Trump ha promesso che deciderà se sospendere l’accordo nucleare con l’Iran entro il 12 di maggio. Siamo quindi vicini ad un possibile momento di svolta nelle relazioni internazionali e di sicura tensione geopolitica.
L’Iran ha accresciuto, grazie alla sospensioni delle sanzioni, il proprio naturale e potenziale imperialismo in medioriente e grazie alla guerra siriana è arrivato a rappresentare una minaccia concreta e diretta per Israele e quindi per l’Occidente. Se l’accordo nucleare fosse stato inteso quindi come un deterrente all’escalation di tensione in quell’area strategica, i fatti hanno dimostrato purtroppo che è servito molto di più agli interessi bellicosi della repubblica islamica.
Nel frattempo i mercati scontano un rafforzamento prepotente del dollaro e un calo del petrolio, a minacciare la crescita delle economie emergenti (aumento del costo del debito e fuga di capitali), e a esplicitare una prevista contrazione della crescita globale: gli interessi sui titoli americani diventano quindi oggi un porto conveniente e sicuro. Ciò, lungi dall’essere motivo di rafforzamento della potenza americana nel mondo, potrebbe favorire la corrente isolazionista sempre presente nella democrazia americana e determinante nella vittoria elettorale di Trump: un mondo più insicuro e meno americano a fronte di un’America più forte dentro i propri confini.
Questo è il vero dramma contemporaneo, la crisi dell’egemonia americana nel mondo che sembra procedere di pari passo con il riflusso dell’idea di democrazia e di governo delle relazioni internazionali.

Mai come in questa fase storico-politica c’è bisogno di Europa, di un’idea comune di Europa, politica ed economica, e di un ruolo internazionale dell’Unione che compensi l’isolazionismo e l’egoismo populista di Trump e della politica estera americana: le crisi geopolitiche che ci troviamo di fronte mettono a rischio la visione culturale occidentale di un mondo aperto e democratico, e solo il superamento delle meschinità nazionaliste dei vecchi soggetti statali europei consentirebbe di ritrovare un nuovo ruolo mondiale alle politiche progressiste, che hanno perso appeal nel mondo contemporaneo soprattutto a causa dell’assenza di una funzione storica, concreta.
L’Europa ha l’occasione oggi di tornare protagonista, e di dimostrare la propria necessità e irreversibilità politica. Siamo in una fase di espansione economica, i numeri della Germania sono molto positivi e il suo governo è solido, tanto quanto quello francese a guida Macron. Paradossalmente, l’ingovernabiilità italiana rasserena ancor di più lo scenario perchè dimostra che la formazione di un governo antieuropeo è tutt’altro che scontata nonostante i risultati elettorali. La Brexit, poi, non può che smentire, ogni giorno in più, la convenienza dell’uscita dalle istituzioni europee: non è un caso che il sentiment PMI del Regno Unito sia pericolosamente vicino a 50.
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Tocca dire una cosa sgradevele, Serra ha detto la verità. Il giornalista, solitamente comodo sulla sua “amaca”, ha avuto un sussulto, e come risvegliatosi improvvisamente, ritrovandosi in quello stato tra sonno e veglia che rimuove per un attimo la propria collocazione nel mondo, ha guardato quella realtà celata dalla coscienza che non è più parte del mondo della ragione e del dibattito pubblico: la scuola dei ricchi e quella dei poveri, la divisione di classe e la risposta populista alla esclusione sociale, la violenza dell’ignoranza.
Le immagini si sono trasformate in parole e le parole in pietre: molti ne sono rimasti colpiti.
Chi non ha mai fatto l’istituto tecnico o il professionale ha reagito come un vecchio professore universitario che insegna ai propri studenti ad amare gli operai e non la finisce mai di rivendicare il potere al popolo. Chi invece è immerso nella propria miseria, la vive ormai come un destino ineluttabile, la trasforma in vanto e in sottocultura. La conclusione di tutti è comunque la stessa: Serra è uno snob, un radical chic.
Ma la sinistra che non c’è può rinascere proprio da parole come quelle di Serra, dal dubbio, dal fastidio per la discussione delle false certezze, dalla rottura dello status quo, dalla perdita di equilibrio, dallo scandalo, dalla vergogna, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal conflitto tra la condizione data e quella possibile, dalla speranza, dall’educazione e dalla cultura che è selezione di idee e di persone.
Serra ha dato fastidio a chi non ha bisogno di cambiare proprio niente, nè di se stesso ne della società

Il singolo bombardamento ordinato per rappresaglia da Trump, contro l’utilizzo di armi chimiche in Siria, con la partecipazione di Francia e Gran Bretagna e il consenso di Nato e Unione Europea, non cambia lo scenario politico e militare mediorientale ed anzi rischia di giustificare una volta di più l’alleanza russo-iraniana e di rafforzare il regime di Assad.
Il presidente americano ha dichiarato su twitter che “la missione è compiuta”, comunicando quindi una politica estera di semplice limitazione al controllo totale e sanguinario del governo siriano e all’influenza della Russia e dell’Iran.
Nessun cambiamento dei rapporti di forza sul campo quindi e nessuna volontà di sloggiare Assad o di ritrovarsi in uno scontro frontale con la Russia.
Ma l’evitamento del problema non è la soluzione dello stesso. Sappiamo bene che i limiti alla repressione violenta di ogni forma di ribellione e contrasto al potere non sono un problema per Putin nè tantomeno per la repubblica islamica, e anzi la volontà di potenza di questi soggetti internazionali non fa che accrescere il loro consenso interno e minacciare i valori universalistici delle democrazie occidentali.
Sarebbe necessario dunque un piano di interventi e di politica internazionale ben più articolato, fondato soprattutto sulla credibilità della forza diplomatica e militare della superpotenza americana e dei suoi alleati. Al momento non si intravede.

Quando esistevano i partiti, quelli novecenteschi, quelli dell'”arco costituzionale”, esisteva anche un modo di far poliica che in qualche modo li accomunava tutti, nel bene e nel male.
Io sono stato iscritto ad uno di essi, i Democratici di Sinistra (erede del PCI) per diversi anni, fino al 2007 per l’esattezza; poi ho continuato da non iscritto l’impegno politico a sinistra fino al 2010, quando l’esplosione di dinamiche personali e politiche mi “costrinsero” a rinunciare ad un tipo di attività che rappresentava gran parte della mia identità sociale.
Da militante mi stavano stretti i meccanismi vecchi dell’attività politica del mio partito, li vivevo come una repressione delle idee nuove e delle persone che le avrebbero potute incarnare, li sentivo come un peso di cui in qualche modo mi sarei dovuto liberare.
Oggi, è passata tanta acqua sotto i ponti, per me e per tutti, e non solo per l’Italia. Il Novecento è stato chiuso ovunque da un’ondata di populismo, di destra, o peggio di non-destra, e di non-sinistra, e io mi ritrovo a rimpiangere quei partiti che, nel bene e nel male, avevano costruito la democrazia e organizzato la partecipazione dei cittadini all’attività politica.
Oggi leggo che i 5 stelle hanno un “capo politico”, in luogo di un “segretario”, e leggo che costui, un ragazzino fortunato, per valutare i programmi elettorali dei possibili alleati di governo ha nominato un gruppo di sedicenti esperti capeggiati da un qualsiasi professore di Diritto, i quali dovranno fornirgli una relazione scritta entro una certa data di scadenza sulle compatibilità e incompatibilità tematiche.
Pare che sia così che di questi tempi, con questi non-partiti, si faccia politica, anzi, scusate, non-politica.