L’articolo del premio nobel Paul Krugmann, che ho potuto leggere nella traduzione italiana apparsa oggi su Repubblica, affronta il precoce fallimento dell’amministrazione americana, guidata da Obama, nel contrasto della crisi economica. L’analisi economica è ovviamente esatta, mi permetto di confutarne invece le conseguenze politiche dedotte.
Se infatti il dato della disoccupazione è indubitabilmente preoccupante (e non solo negli Stati Uniti), altrettanto evidente è il continuo forte consenso di cui Obama gode nel suo paese e in tutto il mondo occidentale, nonostante la crisi economica galoppante. Non è questa infatti a determinare – capisco se gridate allo scandalo di fronte a tale affermazione – il supporto dell’opinione pubblica, ma ad esempio – ora invece vi troverei incoerenti se gridate alla banalità – l’ultima radicale scelta di reinvestire fortemente sull’utilizzo di cellule staminali embrionali – dopo che Bush le aveva tenute utilmente “congelate” – che rappresenta anche l’ultimo esempio di una strategia politica generale non più centrata per l’appunto sull’economia, e già oltre la crisi del Capitalismo.
La società ritrova dunque le ragioni della sua esistenza altrove? Non esageriamo! Però è vero almeno che Obama fa il massimo del progressismo oggi possibile, cioè fa di necessità virtù.
Detto altrimenti, siccome la crisi economica è tale da non poter essere affrontata realisticamente in modo che finisca da dove era cominciata, il Presidente si preoccupa il più possibile di altro, di ciò che fino ad oggi è stato al massimo collaterale alla politica e che invece dovrebbe essere la sua forza vitale.
Se ne faccia una ragione, il grande economista, che il mondo non si salva con i numeri!
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