unità sindacale e l’emarginazione del sindacato più rappresentativo. Strumentalizzando l’emozione per il dramma di Eluana Englaro, il Presidente del Consiglio ha aperto uno scontro istituzionale con la magistratura e con il Presidente della Repubblica; ha provocato una spaccatura del paese sui temi della laicità dello Stato, della dignità della persona e della sua autodeterminazione; ha tentato di rompere gli equilibri istituzionali, minacciando di rivolgersi direttamente al popolo per cambiare la Costituzione qualora non sia riconosciuto il suo potere illimitato e incontrollato quale incarnazione della volontà popolare. Paura, razzismo, odio per i diversi, disprezzo per i deboli, infine, sono i veleni quotidianamente iniettati nella società dalle politiche e dalla propaganda del governo quali fonti inesauribili di consenso.
Una simile emergenza costituzionale rende insensate le attuali divisioni della sinistra, le quali rischiano, in presenza dell’attuale sbarramento del 4% alle prossime elezioni, di provocarne la definitiva irrilevanza. C’è d’altro canto uno specifico fattore di crisi della democrazia che, congiuntamente alle vocazioni populiste dell’attuale maggioranza, sta determinando il collasso della democrazia rappresentativa: la crescente occupazione delle istituzioni pubbliche da parte dei partiti e la sostanziale confusione dei secondi con le prime. Ne è conseguita la trasformazione dei partiti, da luoghi di aggregazione sociale e di elaborazione dal basso di programmi e di scelte politiche, in costose oligarchie costantemente esposte alla corruzione e al malaffare. Solo l’introduzione, purtroppo inverosimile, di una rigida incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali, cioè tra rappresentati e rappresentanti, sarebbe forse in grado di restaurare la distinzione e, con essa, il rapporto di rappresentanza e di responsabilità dei secondi rispetto ai primi, e così di restituire i partiti, quali organi della società anziché dello Stato, al loro ruolo costituzionale di strumenti della partecipazione dei cittadini alla vita politica.
Le prossime elezioni del Parlamento europeo offrono tuttavia alle forze disgregate della sinistra un’occasione irripetibile per mettere in atto questo principio e, insieme, una prospettiva di superamento delle loro attuali divisioni. Non si tratta di concordare alleanze, o coalizioni o fusioni di gruppo dirigenti. Si tratta di chiedere ai partiti della sinistra di rinunciare a presentare proprie liste e, più semplicemente ma ben più efficacemente, costruire una lista unitaria della sinistra, “Per la democrazia”, dalla quale restino esclusi i dirigenti dei partiti, che pure sono invitati a promuoverla insieme al più ampio arco di forze e movimenti della società civile. Una simile lista varrebbe a dare voce e rappresentanza ad un’ampia fascia di elettori – non meno del 10% dell’elettorato – che non si riconoscono nel Partito democratico e neppure nei tanti frammenti alla sua sinistra, dalle cui rivalità interne e dalle cui competizioni e rivendicazioni identitarie risulterebbe tuttavia al riparo. E, soprattutto, essa varrebbe – in un momento come l’attuale, di pericolosa deriva populista, razzista, autoritaria e anticostituzionale del nostro sistema politico – a riaffermare, nel nostro paese, l’esistenza di una forza democratica e di sinistra, intransigente nella difesa della Costituzione e dei suoi valori di uguaglianza, di libertà e di solidarietà.
Mario Agostinelli, Alessandra Algostino, Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Pasquale Beneduce, Maria Luisa Boccia, Michelangelo Bovero, Paolo Cacciari, Lorenza Carlassarre, Bruno Cartosio, Luciana Castellina, Marcello Cini, Maria Rosa Cutrufelli, Giorgio Dal Fiume, Claudio De Fiores, Donatella della Porta, Ornella De Zordo, Alfonso Di Giovine, Peppino Di Lello, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Angelo D’Orsi, Ester Fano, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Pino Ferraris, Lia Fubini, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paul Ginzburg, Marina Graziosi, Pietro Ingrao, Cristiano Lucchi, Giulio Marcon, Alfio Mastropaolo, Tecla Mazzarese, Roberto Musacchio, Alberto Olivetti, Guido Ortona, Valentino Parlato, Valentina Pazzè, Mario Pianta, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Alessandro Portelli, Enrico Pugliese, Carla Ravaioli, Rossana Rossanda, Cesare Salvi, Francesco Scacciati, Pierluigi Sullo, Ermanno Vitale, Aldo Tortorella, Danolo Zolo, Grazia Zuffa
Le dimissioni di Veltroni
Il discorso di dimissioni di Walter Veltroni da primo, spero anche ultimo, segretario del PD, mette bene in luce non solo le caratteristiche dell’uomo ma anche quelle del partito, le sue qualità umane come figura di un progetto collettivo.
Non sono alla ricerca di un capro espiatorio, utile a consolare tutti quelli che si contrappongono, ancora inefficaci e talvolta stolti, alle vittorie di Berlusconi. Un pò di accentuato livore dovete però concedermelo, contro chi ha consegnato Roma ad Alemanno e ha concordato lo sbarramento elettorale ai danni della sinistra. E comunque è davvero difficile resistere alla tentazione di attaccare duramente quell’insolente patetico inno alle proprie colpe che Veltroni ha alzato a mo’ di scudo della propria irresolutezza e incapacità politica ; è impossibile non smascherare quell’incredibile faccia tosta che ha dichiarato di portare su di se anche responsabilità altrui (come fosse un novello Cristo in un’altra missione finita male); è umano sbeffeggiare quella indignitosa operazione di trasfigurazione dei propri – invece degni – autisti, poliziotti, collaboratori, segretarie, in discepoli onorevoli di un mastro pure incompreso e maltrattato; è doveroso rifiutare quella malsana involuzione proposta di un partito che non è più caserma di infelici militanti infervorati dalla predica di una terrena ideologia, ma che è Chiesa di ambiziosi pretuncoli disinteressati alla religione ma sparsi sul territorio in cerca di potere.
Arrogante in realtà Veltroni, che ha fatto un comizio su di se, evitando la analisi politica, degli errori, della sconfitta in Sardegna, della crisi del centrosinistra e della sinistra, e delle possibilità di futuro del paese; e che ha perfino tentato di delineare anche il ritratto di un suo possibile successore (…un’altra generazione…il territorio…ma chi è dillo…il fratello di Montalbano?).
E soprattutto inutile Veltroni, nella considerazione che non ha fatto di una oggettiva dinamica politica che rifiuta il nulla del Partito Democratico e addirittura gli preferisce le debolezze di identità sorpassate, la socialdemocrazia e il cattolicesimo democratico.
Bertinotti e D’Alema
L’occasione era la presentazione del libro di Fausto Giordano, “Nessun Dio ci salverà”, ma l’incontro di ieri tra Bertinotti e D’Alema, aveva il sapore forte di una improrogabile discussione politica, sulla sinistra italiana, sulla sua sconfitta, sulle divisioni passate e i possibili accordi presenti, e insomma sulla necessità di rimettere in agenda un programma comune per battere la destra, in Italia, in Europa.
Il resoconto particolareggiato non spetta a me farlo: non sono, per mia fortuna, un giornalista (dunque leggete i giornali!).
E non voglio neanche prendere partito, ancora rimarcare i passati torti e le invariabili ragioni della sinistra cosiddetta riformista e di quella cosiddetta radicale, per ridefinirmi magari in base alle solite e inutili categorie passate, o per consolarmi nell’indifferenza alla attuale realtà politica italiana, dominata invece dalla destra.
Mi interessa invece riprendere il filo di un discorso troncato con la sconfitta elettorale: quello della innovazione culturale (preferirei il termine trasformazione, ma forse è troppo ambizioso) nella idea della sinistra, cioè di un progetto politico alternativo a quello che ha condotto alla restaurazione capitalistica degli ultimi decenni, e capace di esercitare su esso una forza uguale e contraria; quindi di ricominciare a parlare nuovamente al paese intero, e non solo a pochi eletti (evito per grazia di scrivere “blocco sociale”); quindi di perseguire una ostinata ricerca di una nuova radicalità, non più comunista, e tuttavia capace di tessere una nuova egemonia, altrettanto immaginifica e altrettanto concreta. Mi interessa cioè l’uscita da un ripetitivo meccanismo ideologico, non solo antipolitico ma anticulturale, che, se non contrastato, porterebbe a ricostruire una sinistra, un centro-sinistra, o comunque un’opposizione alla destra, già vecchia.
Non si tratta di discutere le alleanze, le forme dei partiti, i loro dirigenti; ma di scegliere di giocare la partita sul terreno più difficile, quello delle idee e delle strategie di lungo periodo. Su questo terreno sono scesi ieri Bertinotti e D’Alema, meritoriamente. Ma non sarebbe saggio limitarsi e affidarsi a loro per ricostruire la sinistra europea. Bisogna guardarvi oltre, facendo tesoro delle loro cultura, delle loro esperienze, e delle loro sconfitte.



















