La Turchia è da sempre un paese di confine tra Oriente e Occidente, un elemento geopolitico centrale per capire il mondo che stiamo vivendo: dopo essere stato un alleato importante dell’America e un potenziale nuovo membro dell’Unione Europea, oggi è chiaramente una dittatura che guarda al blocco eurasiatico guidato da Cina e Russia e stringe alleanze strategiche con i paesi arabi e gli estremisti islamici.

Grazie al colpo di stato del 2016, che avrebbe dovuto porre fine al suo potere, Erdogan ha potuto reprimere il dissenso e modificare la costituzione turca per concentrare nelle sue mani l’intero sistema politico: in questo clima la vittoria delle elezioni anticipate di domenica scorsa non ha potuto che certificare quanto già deciso. Finisce di fatto il regime parlamentare e il Presidente rieletto può oggi emanare leggi per decreto (abolito il Presidente del Consiglio), dichiarare lo stato d’emergenza e forzare a suo comodo nuove elezioni. Gli avversari politici tra i magistrati, gli studenti, gli insegnanti, i giornalisti, sono già tutti in galera. L’educazione religiosa islamica ha un ruolo sempre più cruciale nell’organizzazione del consenso.

Erdogan governa dal 2003, ha presieduto un forte boom economico che deve fare però i conti con i limiti strutturali di un’economia squilibrata, un’inflazione a due cifre, una moneta debole e un segnale di rischio fallimento sempre acceso. La trasformazione della Turchia in un “one-man regime” consentirà sul breve periodo di tenere sotto controllo la situazione politica, di capitalizzare il consenso raccolto, ma indebolirà ancor di più le prospettive di crescita e sviluppo e allontanerà dal paese gli investimenti stranieri soprattutto occidentali.

La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che siano state le politiche di Erdogan a causare i problemi strutturali: i tassi di interesse troppo bassi a fronte dell’inflazione galoppante hanno da una parte favorito il finanziamento sul mercato interno ma hanno anche costretto a scappare gli investitori stranieri in un contesto di inflazione fuori controllo e crescente deficit delle partite correnti. La banca centrale turca non ha una reale autonomia dal governo politico e ne avrà sempre meno (secondo quanto dichiarato dal Presidente stesso in campagna elettorale): questo è ciò che preoccupa di più gli analisti e gli investitori.

Il problema più immediato è l’enormità del debito turco, principalmente in dollari, il quale, se poteva essere sostenibile in un periodo di esagerata liquidità, oggi con la Federal Reserve che alza i tassi e la valuta turca che non ha margini per sostenere la pressione, diventa un cappio sempre più stretto. La crescita a debito non può diventare eterna neanche in Turchia, e con buona pace di ogni riuscita repressione politica, anche Erdogan dovrà fare i conti con la realtà di un mondo più grande di quello che, grazie al cielo, possa controllare.

Il risultato elettorale dei ballottaggi certifica la disfatta del PD e l’assenza di una proposta alternativa all’avanzata populista e illiberale che sta segnando il declino della democrazia occidentale: lo specchio della Turchia, dove Erdogan ha ottenuto meno limiti al suo potere, ci riflette in un’aspetto poco attraente che non sostiene più la veste del modello diffusivo e espansivo caratterizzante l’Europa e l’America post guerra fredda, quella ormai logora speranza di un nuovo illumismo mondiale e di un’internazionalismo politico irreversibile, pacifico, competitivo e sociale. La kantiana ispirazione alla “pace perpetua” è stata sostituita nei discorsi intellettuali dal senso di impotenza di fronte all’inevitabile sconfitta dei progetti innovativi: si confonde ormai il realismo con la reazione, fino ad individuare in Putin e Trump i soggetti spieganti non tanto la crisi di una identità progressista ma la realtà di una naturale identità primitiva.

I temi del nazionalismo, del protezionismo, del razzismo, formano un unico concetto di paura, di reazione alla modernità: la volontà popolare è sempre meno mediata, filtrata dalle istituzioni pubbliche, dal concetto di bene comune. Il risultato è un allineamento verso il basso della civiltà, un medioevo tecnologico.

Di fronte alla sfida della reazione, è urgente costruire un fronte progressista e internazionalista, che metta al centro dell’agenda politica il tema dell’Europa unita, sociale, liberale. In Italia non c’è altro da fare che questo, è un problema di spazio pubblico, di geografia politica: non esistono opzioni diverse dalla realizzazione di un progetto che occupi il vuoto lasciato dalle forze populiste, prima che questo diventi un buco nero dal quale apparentemente sia impossibile uscire. Unirsi contro il nemico comune, sostenere chiunque abbia la possibilità di vincerlo, uscire dall’isolamento di un’opposizione sterile e provincialista. Non è più il tempo di identificarsi con il passato, con vecchi schemi mentali a fallimentari pratiche di azione: o siamo parte della soluzione o siamo parte del problema.

 

La maturità, o una precoce e benvenuta vecchiaia, non riesco a vederla nel cambiamento del mio corpo, che immagino ancora giovane benché oggettivamente debba essersi logorato quel tanto che giustifichi il superamento ormai consolidato della resistenza quarantennale. La diversità che vedo è in una ricerca mentale opposta, in una prospettiva diversa, nel passato che diventa più pesante del futuro, nella inutilità di accettare compromessi. Ciò che oggi assomiglia di più ad un mio obiettivo di vita e ad una conseguente disciplinata strategia di rapporti sociali e professionali, è dunque un’alleggerimento delle posizioni (ideali e pratiche), una rinuncia alla maggioranza delle persone inutili e ai lavori forzati, una indifferenza per il consenso pubblico e addirittura una volontà quasi maniacale di piacere a non altri che a me stesso. Forse invecchiando si diventa egoisti, ma scoprendo che lungi dall’essere cattiveria è l’unica via percorribile per soddisfare anche gli altrui egoismi; e forse, maturando, la grazia la scopriamo nella accettazione invece che nell’ostinazione, nella capacità di dire “basta” invece che “ancora”, nella forza di fare silenzio e ascoltare se stessi prima di parlare, nel valore riconosciuto dei pochi invece che nell’arroganza ignorante dei molti.

Le relazioni politiche rappresentano la massima espressione dei rapporti sociali tra esseri umani, si muovono nello spazio e nel tempo a causa di interessi economici, pregiudizi culturali, paure più o meno giustificate, analisi confuse e previsioni razionali, guerre e alleanze, ecc. ecc. Ciò che complica maledettamente il tutto è l’impossibilità di una pausa di riflessione in assenza di attività: non esiste l’opzione “fermi tutti”.
Siamo tutti necessariamente costretti ad agire anche quando sembrerebbe contrario alla nostra volontà e ai nostri più o meno errati calcoli: dobbiamo per forza mettere in pratica una scelta.
Quando si richiama l’altro alla coerenza, un collega o un amico o un’azienda concorrente o uno stato, bisognerebbe dunque essere consapevoli dell’impossibilità di ritrovarlo nel corso del tempo nelle stesse condizioni che avevano creato nel passato una propria aspettativa futura. Detto in parole più povere, siamo tutti diversi da noi stessi e dagli altri, in ogni tempo: nello stesso tempo siamo tutti uguali.
Cosa voglio dire? Che nei rapporti sociali, come nelle relazioni politiche, la coerenza vale quanto una moneta fuori corso: roba per collezionisti di inutilità. La moneta più preziosa è invece la disciplina, cioè la capacità di fare hic et nunc quanto si è deciso di fare, ad ogni costo, arrivando fino alle estreme conseguenze. Il potere di acquisito della disciplina è incomparabilmente più grande di quello della coerenza, ma solo pochi riescono a distinguere le due monete, perché all’apparenza dei più esse sono simili.

Le tensioni politiche europee di questi giorni, al centro delle quali per il pubblico elettore vi è la questione dei migranti e la cronaca della nave Acquarius, piena di disperati rifiutati dal neo governo italiano e accolti dal neo governo spagnolo, dimostrano certamente non tanto l’inefficacia bensì l’inesistenza dell’Unione Europea. Su questo punto hanno insistito in molti, sia per ribadire, più o meno velatamente, la necessità e l’occasione di smantellare la grande costruzione sovrastatale cominciata nel dopoguerra, che per sottolineare l’urgenza di una riforma e di un rilancio delle politiche comuni.

Le voci che si sovrappongono e si confondono caoticamente emergono tuttavia singolarmente all’attenzione di chi ricerca supporti che reggano ad ulteriori pressioni ribassiste per la politica democratica, liberale, sociale ed europeista. Non stupisce in questo quadro che sia stato il Financial Times a lodare l’operato del socialista Sanchez contro quello della destra populista italiana e che il quotidiano finanziario della City inviti allo stesso tempo a ripartire più equamente le responsabilità dei paesi membri per non alimentare il riflusso nazionalista.

Davanti a noi c’è un quadro mutato della politica internazionale e degli schieramenti politici e c’è la necessità di una risposta europea alle politiche protezioniste di Trump che rischiano di mettere in crisi l’intero sistema commerciale globale, e di portare tutto il mondo indietro nel tempo: una prospettiva che i progressisti, europei e americani innanzitutto, devono evitare a tutti i costi.