Tocca dire una cosa sgradevele, Serra ha detto la verità. Il giornalista, solitamente comodo sulla sua “amaca”, ha avuto un sussulto, e come risvegliatosi improvvisamente, ritrovandosi in quello stato tra sonno e veglia che rimuove per un attimo la propria collocazione nel mondo, ha guardato quella realtà celata dalla coscienza che non è più parte del mondo della ragione e del dibattito pubblico: la scuola dei ricchi e quella dei poveri, la divisione di classe e la risposta populista alla esclusione sociale, la violenza dell’ignoranza.
Le immagini si sono trasformate in parole e le parole in pietre: molti ne sono rimasti colpiti.
Chi non ha mai fatto l’istituto tecnico o il professionale ha reagito come un vecchio professore universitario che insegna ai propri studenti ad amare gli operai e non la finisce mai di rivendicare il potere al popolo. Chi invece è immerso nella propria miseria, la vive ormai come un destino ineluttabile, la trasforma in vanto e in sottocultura. La conclusione di tutti è comunque la stessa: Serra è uno snob, un radical chic.
Ma la sinistra che non c’è può rinascere proprio da parole come quelle di Serra, dal dubbio, dal fastidio per la discussione delle false certezze, dalla rottura dello status quo, dalla perdita di equilibrio, dallo scandalo, dalla vergogna, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal conflitto tra la condizione data e quella possibile, dalla speranza, dall’educazione e dalla cultura che è selezione di idee e di persone.
Serra ha dato fastidio a chi non ha bisogno di cambiare proprio niente, nè di se stesso ne della società