L’intervista di Fausto Bertinotti a Repubblica può essere ovviamente analizzata da vari punti di vista, ma l’imminenza dell’appuntamento dell’8 e del 9 dicembre induce a concentrare l’attenzione di chi sta cercando l’unità della sinistra sul significato apparentemente più nascosto, e dunque sulla relazione tra l’immediata scadenza e le prospettive strategiche che da essa dovrebbero aprirsi.
Il presidente della camera, in buona sostanza, detta la linea – sono convinto che tutti a sinistra, contenti o risentiti, abbiano pensato questo – e lo fa – aggiungo io – con lo sguardo rivolto al presente ma anche, e forse soprattutto al futuro, incoronandosi perciò leader politico anche del nuovo soggetto.
Non siamo però di fronte ad una novità: la manifestazione del 20 ottobre era stata pensata dal gruppo dirigente bertinottiano di Rifondazione Comunista proprio per dare immediatamente – rispetto agli iniziali tentativi di coesione dei quattro partiti – il segno distintivo di una identità politica in sintonia con istanze di giustizia sociale, di libertà e di pace emerse sul panorama sociale per chiedere una svolta coraggiosa nella politica della sinistra e certamente non subalterna ad una concezione governista, inaccettabile in se, ma per giunta inadeguata, paradossalmente, al governo della società contemporanea; insomma era la conseguenza della scelta di perseguire l’unità non cedendo ai rigurgiti socialdemocratici (presenti in Sinistra Democratica) o veterocomunisti (presenti nel PDCI e nella minoranza di Rifondazione) che avrebbero bloccato qualsiasi ricerca di nuove identità e che avrebbero fatto del rapporto con i movimenti e con la cultura un mero sostrato elettorale.
Nella visione di un percorso di rinnovamento senza annullamento, né delle tradizioni storiche della sinistra, né del lavoro recente di ricollocazione strutturale della parte diessina contraria al PD, il discorso di Bertinotti dovrebbe dunque risultare positivamente integrato: pur tuttavia esso rappresenta, per volontà non detta, un altro momento di cesura importante, e un emblematico richiamo ad una pratica politica non disgiunta dalla teoria, ad una strategia non disgiunta dalla tattica, ad una capacità di leggere il lavoro quotidiano nelle istituzioni – e il governo è solo una di queste – in rapporto ai movimenti sociali e ideali, che non sembra avere tanti estimatori nei gruppi dirigenti degli altri partiti.
Eppure l’intervista si inserisce nella dinamica degli Stati Generali e chiede un cambio di passo rispetto a quello stanco e burocratico che ci stava portando ad essi. Spiace che le reazioni siano di sostanziale incomprensione da parte di una sinistra socialdemocratica o riformista chiusa in uno schema invalidato dalla fine del XX secolo – dato un potere economico che prescinde sempre di più da un vincolo sociale di appartenenza ad un mondo libero e democratico che per questa via dimostrava una sana contrapposizione alla dittatura sovietica – e da quella di un comunismo di maniera totalmente slegato dalle pratiche rivoluzionarie del presente. Spiace che non si comprenda la posta in gioco.
Oggi, di fronte all’autoritarismo del nuovo capitalismo, diventa necessario, vitale, proporre un’alternativa, una fuoriuscita dalla logica della competizione che inevitabilmente porta alla guerra autodistruttiva. Ed è possibile che tale proposta non sia come al solito religiosa, ma politica, e di sinistra, e che per questa via si dia sostanza e attuabilità ai valori della libertà, della uguaglianza, della solidarietà, della differenza di genere, del pacifismo, dell’ecologia…del Socialismo. Questa prospettiva, a me sembra evidente, può esplicitarsi solo in una autonoma elaborazione culturale non disgiunta da una altrettanto autonoma pratica politica, meno preoccupata dalla scelta tra governo e opposizione, più proiettata sul lungo periodo.
A che servono insomma gli Stati generali della sinistra? Semplicemente a decidere il posizionamento politico della sinistra rispetto a Prodi, Veltroni e Berlusconi? O a mettere in campo qualcos’altro?