Gli elettori della Malaysia voteranno mercoledì 9 maggio per il rinnovo del Parlamento e del Governo.

Si deciderà se l’attuale Primo Ministro, Najib Razak, alla guida della coalizione che governa il paese dal 1957, Barisan Nasional, rimarrà al potere o dovrà cedere il posto all’ex Primo ministro (dal 1981 al 2003) e suo mentore, il 92enne Mahathir Mohamad, leader della coalizione di opposizione Pakatan Harapan.

Le elezioni in Malaysia sono importanti perchè il paese è uno dei più ricchi del sud-est asiatico e registra tassi di sviluppo economico elevati e sempre meno dipendenti dall’esportazione di materie prime: si è affermato in settori tecnologici come la produzione di componenti elettronici e l’assemblaggio di autoveicoli.

Una vittoria dell’opposizione, che è radicata soprattutto nelle città e nelle aree industrializzate, sarebbe storica anche perché verrebbe ottenuta in un clima di strisciante censura dell’attività politica e di autoritarismo governativo: segnerebbe quindi un possibile cambiamento di scenario politico in una zona del mondo che è rilevante nella geografia economica globale.

Se gli esperti prevedono comunque una vittoria di Razak, negli ultimi giorni stiamo assistendo ad una perdita di consensi nei sondaggi e ad una contemporanea aspra critica del primo ministro da parte di componenti importanti del governo.

Trump ha promesso che deciderà se sospendere l’accordo nucleare con l’Iran entro il 12 di maggio. Siamo quindi vicini ad un possibile momento di svolta nelle relazioni internazionali e di sicura tensione geopolitica.
L’Iran ha accresciuto, grazie alla sospensioni delle sanzioni, il proprio naturale e potenziale imperialismo in medioriente e grazie alla guerra siriana è arrivato a rappresentare una minaccia concreta e diretta per Israele e quindi per l’Occidente. Se l’accordo nucleare fosse stato inteso quindi come un deterrente all’escalation di tensione in quell’area strategica, i fatti hanno dimostrato purtroppo che è servito molto di più agli interessi bellicosi della repubblica islamica.
Nel frattempo i mercati scontano un rafforzamento prepotente del dollaro e un calo del petrolio, a minacciare la crescita delle economie emergenti (aumento del costo del debito e fuga di capitali), e a esplicitare una prevista contrazione della crescita globale: gli interessi sui titoli americani diventano quindi oggi un porto conveniente e sicuro. Ciò, lungi dall’essere motivo di rafforzamento della potenza americana nel mondo, potrebbe favorire la corrente isolazionista sempre presente nella democrazia americana e determinante nella vittoria elettorale di Trump: un mondo più insicuro e meno americano a fronte di un’America più forte dentro i propri confini.
Questo è il vero dramma contemporaneo, la crisi dell’egemonia americana nel mondo che sembra procedere di pari passo con il riflusso dell’idea di democrazia e di governo delle relazioni internazionali.

Mai come in questa fase storico-politica c’è bisogno di Europa, di un’idea comune di Europa, politica ed economica, e di un ruolo internazionale dell’Unione che compensi l’isolazionismo e l’egoismo populista di Trump e della politica estera americana: le crisi geopolitiche che ci troviamo di fronte mettono a rischio la visione culturale occidentale di un mondo aperto e democratico, e solo il superamento delle meschinità nazionaliste dei vecchi soggetti statali europei consentirebbe di ritrovare un nuovo ruolo mondiale alle politiche progressiste, che hanno perso appeal nel mondo contemporaneo soprattutto a causa dell’assenza di una funzione storica, concreta.
L’Europa ha l’occasione oggi di tornare protagonista, e di dimostrare la propria necessità e irreversibilità politica. Siamo in una fase di espansione economica, i numeri della Germania sono molto positivi e il suo governo è solido, tanto quanto quello francese a guida Macron. Paradossalmente, l’ingovernabiilità italiana rasserena ancor di più lo scenario perchè dimostra che la formazione di un governo antieuropeo è tutt’altro che scontata nonostante i risultati elettorali. La Brexit, poi, non può che smentire, ogni giorno in più, la convenienza dell’uscita dalle istituzioni europee: non è un caso che il sentiment PMI del Regno Unito sia pericolosamente vicino a 50.
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Tocca dire una cosa sgradevele, Serra ha detto la verità. Il giornalista, solitamente comodo sulla sua “amaca”, ha avuto un sussulto, e come risvegliatosi improvvisamente, ritrovandosi in quello stato tra sonno e veglia che rimuove per un attimo la propria collocazione nel mondo, ha guardato quella realtà celata dalla coscienza che non è più parte del mondo della ragione e del dibattito pubblico: la scuola dei ricchi e quella dei poveri, la divisione di classe e la risposta populista alla esclusione sociale, la violenza dell’ignoranza.
Le immagini si sono trasformate in parole e le parole in pietre: molti ne sono rimasti colpiti.
Chi non ha mai fatto l’istituto tecnico o il professionale ha reagito come un vecchio professore universitario che insegna ai propri studenti ad amare gli operai e non la finisce mai di rivendicare il potere al popolo. Chi invece è immerso nella propria miseria, la vive ormai come un destino ineluttabile, la trasforma in vanto e in sottocultura. La conclusione di tutti è comunque la stessa: Serra è uno snob, un radical chic.
Ma la sinistra che non c’è può rinascere proprio da parole come quelle di Serra, dal dubbio, dal fastidio per la discussione delle false certezze, dalla rottura dello status quo, dalla perdita di equilibrio, dallo scandalo, dalla vergogna, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal conflitto tra la condizione data e quella possibile, dalla speranza, dall’educazione e dalla cultura che è selezione di idee e di persone.
Serra ha dato fastidio a chi non ha bisogno di cambiare proprio niente, nè di se stesso ne della società

Il singolo bombardamento ordinato per rappresaglia da Trump, contro l’utilizzo di armi chimiche in Siria, con la partecipazione di Francia e Gran Bretagna e il consenso di Nato e Unione Europea, non cambia lo scenario politico e militare mediorientale ed anzi rischia di giustificare una volta di più l’alleanza russo-iraniana e di rafforzare il regime di Assad.
Il presidente americano ha dichiarato su twitter che “la missione è compiuta”, comunicando quindi una politica estera di semplice limitazione al controllo totale e sanguinario del governo siriano e all’influenza della Russia e dell’Iran.
Nessun cambiamento dei rapporti di forza sul campo quindi e nessuna volontà di sloggiare Assad o di ritrovarsi in uno scontro frontale con la Russia.
Ma l’evitamento del problema non è la soluzione dello stesso. Sappiamo bene che i limiti alla repressione violenta di ogni forma di ribellione e contrasto al potere non sono un problema per Putin nè tantomeno per la repubblica islamica, e anzi la volontà di potenza di questi soggetti internazionali non fa che accrescere il loro consenso interno e minacciare i valori universalistici delle democrazie occidentali.
Sarebbe necessario dunque un piano di interventi e di politica internazionale ben più articolato, fondato soprattutto sulla credibilità della forza diplomatica e militare della superpotenza americana e dei suoi alleati. Al momento non si intravede.