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Il PD, Vendola e la Bonino

dalemaLa vera partita del centrosinistra nel gioco delle candidature per le elezioni regionali si svolge nel Lazio, non in Puglia.

Certo, Vendola ha mostrato orgoglio e capacità di resistenza notevoli, e ha scombinato per un po’ i piani del PD (cioè di Massimo D’Alema), determinando uno spostamento di attenzione nazionale nei suoi confronti grazie alla nuova messa in scena  di quello spettacolo di Davide contro Golia che già gli era valso la vittoria alle primarie nel 2005. L’opinione pubblica si sa, quando può e gli si presenta l’occasione, tende sempre “istintivamente” a prendere le parti del più debole, dello sventurato solitario sul quale si è abbattuta la scure di un potere che ha dalla sua parte la forza: però lo fa per mera compensazione, ovvero per compassione, cioè non si muove mai per cambiare la storia,  si limita invece ad osservarne il suo naturale corso;  alla fine dei giochi si assoggetta sempre al vincitore.

(continua…)

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La sinistra alla deriva italiana

È un fatto evidente, che la Prima Repubblica abbia trovato il suo superamento nella crisi dei partiti fondatori, nell’esaurimento di una spinta propulsiva democratica mossa dall’antifascismo e perciò più forte di quelle diverse appartenenze ideologiche costituenti il passato necessario pluralismo politico.
È indiscutibile l’individuazione di un punto di frattura da cui nasce la Seconda Repubblica, con l’introduzione del sistema elettorale maggioritario.
Però è complessa l’analisi delle rispettive ragioni storiche.
Ed è invece è del tutto priva di fondamento l’ipotesi che un ritorno di partiti organizzati ideologicamente freni, sic et simpliciter, la deriva italiana.
Certo invece è che il collante principesco, messo in atto con successo naturale da parte della destra, e tentato ma fallito da parte della sinistra (non potendo per nessuna ragione considerare Di Pietro parte di questo campo), determina un ripensamento delle forme di rapporto e di riconoscimento reciproco tra eletti e elettori che costituiscono la normale vitalità democratica.
In questo quadro mi chiedo il senso politico delle spinte centrifughe che agitano il costretto bipolarismo italiano; cioè, per intenderci, cerco di capire le mosse dei Pisanu da una parte e dei D’Alema dall’altra, sperando magari che anche dalle mie parti , in quella sinistra non rappresentata nelle istituzioni, si ritrovi il gusto della prospettiva e la conseguente capacità di ricollocarsi nel panorama politico…o, che è egualmente saggio, che si preveda e si proponga un vero big bang.

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rifondazioni





Una delle caratteristiche fondamentali della politica contemporanea sta emergendo clamorosamente dal dibattito pubblico degli ultimi mesi all’interno del fronte degli sconfitti, particolarmente dal Partito Democratico. La realizzazione di organizzazioni esterne ad esso in luogo di correnti interne sembra infatti diventato il leit-motiv dei dirigenti che non vogliono ancora gettare la spugna e al contrario pensano di poter esercitare una nuova spinta propulsiva, sull’onda di quella esigenza di innovazione che resta la missione storica principale da compiere nei primi decenni di un nuovo millennio. Associazioni, movimenti, fondazioni e riviste, servono a questo scopo e rappresentano oggi la quint’essenza dell’attività politica.

Si potrebbe obiettare che non la stessa forma viene scelta nell’alveo dei vincitori (o almeno non così coerentemente), ma sarebbe altrettanto facile capire che è proprio dall’opposizione che gioco-forza si debbono tracciare le linee guida di un lungo periodo, mentre dal governo si è purtroppo fissi sulla crisi della quotidianità che blocca ogni fantasia.

D’Alema, come al solito, tenta di stare davanti a tutti, e non solo rinvigorisce sempre più la ormai affermata ma un po’ patinata fondazione ItalianiEuropei, contemporaneamente fonda una nuova associazione a questa parallela, Red, che più chiaramente può svolgere quel ruolo di organizzazione della cittadinanza attiva vagamente di centrosinistra che sente l’esigenza dell’impegno politico collettivo ma rifiuta categoricamente l’appartenenza ad un partito.

I partiti, si sa, non sono più luoghi di formazione delle identità, né conseguentemente di organizzazione del consenso, al massimo sono dei comitati elettorali: da questa nozione ormai non si torna più indietro. Tuttavia ciò non significa necessariamente che il futuro sta nell’individualismo asociale e in quella sorta di autoritarismo anarchico così bene incarnato dalla figura di Berlusconi. L’uomo sempre animale sociale è, e da qualche parte la sua natura dovrà pure venire fuori.

La sinistra quella vera, si sa anche questo, è indietro nella comprensione della realtà e soprattutto è ossessionata dalla vaghezza del progetto piddino, si sente a rischio contagio e mostra così tutta la sua debolezza, elettorale, sociale, culturale. Ma anche qui ciò che emerge vivacemente sta fuori i rifiutati partiti, quelle piccole chiese ormai piene solo di pretuncoli di periferia.

Insomma bisogna distinguere nella politica contemporanea i luoghi della formazione identitaria dai luoghi dove spenderla: l’ideologia marxista-leninista è definitivamente in crisi, insieme a tutta la civiltà occidentale, ma non lo è per nulla la ricerca di una nuova e coerente identità socialista.

 

 

 

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