Il PD doveva essere il partito più innovativo tra tutti i nuovi partiti italiani, per forma organizzativa e contenuti ideali: si è rivelato invece la brutta copia dei due partiti dominanti la Prima Repubblica, ereditando di quelli il male che era tanto e dimenticando il bene che pure c’era. La rivoluzione renziana si è rivelata una parentesi, e doveva essere ben altro. Ora l’ennesima “appassionante” fase congressuale vede fronteggiarsi nient’altro che personaggi secondari, perché in fondo la inevitabile vittoria di uno di loro non si potrà che tradurre nella gestione di una ennesima fase di transizione verso qualcos’altro, oltre il PD: oltre il passato, oltre il futuro, insomma oltrismo ad oltranza…Beh, ma che cosa volete? I politici di questi tempi non sono mica filosofi! Però purtroppo non sono neanche economisti! Cosa sono? Organizzatori sociali? Venditori, forse?…Vincerà Zingaretti (a me piacerebbe invece Giachetti, che però non sarebbe capace di vincere neanche un referendum tra i parenti). Me lo ricordo bene, Zingaretti, quando era segretario della federazione di Roma dei DS: anche io bazzicavo/militavo/lavoravo da quelle parti. Si tratta di un tipo tosto, che sa aspettare il momento giusto per candidarsi ad una vittoria certa, per contro non ama invece combattere quando non può vincere (insomma è un anti-Renzi in tutto e per tutto). Si tratta del tipo giusto per…Per cosa?…Per cosa? Vi prego ditemelo, perché non ci arrivo…Per rifare i DS? O meglio ancora il PDS? E magari anche l’Unione?…C’è poco da fare, quando la Storia non va avanti vuol dire che sta andando indietro, ferma mannaggia a lei non riesce proprio a stare.

Sono passati quasi tre anni dal referendum che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, la cosiddetta Brexit. In un tempo che si vorrebbe veloce, iperconnesso e tecnologicamente avanzato, la storia che ha reso il secolo scorso “breve” sembra essersi invece arenata, spiaggiata alla fine del mondo, davanti ad un mare ignoto e pericoloso che nessuno ha più il coraggio di solcare. Infiniti dibattiti, proposte e controproposte, analisi economiche e politiche, si sono rincorsi in un girotondo che non ha portato da nessuna parte: siamo allo stesso punto di partenza e ancora tutte le opzioni sono percorribili: uscita con accordo, senza accordo, non uscita, nuovo referendum. Si avvicina la data di primavera nella quale la Brexit scatterà per legge, ma non importa, si può ignorare anche quella. Quando non si muove nulla, che senso ha rispettare una legge?

E improvvisamente ci accorgiamo che i numeri calcolanti i costi economici negativi e gli inutili voti popolari, valgono poco: ogni tecnica è serva dell’uomo, che soltanto si illude di sottomettervi. Ma l’uomo filosofo dov’è? Esiste un’idea che ci costringa in mare per andare incontro al futuro che dovremmo ancora scoprire? I cosiddetti sovranisti, che altro non sono che fascisti mediocri, violentano e uccidono ogni speranza (ma non sarebbe meglio eliminarla la parola speranza, per costruire la nostra Alphaville?), ma non assicurano neanche un governo. E allora?

L’Europa è il problema, da sempre. “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”: questa frase non fu mai pronunciata da Kissinger, per questo è drammaticamente vera, come il famoso motto machiavelliano.

Se l’Europa esisterà nel prossimo futuro, allora la Gran Bretagna, il mondo, tutti si dovranno accordare con essa: oggi è solo un fantasma ricco, con una eredità importante che sta per essere divisa e distrutta.


I titoli dei giornali sono ogni volta gli stessi, quando si avvicinano le elezioni di midterm americane: si scrive che assomiglino ad un referendum sull’operato del Presidente, giunto ormai a metà del suo mandato. Ed è questa in effetti  la realtà voluta dai fondatori di una Repubblica democratica, che però deve essere forte e decisionista come una monarchia assoluta, all’altezza della sua missione pubblica, “divina”.  Un perfetto sistema di check and balance che funziona perché è sostenuto da un’identità di popolo, creduto e scelto da secoli da una comunità politica composta di diversità religiose, razziali e sociali. Non ci sono mai state sorprese dal dopoguerra ad oggi, tranne una volta, nel clima straordinario del post 11 settembre: le elezioni di midterm il Presidente “deve” perderle. Sarà così anche stavolta, nonostante la popolarità di Trump e la confusione ideale e pratica del partito di opposizione, il partito più “antico” del mondo.

La Camera e il Senato, ora entrambi a maggioranza repubblicana, si divideranno i compiti, per controbilanciare il potere di un Presidente iperattivo sulla scena internazionale: la Camera, che rinnova tutti i suoi membri, avrà una maggioranza democratica. Una sorpresa sconvolgerebbe senz’altro i mercati, preoccupati dall’aggressività trumpiana dimostrata con la guerra commerciale ad una Cina che non può frenare comunque la sua ascesa verso la vetta dell’economia più forte del mondo. Teoria dei giochi. Non ci sono più opzioni sul tavolo: se al prossimo G20 i Presidenti non dovessero accordarsi in qualche modo, l’estensione del protezionismo arriverebbe al punto di minacciare il commercio internazionale e quindi la stessa funzione amercana di guida liberista di un mondo aperto e espansivo.

Ieri, Google e Amazon hanno comunicato risultati inferiori alle aspettative e il mercato, che ha da tempo bisogno di stornare dai massimi storici raggiunti, ha preso questa come un’altra occasione di sell-off. Finalmente vediamo anche un trend al rialzo dell’oro, fedele compagno dei momenti difficili e incerti. Draghi, ancora ieri, ha confermato la fine del QE per dicembre ma non ha dichiarato e neanche prospettato una politica monetaria maggiormente restrittiva per l’anno prossimo: il rischio Italia è sullo sfondo e richiede cautela e opzioni aperte.

Il protezionismo non aiuta certo la zona euro, stremata dalle tensioni politiche populiste sfociate in Brexit e debito italiano, che dai dati macro mostra ancora debolezza e necessità di stimoli monetari. Il Presidente BCE ha richiamato non a caso i paesi membri ad attuare quelle riforme che rafforzerebbero la domanda interna, dato che il ritmo di crescita è inferiore alle attese, e si è detto quindi fiducioso rispetto ad un accordo tra governo italiano e Unione Europea. Sul fronte dei negoziati con la Gran Bretagna, invece, le novità non ci sono e ciò vuol dire che è sempre più probabile il mancato accordo, con la conseguenti dimissioni di Theresa May che aprirebbero ad uno scenario diverso di una possibile vittoria dei laburisti sovranisti di Corbyn in contemporanea con un simile cambio di rotta politica anche nel panorama europeo (si vota a maggio prossimo per il rinnovo del Parlamento).

Ad aumentare la tensione internazionale, è arrivata anche la notizia del ritiro americano dagli accordi INF (disarmo nucleare), peraltro continuamente violati dai russi: non stupisce e si inserisce nel quadro di una politica estera americana sempre più rischiosa e aggressiva.

La settimana scorsa il dollaro si è apprezzato in maniera significativa contro le altre principali valute non legate alle materie prime, in conseguenza dell’ansia legata alla situazione politica europea e all’aumento annunciato del deficit italiano e in concomitanza con il rialzo dei tassi di interesse da parte della FED. I dati macro americani restano molto positivi (pil al 4,2%) e il mercato non fatica ad apprezzare correttamente le previsioni ottimistiche già fatte, mentre attende i NFP di venerdì prossimo per confermare o smentire il trend al rialzo della divisa statunitense. Il livello importante dei 95.500 del dollar index è quello da monitorare per valutare una possibile estensione dei prezzi verso il superamento decisivo dello stesso. L’area euro, da par sua, mostra segnali di debolezza dell’inflazione e di incertezza politica (Brexit, populismo, antieuropeismo).

Il dollaro canadese è salito fortemente venerdì, dopo che il dato sul pil ha battuto le previsioni e in vista di un possibile aumento dei tassi ad ottobre: ma la situazione della divisa è ancora incerta perché lo è altrettanto il persorso di revisione del NAFTA (concluso l’accordo con il Messico, continua il braccio di ferro tra Trump e Trudeau).

Il petrolio è salito invece sulla notizia della riduzione dell’acquisto cinese di petrolio iraniano (entreranno in vigore a novembre le sanzioni statunitensi), invece l’oro ha subito il rialzo del dollaro e non riesce a soddisfare le attese degli operatori che lo vorrebbero rivedere almeno sopra ai 1210, a svolgere quel ruolo di luogo sicuro contro le tempeste autunnali.