La questione dell’immigrazione si confermerebbe essere il driver della politica europea in questa fase storica, al punto che anche in Slovenia ha vinto il partito che ha centrato la campagna elettorale contro il sistema di quote previsto per la corretta gestione degli arrivi extracomunitari nell’ambito della legalità. Ma la coalizzazione dell’elettorato intorno al tema della paura del diverso, del nemico esterno, è solo l’inganno di una cinica operazione di marketing politico che costringe a focalizzare l’attenzione pubblica sul pericolo di una povertà alimentata dal contagio dei più poveri invece che dall’incapacità del confronto e della competizione con i più ricchi.

L’immigrazione in Slovenia è un problema che quasi non esiste, questo neanche a ricordarlo: non è il punto.

Il partito vittorioso è invece antieuropeista e amico di Orbán e Putin: questo è il punto.

Il centrosinistra e la sinistra si sono presentati divisi anche nel Paese ex-jugoslavo, per perdere anche qui con più certezza: questa è la solita follia.

In estrema sintesi, la SDS, formazione di centrodestra guidata da Janez Janša, con il 25% dei voti ha battuto il Premier uscente, Miro Cerar, della formazione di centrosinistra Modern Centre Party, crollato ad un punteggio del 9% dal 34% delle elezioni del 2014 e superato anche dal partito populista guidato, pensate un po’, da un comico, Marjan Šarec (probabile alleato del partito maggiore nella futura coalizione di governo). The Left, la lista di sinistra, prende un altro 9 per cento, che non sarebbe neanche male per una formazione estremista: il problema però è che l’SD, il partito socialdemocratico, raccoglie l’altro 9%, a chiudere il ridicolo spettacolo di un fronte democratico e progressista diviso in 3 piccole parti uguali che sommate farebbero la forza vittoriosa.

Tutto il mondo è paese. Purtroppo.

Venerdì 7 e Sabato 8 si svolgerà in Québec il 44° vertice del G7, il quinto consecutivo dopo la sospensione della Russia nel 2014. Al centro del dibattito i dazi commerciali americani e l’impatto della disputa USA-Cina sull’economia globale, nell’attesa che le due maggiori potenze mondiali raggiungano degli accordi che rasserenino le prospettive per tutti. Una maggiore chiarezza è necessario farla anche sul NAFTA: l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, è stato messo pesantemente in discussione da Trump.

La globalizzazione economica non solo non va più di moda, ma i suoi nemici giurati e ideologici sono passati dalle piazze ai posti di potere: a contestarla ora sono i membri più auterovoli del G7.

Gli importanti dati macro di Venerdì scorso hanno segnalato una crescita sempre più potente degli Stati Uniti (a maggio +223.000 posti di lavoro contro i 189.000 attesi e tasso di disoccupazione sceso alla cifra impressionante del 3,8%). Ciò incoraggerebbe la FED a seguire la strada di un terzo e anche di un quarto rialzo dei tassi di interesse entro quest’anno, dopo quello già avvenuto a Marzo e il prossimo giù sicuro. Il dollaro conseguentemente continua a rafforzarsi, anche se l’Euro ha mostrato qualche segnale di ripresa per la riuscita formazione del governo italiano: il mercato tira un sospiro di sollievo non perchè valorizzi l’accordo M5S-Lega, ma perchè questo allontana la minaccia di una vittoria netta dei populisti e antieuropeisti nella eventualità di elezioni anticipate.

La crisi politica italiana è al centro dell’agenda geopolitica mondiale e dell’attenzione dei mercati finanziari: il nostro indice perde vistosamente e soprattutto le banche sembrano scontare la paura di un possibile default tecnico conseguente ad un’eventuale vittoria populista e antieuro alle prossime elezioni politiche anticipate (che sembrano imminenti data la difficoltà del premier incaricato Cottarelli di rimediare una maggioranza qualsiasi in Parlamento).
Ciò avviene in un contesto di allentamento delle pressioni internazionali sulle trattative commerciali USA-CINA, che proseguono, nonostante alti alti e bassi e accuse e controaccuse (Trump ha dichiarato che i cinesi meriterebbero l’aumento dei dazi dato che hanno rubato la tecnologia americana, e tuttavia ha poi precisato che i colloqui proseguono sulla buona strada): di conseguenza anche il clima sulla Corea del Nord è più sereno.
Il petrolio è in caduta libera perchè Russia e Arabia Saudita sembra stiano aumentano la produzione per calmierare i prezzi, probabilmente in funzione antiamericana più che in risposta alla crisi venezuelana e iraniana (gli Stati Uniti sono ormai tra i primi produttori mondiali di petrolio con 11 milioni di barili al giorno): l’OPEC si riunirà il 22 giugno e in quella sede si capirà se tale politica avrà una larga approvazione e una maggiore concretezza.

Tutto secondo programma,ne avevo scritto già 11 giorni fa: Lega e M5S non hanno intenzione di governare se non sul fallimento chiaro e conclamato del Paese, e hanno costretto il Presidente della Repubblica ad una scelta obbligata che sperano possa accrescere il loro consenso nel paese: il populismo (cioè il pensiero comune) è come al solito alimentato da una spirale psicologica sadomaso (potenza e sottomissione) che caratterizza un Paese ricco ma debole, ormai sull’orlo di un fallimento economico che lo mette a rischio speculazione finanziaria.

Bisognava eliminarli prima, i fascio-cretini: la democrazia ha nella sua natura la perversione antisistema, ma nelle sue istituzioni trova pesi e contrappesi che possono tenerla in vita. Ora il pericolo è in una volontà popolare soggiogata dalla pazzia di un cambiamento distruttivo, di un ribasso delle aspettative che immagina un egualitarismo in una comune povertà, nella vittoria culturale del Lumpenproletariat.

Date queste premesse, la risposta politica alla deriva italiana è una sola e facilmente ricavabile dall’esame del nemico: non è necessario esporla quanto invece iniziare a maturare il dialogo concreto tra le forze democratiche.

EUR/USD rimbalza nella notte con un movimento rialzista fiacco, che dai minimi di ieri lo porta al livello di 1.17500. Poi, dall’inizio della sessione europea il prezzo rimane ingabbiato tra il 61.8 e il 23.6 del precedente movimento, ballando intorno al pivot centrale e non offrendo spunti per la mia operatività intraday.

Sul fronte macro, la pubblicazione dei verbali relativi alla riunione FED di maggio non ha gettato nuova luce sui piani di politica monetaria per quest’anno: scontato l’aumento dei tassi di un quarto di punto in agosto (il secondo), rimane in dubbio un terzo e un quarto intervento restrittivo.

Usa e Cina proseguono le trattative commerciali: tuttavia il presidente Trump ha espresso scetticismo sui progressi e si è dichiarato insoddisfatto dei risultati ottenuti fino a questo momento. Tali dichiarazioni hanno spaventato i mercati, già preoccupati per il dietrofront che ha reso incerto l’incontro tra il leader nordcoreano e il Presidente degli Stati Uniti previsto per il 12 giugno.

La propensione al rischio diminuisce e lo Yen recupera sul Dollaro, mentre il prezzo dell’oro torna a salire: anche i dati economici tedeschi, sotto le attese, e la situazione politica italiana, fanno la loro parte in questa fase di pausa di riflessione, se non ancora di ripensamento, delle scelte degli investitori.