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Congresso PD?

4a4209643c9c5_zoomIl dibattito congressuale del PD tiene banco nella politica italiana. Così sarà per i prossimi mesi, fino alla sua conclusione. E una efficace gestione dell’opinione pubblica ci imporrà sempre di più una interpretazione di esso come esaustivo, soddisfacente delle esigenze di rappresentanza, e addirittura di cambiamento, dell’intero centrosinistra.

Ma le novità veramente riscontrate sono poche, così minime che non varrebbe neanche la pena notarle, e le speranze di un rilancio del centrosinistra non possono dipendere certo dall’esito dell’eterno scontro tra D’Alema e Veltroni.

I due leader infatti, interpretando per l’ennesima volta quel maledetto e banale copione che li vorrebbe sì portatori di due diverse linee politiche ma costretti alleati contro un nemico comune più forte – che in definitiva li indurrebbe poi ad abbandonare strategie tendenzialmente divergenti in mancanza di uno spazio politico sufficiente all’affermazione dell’una o dell’altra – non fanno altro che perpetuare la logica di una crisi politica di cui sono parte, e la colpevole ignoranza di una prospettiva diversa dall’egemonia della destra.

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Davanti alla proposta di Bertinotti di un nuovo partito

bertinotti1Capisco così il senso della proposta di Bertinotti, e delle altre che si succedono in questi giorni partendo dalla stessa preoccupata analisi: la sinistra socialista e comunista che risulta ormai chiaramente sconfitta, non solo nell’Italia berlusconizzata ma in tutta Europa, nel quadro di un generale arretramento della democrazia, può ritrovare la sua funzione vitale (cioè riformista e rivoluzionaria insieme), solo laddove il Novecento ha dimostrato possa esistere, cioè in un processo largo di inclusione delle masse nella politica che è anche al tempo stesso alternativo a quello populista e fascista, nella alleanza dunque con tutte le forze disponibili a creare le basi per un sano svolgimento della vita politica libera e pluralistica.

Gli esempi storici a questo punto si potrebbero sprecare, e tutti sembrerebbero dimostrare la fondatezza della analisi.

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Di Pietro e la sinistra

di_pietro_berlusconi_280x200Inutile far finta di niente, fermarsi con gli occhi chiusi di fronte alla realtà minacciosa, o peggio proseguire ciecamente aspettando che sia la caduta inevitabile a risolvere di fatto i dubbi della mente. Di Pietro è la vera novità politica della Seconda Repubblica, oltre a Berlusconi si intende, di cui ovviamente è causa ed effetto. I due si tengono l’un l’altro, sono la realtà del nuovo bipolarismo italiano, che, detto per inciso, è zoppo come quello vecchio: un polo governa (quello di destra), l’altro si trascina dietro.

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Bertinotti e D’Alema

L’occasione era la presentazione del libro di Fausto Giordano, “Nessun Dio ci salverà”, ma l’incontro di ieri tra Bertinotti e D’Alema, aveva il sapore forte di una improrogabile discussione politica, sulla sinistra italiana, sulla sua sconfitta, sulle divisioni passate e i possibili accordi presenti, e insomma sulla necessità di rimettere in agenda un programma comune per battere la destra, in Italia, in Europa.
Il resoconto particolareggiato non spetta a me farlo: non sono, per mia fortuna, un giornalista (dunque leggete i giornali!).
E non voglio neanche prendere partito, ancora rimarcare i passati torti e le invariabili ragioni della sinistra cosiddetta riformista e di quella cosiddetta radicale, per ridefinirmi magari in base alle solite e inutili categorie passate, o per consolarmi nell’indifferenza alla attuale realtà politica italiana, dominata invece dalla destra.
Mi interessa invece riprendere il filo di un discorso troncato con la sconfitta elettorale: quello della innovazione culturale (preferirei il termine trasformazione, ma forse è troppo ambizioso) nella idea della sinistra, cioè di un progetto politico alternativo a quello che ha condotto alla restaurazione capitalistica degli ultimi decenni, e capace di esercitare su esso una forza uguale e contraria; quindi di ricominciare a parlare nuovamente al paese intero, e non solo a pochi eletti (evito per grazia di scrivere “blocco sociale”); quindi di perseguire una ostinata ricerca di una nuova radicalità, non più comunista, e tuttavia capace di tessere una nuova egemonia, altrettanto immaginifica e altrettanto concreta. Mi interessa cioè l’uscita da un ripetitivo meccanismo ideologico, non solo antipolitico ma anticulturale, che, se non contrastato, porterebbe a ricostruire una sinistra, un centro-sinistra, o comunque un’opposizione alla destra, già vecchia.
Non si tratta di discutere le alleanze, le forme dei partiti, i loro dirigenti; ma di scegliere di giocare la partita sul terreno più difficile, quello delle idee e delle strategie di lungo periodo. Su questo terreno sono scesi ieri Bertinotti e D’Alema, meritoriamente. Ma non sarebbe saggio limitarsi e affidarsi a loro per ricostruire la sinistra europea. Bisogna guardarvi oltre, facendo tesoro delle loro cultura, delle loro esperienze, e delle loro sconfitte.

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Pensieri Sinistri (ovvero sull’accordo PD-PDL sullo sbarramento elettorale)

L’accordo sulla legge elettorale che si sta delineando tra il PD e il PDL, o più correttamente tra Veltroni e Berlusconi (in effetti dentro i rispettivi partiti ci sono ben diverse opinioni, corrispondenti a interessi in contrasto con quelli dei leader) ha tra le possibili conseguenze quella di sbarrare la strada verso la formazione di una nuova lista di sinistra alle elezioni europee, che peraltro sembrava quasi pronta dopo l’uscita della corrente vendoliana da Rifondazione. Questo sembrerebbe un problema, ma in effetti potrebbe anche non esserlo, almeno per chi dentro le dinamiche di incontro-scontro tra i soggetti promotori del processo costituente (SD e Rifondazione per La Sinistra in testa) spera di non dover mettere l’urgenza di affrontare subito la prova del voto, che determinerebbe non tanto una ulteriore sconfitta della Sinistra (incerta dopo il tracollo di consensi del PD e le recenti difficoltà di credibilità dell’Italia dei Valori), ma soprattutto, nel bene o nel male, la definizione di un profilo politico chiaro in mancanza di una ricerca, o strategia, di più lungo periodo forse più appropriata alle esigenze proposte.
Che l’accordo tra Veltroni e Berlusconi non includa anche Bertinotti?

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…sulla vicenda liberazione

 

Devo scrivere di quello che sta accadendo nella sinistra italiana, dopo la decisione, ancora da verificare, del gruppo dirigente di Rifondazione, che vuole sfiduciare il direttore del suo giornale, reo di aver determinato una linea editoriale sbagliata dal punto di vista politico e improduttiva da quello economico.

Devo parlarne perché dalla vicenda sembrerebbe emergere un nuovo quadro politico, e la coseguente accelerazione del processo di disgregamento di Rifondazione e di costituzione di un alternativo soggetto della sinistra alla sinistra del PD, le cui sorti strategiche ed elettorali dipenderebbero, ad oggi, per la verità, più dalla crisi di quest’ultimo che da un’autonoma progettazione in grado di provocare una qualche concreta innovazione.

Devo uscire allo scoperto e esprimere la mia opinione, di solito malcelata nelle pieghe di un politicismo tutt’altro che comodo, ma interno alle vicende schizofreniche della politica italiana degli ultimi quindici anni. Perché di mezzo c’è Fagioli, il mio enorme debito contratto con le sue teorie, uniche portatrici sane di una diversa filosofia occidentale, e Bertinotti, l’ultimo leader dell’unica sinistra novecentesca che mi piace, quella libertaria e socialista. Protagonisti entrambi non solo e non tanto del loro tempo, ma del futuro, cosa possibile solo agli eretici.

Devo dire di Fagioli, di Bertinotti, della Sinistra. Anche se preferirei tacere, e strare tranquillo al coperto, lontano dallo tsunami che sta spazzando via le fragili baracche delle vecchie ideologie e delle logore e corrotte pratiche della democrazia italiana, eccezion fatta ovviamente per i berluscones e i dipietros, che con la democrazia non c’entrano niente. Invece dovrei stare fermo e aspettare che il cadavere del mio nemico mi passi accanto senza che abbia fatto nulla per ucciderlo. Senza nemmeno sporcarmi le mani. Già! Ma di mezzo c’è Fagioli, e Bertinotti e la Sinistra, e allora la mia razionalità se ne va a puttane.

Allora intervengo, per spiegare il mio punto di vista: quello che la mia storia e la mia scelta politica mi impone, quello che il mio tempo ha perso sotto la scure di un pratico e affaristico relativismo, contrario alle idee, alla cultura, alla Storia; quello che nel Medioevo presente non ha diritto di cittadinanza tanto come in quello passato; quello che si chiama laicità, tolleranza, rispetto per l’altro, ma che si dovrebbe chiamare soltanto politica, e dovrebbe creare la possibilità della trasformazione sociale, e dovrebbe conoscere la verità del cambiamento.

Ecco cosa manca in questa vicenda, ancora una volta: la Politica.

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Lettera aperta a Fausto Bertinotti

 

Carissimo Presidente,

meritoriamente, da leader della Sinistra Arcobaleno, Lei sta conducendo la battaglia elettorale qualificando la formazione che racchiude Sinistra Democratica, Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione non come mero cartello elettorale ma come nuova identità politica, che dopo il 13 e 14 aprile punta a trasformarsi in concreta soggettività unitaria.

Da più parti veniva invece, all’indomani dell’ultimo congresso dei diesse, l’invito disatteso a fare il partito unico al più presto; mentre da altre, oggi, si chiede qualcosa di più simile ad una federazione di partiti.

Tutti però, mi pare tranne Lei, rilanciando la parola “partito” eludono in realtà la questione di fondo, cioè la nuova modalità di adesione e di partecipazione che la nuova sinistra intende proporre a chiunque voglia avvicinarsi ad essa – alla sua ricerca culturale oltre che ad una azione sociale collettiva – non solo rimanendo “senza tessera” ma rifiutando l’idea stessa che vi è dietro questa vecchia pratica organizzativa.

Chi oggi si pone l’obiettivo della trasformazione dell’esistente deve invece poter investire su nuove possibilità di partecipazione diretta – che si sostanzino di rapporti orizzontali e diretti e si esprimano soprattutto attraverso Internet – e vuole insomma mettere insieme l’esigenza della libertà individuale a quella di una forte identità collettiva. Lei che ne pensa?

Con stima e, se mi permette, con affetto,

 

                                                                                                                                Giovanni Perrino

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Praticare la diversità..oppure tacere

 

Una nuova teoria della politica dovrebbe per lo meno accondiscendere all’idea del superamento di una concezione astratta della società, cioè potrebbe proporre una storia diversa da quella centrata sulla sovrastruttura di un potere statuale resosi necessario dalla evidente disumanità dei rapporti umani (e da una delirante visione narcisistica dell’Io?): ma ciò sarebbe possibile se ad essa si accompagnasse anche una buona pratica.

Ciò che invece colpisce più di altro, se si analizzano i fenomeni di protesta popolare degli ultimi quindici anni in Italia, è l’invettiva omnicomprensiva contro la classe dei politici – cioè della unica depositaria della azione pubblica democratica – rea in buona sostanza di non fare ciò che dice di voler fare: tanto che il leader del Partito Democratico, candidandosi, senza reale volontà di cambiamento, alla testa della protesta, centra la sua propaganda sulla necessità di affermare una politica che decide contro quella dell’impotenza.

Si tratta però a ben vedere di una profonda dissociazione tra pensiero e azione, che altro non è dalla trasposizione politica della tipica dicotomia sviluppata nel corso di millenni di cultura occidentale schizofrenica o insoddisfacente nella costruzione del rapporto tra corpo e spirito, tra terra e cielo, tra morte e vita…e poi tra monarca e popolo, tra governo e legislatore, e persino tra eletti e elettori.

In questi giorni di intensa campagna elettorale ne abbiamo in fondo un’ulteriore dimostrazione nel ricorso al cosiddetto voto utile, che soffocando la reale dialettica tra gli opposti – destra-sinistra, padroni-lavoratori, oppressori-sfruttati, ecc. ecc, – tenta la solita conservazione,  seppure giocoforza “precaria”, del potere, cioè di una pratica di rapporto che costituisce l’unitarietà della nazione e diventa più o meno violenta a seconda del grado di resistenza che vi si oppone. Terminata la Repubblica dei Partiti, è un nuovo meccanismo di controllo delle pulsioni, riscoperte intanto nella acquisita libertà di movimento e di comunicazione tra i cittadini attraverso internet, a determinare la costituzione materiale del paese.

La sinistra che può fare oltre alla splendida campagna elettorale di Bertinotti? Praticare la diversità che professa, per esempio!…oppure tacere.

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L’intervista di Fausto Bertinotti a Repubblica può essere ovviamente analizzata da vari punti di vista, ma l’imminenza dell’appuntamento dell’8 e del 9 dicembre induce a concentrare l’attenzione di chi sta cercando l’unità della sinistra sul significato apparentemente più nascosto, e dunque sulla relazione tra l’immediata scadenza e le prospettive strategiche che da essa dovrebbero aprirsi.

Il presidente della camera, in buona sostanza, detta la linea – sono convinto che tutti a sinistra, contenti o risentiti, abbiano pensato questo – e lo fa – aggiungo io – con lo sguardo rivolto al presente ma anche, e forse soprattutto al futuro, incoronandosi perciò leader politico anche del nuovo soggetto.

Non siamo però di fronte ad una novità: la manifestazione del 20 ottobre era stata pensata dal gruppo dirigente bertinottiano di Rifondazione Comunista  proprio per dare immediatamente – rispetto agli iniziali tentativi di coesione dei quattro partiti – il segno distintivo di una identità politica in sintonia con istanze di giustizia sociale, di libertà e di pace emerse sul panorama sociale per chiedere una svolta coraggiosa nella politica della sinistra e certamente non subalterna ad una concezione governista, inaccettabile in se, ma per giunta inadeguata, paradossalmente, al governo della società contemporanea; insomma era la conseguenza della scelta di perseguire l’unità non cedendo ai rigurgiti socialdemocratici (presenti in Sinistra Democratica) o veterocomunisti (presenti nel PDCI e nella minoranza di Rifondazione) che avrebbero bloccato qualsiasi ricerca di nuove identità e che avrebbero fatto del rapporto con i movimenti e con la cultura un mero sostrato elettorale.

Nella visione di un percorso di rinnovamento senza annullamento, né delle tradizioni storiche della sinistra, né del lavoro recente di ricollocazione strutturale della parte diessina contraria al PD, il discorso di Bertinotti dovrebbe dunque risultare positivamente integrato: pur tuttavia esso rappresenta, per volontà non detta, un altro momento di cesura importante, e un emblematico richiamo ad una pratica politica non disgiunta dalla teoria, ad una strategia non disgiunta dalla tattica, ad una capacità di leggere il lavoro quotidiano nelle istituzioni – e il governo è solo una di queste – in rapporto ai movimenti sociali e ideali, che non sembra avere tanti estimatori nei gruppi dirigenti degli altri partiti.

Eppure l’intervista si inserisce nella dinamica degli Stati Generali e chiede un cambio di passo rispetto a quello stanco e burocratico che ci stava portando ad essi. Spiace che le reazioni siano di sostanziale incomprensione da parte di una sinistra socialdemocratica o riformista chiusa in uno schema invalidato dalla fine del XX secolo – dato un potere economico che prescinde sempre di più da un vincolo sociale di appartenenza ad un mondo libero e democratico che per questa via dimostrava una sana contrapposizione alla dittatura sovietica – e da quella di un comunismo di maniera totalmente slegato dalle pratiche rivoluzionarie del presente. Spiace che non si comprenda la posta in gioco.

Oggi, di fronte all’autoritarismo del nuovo capitalismo, diventa necessario, vitale, proporre un’alternativa, una fuoriuscita dalla logica della competizione che inevitabilmente porta alla guerra autodistruttiva. Ed è possibile che tale proposta non sia come al solito religiosa, ma politica, e di sinistra,  e che per questa via si dia sostanza e attuabilità ai valori della libertà, della uguaglianza, della solidarietà, della differenza di genere, del pacifismo, dell’ecologia…del Socialismo. Questa prospettiva, a me sembra evidente, può esplicitarsi solo in una autonoma elaborazione culturale non disgiunta da una altrettanto autonoma pratica politica, meno preoccupata dalla scelta tra governo e opposizione, più proiettata sul lungo periodo.

A che servono insomma gli Stati generali della sinistra? Semplicemente a decidere il posizionamento politico della sinistra rispetto a Prodi, Veltroni e Berlusconi? O a mettere in campo qualcos’altro?

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Fausto Bertinotti, con il suo intervento alla assemblea fondativa della sezione italiana di Sinistra Europea, ha certamente inciso molto sul dibattito in corso a sinistra per trovare la tanto desiderata unità politica. Se non altro a causa di una contingenza politica che richiede il coraggio di accelerare l’andamento di processi inevitabili e di tenersi pronti all’eventualità di elezioni anticipate; ma forse anche perché proponendo la rifondazione della cultura e della prassi socialista per la trasformazione del sistema di potere esistente, ha liquidato bruscamente qualsiasi ipotesi, o rigurgito di socialdemocrazia.

Mi spiego meglio.

Che la prospettiva socialdemocratica abbia fallito in tutta Europa (forse facendo eccezione per i freddi paesi scandinavi) lo sappiamo più o meno tutti. Infatti, il capitalismo degli ultimi trent’anni (datazione possibile solo per comodità di analisi), pure costretto a fare i conti con le masse di lavoratori e le loro rivendicazioni, con i correttivi economici e il welfare state, ha continuato indisturbato a sostenere e riprodurre quei presupposti culturali che ancora oggi lo fondano democraticamente: la normalità dei rapporti sociali violenti, il cinismo della competizione, lo sfogo della guerra, la verità della religione, la negazione della scienza. Insomma non si è affatto trasformato, anzi ha inglobato nel proprio sistema quelle masse di lavoratori che avrebbero potuto/dovuto abbatterlo.

Ciò che invece potrebbe sfuggirci, è la sotterranea tentazione della sinistra di ripetere quel fallimento data l’incapacità di completare la formazione di una nuova identità, realmente alternativa, totalmente separata dallo stato di cose esistente e dalle dinamiche di scomposizione e ricomposizione del potere ai fini della conservazione, insomma autenticamente rivoluzionaria.

Bertinotti sta centrando la sua attività politica sul rinnovamento culturale della sinistra, attraversando e valorizzando tutti i paradigmi che la agganciano alla realtà quotidiana (lotta per la demercificazione dell’esistenza umana; organizzazione del lavoro e recupero di un potere contrattuale effettivo; rappresentanza di classe e conflitto sociale) per giungere ad analizzarne la natura stessa, i concetti di liberazione e di trasformazione, e per riproporre l’attualità dell’obiettivo del socialismo. Bertinotti, in altre parole, si muove su un asse politico opposto a quello tipico dei socialdemocratici, non solo perchè trascende il  ruolo del governo (superando così anche le sue difficoltà), per porsi sul piano che sta sopra quello solito della gestione della società, della politica come amministrazione, della conquista del potere, ma soprattutto per l’ambizione di riappropriarsi del sogno di cambiare profondamente la società, che è il tratto originario di tutta la sinistra, utile a praticare l’unità anche nel presente.

In questa prospettiva leggo il discorso ai delegati della sezione italiana di Sinistra Europea: una vera e propria spinta propulsiva, che va oltre Rifondazione (e la stessa Sinistra Europea) ma anche oltre la riduzione del socialismo a soccorritore dello Stato in pericolo di fronte alle forze reazionarie del capitalismo italiano (tipico della storia italiana): un cammino che incontra i tanti movimenti altermondialisti,  l’analisi collettiva di Massimo Fagioli, come gli esperimenti socialisti dei sudamericani .

La sfida al resto della sinistra è dunque molto lontana dalla pratica che ha caratterizzato buona parte di essa, soprattutto quella diessina, negli ultimi decenni: per Sinistra Democratica è arrivato il momento di accettarla, dando seguito con coerenza alla ribellione attuata proprio verso la estrema conseguenza di quella pratica, il Partito Democratico che rappresenta la risposta di destra al fallimento della socialdemocrazia. Inutile a questo punto sarebbe infrangere il sogno dell’unità sullo scoglio del PSE, che così com’è rischia di essere sommerso dalla forza della nuova destra. Se abbiamo fatto il Movimento, anziché il partito, è perché non c’è lo spazio per l’autosufficienza, ma è soprattutto per riprendere il cammino verso la liberazione dell’uomo e della donna da ogni sfruttamento: è per rispondere da sinistra alla crisi del capitalismo.

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