Le tensioni politiche europee di questi giorni, al centro delle quali per il pubblico elettore vi è la questione dei migranti e la cronaca della nave Acquarius, piena di disperati rifiutati dal neo governo italiano e accolti dal neo governo spagnolo, dimostrano certamente non tanto l’inefficacia bensì l’inesistenza dell’Unione Europea. Su questo punto hanno insistito in molti, sia per ribadire, più o meno velatamente, la necessità e l’occasione di smantellare la grande costruzione sovrastatale cominciata nel dopoguerra, che per sottolineare l’urgenza di una riforma e di un rilancio delle politiche comuni.

Le voci che si sovrappongono e si confondono caoticamente emergono tuttavia singolarmente all’attenzione di chi ricerca supporti che reggano ad ulteriori pressioni ribassiste per la politica democratica, liberale, sociale ed europeista. Non stupisce in questo quadro che sia stato il Financial Times a lodare l’operato del socialista Sanchez contro quello della destra populista italiana e che il quotidiano finanziario della City inviti allo stesso tempo a ripartire più equamente le responsabilità dei paesi membri per non alimentare il riflusso nazionalista.

Davanti a noi c’è un quadro mutato della politica internazionale e degli schieramenti politici e c’è la necessità di una risposta europea alle politiche protezioniste di Trump che rischiano di mettere in crisi l’intero sistema commerciale globale, e di portare tutto il mondo indietro nel tempo: una prospettiva che i progressisti, europei e americani innanzitutto, devono evitare a tutti i costi.

Trump affossa il G7, rifutando di firmare per gli Stati Uniti il documento finale, e dimostra agli alleati storici tutta la propria spregiudicatezza nel sacrificarli sull’altare di un possibile nuovo ordine globale non più atlantico. Una scommessa sul futuro che potrebbe mettere a rischio una visione della democrazia come unica patria del libero mercato: una reazione ad una sconfitta culturale e un rifiuto delle vecchie complicazioni morali ancora così in voga nella vecchia Europa.

La globalizzazione come segno dell’espansione dei valori occidentali e della conquista di nuovi mercati, non è messa in discussione dagli integralisti islamici, dai poveri e dagli esclusi, ma dal populismo del potere insofferente verso la logica della partecipazione politica, dell’educazione culturale, del progresso civile. Una perversione ideologica del realismo politico ha portato all’odio della realtà umana, all’adozione di strumenti di tortura per la raccolta del consenso, ad una contraddizione che potrebbe sfociare nella schizofrenia politica e nell’annullamento del conflitto interno. La Russia e la Cina sembrano aver dimostrato che il capitalismo può vivere in assenza di democrazia e può produrre allo stesso tempo nuove formule di equilibrio di potenza e di governo delle relazioni internazionali: gli Stati Uniti non esistono più per dimostrare il contrario.

Entro questa logica malata, che dimostra nient’altro che una crisi di identità occidentale, prosperano i barbari in ogni dove e si riconoscono tra di loro: deve essere stato un bell’incontro quello tra Trump e Conte.

 

La questione dell’immigrazione si confermerebbe essere il driver della politica europea in questa fase storica, al punto che anche in Slovenia ha vinto il partito che ha centrato la campagna elettorale contro il sistema di quote previsto per la corretta gestione degli arrivi extracomunitari nell’ambito della legalità. Ma la coalizzazione dell’elettorato intorno al tema della paura del diverso, del nemico esterno, è solo l’inganno di una cinica operazione di marketing politico che costringe a focalizzare l’attenzione pubblica sul pericolo di una povertà alimentata dal contagio dei più poveri invece che dall’incapacità del confronto e della competizione con i più ricchi.

L’immigrazione in Slovenia è un problema che quasi non esiste, questo neanche a ricordarlo: non è il punto.

Il partito vittorioso è invece antieuropeista e amico di Orbán e Putin: questo è il punto.

Il centrosinistra e la sinistra si sono presentati divisi anche nel Paese ex-jugoslavo, per perdere anche qui con più certezza: questa è la solita follia.

In estrema sintesi, la SDS, formazione di centrodestra guidata da Janez Janša, con il 25% dei voti ha battuto il Premier uscente, Miro Cerar, della formazione di centrosinistra Modern Centre Party, crollato ad un punteggio del 9% dal 34% delle elezioni del 2014 e superato anche dal partito populista guidato, pensate un po’, da un comico, Marjan Šarec (probabile alleato del partito maggiore nella futura coalizione di governo). The Left, la lista di sinistra, prende un altro 9 per cento, che non sarebbe neanche male per una formazione estremista: il problema però è che l’SD, il partito socialdemocratico, raccoglie l’altro 9%, a chiudere il ridicolo spettacolo di un fronte democratico e progressista diviso in 3 piccole parti uguali che sommate farebbero la forza vittoriosa.

Tutto il mondo è paese. Purtroppo.

Venerdì 7 e Sabato 8 si svolgerà in Québec il 44° vertice del G7, il quinto consecutivo dopo la sospensione della Russia nel 2014. Al centro del dibattito i dazi commerciali americani e l’impatto della disputa USA-Cina sull’economia globale, nell’attesa che le due maggiori potenze mondiali raggiungano degli accordi che rasserenino le prospettive per tutti. Una maggiore chiarezza è necessario farla anche sul NAFTA: l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, è stato messo pesantemente in discussione da Trump.

La globalizzazione economica non solo non va più di moda, ma i suoi nemici giurati e ideologici sono passati dalle piazze ai posti di potere: a contestarla ora sono i membri più auterovoli del G7.

Gli importanti dati macro di Venerdì scorso hanno segnalato una crescita sempre più potente degli Stati Uniti (a maggio +223.000 posti di lavoro contro i 189.000 attesi e tasso di disoccupazione sceso alla cifra impressionante del 3,8%). Ciò incoraggerebbe la FED a seguire la strada di un terzo e anche di un quarto rialzo dei tassi di interesse entro quest’anno, dopo quello già avvenuto a Marzo e il prossimo giù sicuro. Il dollaro conseguentemente continua a rafforzarsi, anche se l’Euro ha mostrato qualche segnale di ripresa per la riuscita formazione del governo italiano: il mercato tira un sospiro di sollievo non perchè valorizzi l’accordo M5S-Lega, ma perchè questo allontana la minaccia di una vittoria netta dei populisti e antieuropeisti nella eventualità di elezioni anticipate.

La crisi politica italiana è al centro dell’agenda geopolitica mondiale e dell’attenzione dei mercati finanziari: il nostro indice perde vistosamente e soprattutto le banche sembrano scontare la paura di un possibile default tecnico conseguente ad un’eventuale vittoria populista e antieuro alle prossime elezioni politiche anticipate (che sembrano imminenti data la difficoltà del premier incaricato Cottarelli di rimediare una maggioranza qualsiasi in Parlamento).
Ciò avviene in un contesto di allentamento delle pressioni internazionali sulle trattative commerciali USA-CINA, che proseguono, nonostante alti alti e bassi e accuse e controaccuse (Trump ha dichiarato che i cinesi meriterebbero l’aumento dei dazi dato che hanno rubato la tecnologia americana, e tuttavia ha poi precisato che i colloqui proseguono sulla buona strada): di conseguenza anche il clima sulla Corea del Nord è più sereno.
Il petrolio è in caduta libera perchè Russia e Arabia Saudita sembra stiano aumentano la produzione per calmierare i prezzi, probabilmente in funzione antiamericana più che in risposta alla crisi venezuelana e iraniana (gli Stati Uniti sono ormai tra i primi produttori mondiali di petrolio con 11 milioni di barili al giorno): l’OPEC si riunirà il 22 giugno e in quella sede si capirà se tale politica avrà una larga approvazione e una maggiore concretezza.