Per ritornare alla politica, come necessariamente voglio fare, all’inizio di settembre, sento di dover anche riscoprire qualcosa che è andato perso non solo nei miei pensieri , di cui questo blog personale è parziale conoscitore, ma proprio nel dibattito pubblico e nell’opinione generale del paese.
Mi riferisco alla dimensione della politica internazionale, e vorrei arrivare ad esprimere qui a tale proposito qualche idea su quello che ne è il contenuto più rilevante, secondo me, dalla fine della guerra fredda, cioè quello sviluppo dell’Unione Europea che sembra in questi ultimi anni temporaneamente in crisi, forse non solo a causa dell’antieuropeismo interno e della negativa congiuntura economica mondiale, ma soprattutto perché, arrivato al punto di dover prendere una decisione riguardo l’entrata in gioco della Turchia, esso si trova conseguentemente a dover scoprire la propria natura storica.
Il giudizio sulla massima importanza del processo di integrazione europea e la sua sottolineatura proprio nel giorno dell’annuncio di quel ritiro delle truppe americane dall’Iraq che sembra raccontare tutta un’altra storia, lo capisco può sembrare esagerato e sorprendente, ma i tempi lunghi della storia insegnano di più della lettura dei quotidiani e io preferisco, nonostante tutto, la lezione di Machiavelli a quella di Hegel.
Prima però di esprimermi liberamente sulla concreta politica internazionale , a titolo di premessa devo dare una risposta ad una domanda teorica sottintesa: che cos’è la politica internazionale?
Sembrerebbe in realtà una domanda inutile, dalla risposta scontata: ma la politica internazionale non è semplicemente una parte della politica bensì è la politica stessa: è il campo in cui si misura in un certo senso il grado di civiltà mondiale e in definitiva il progresso storico. Di fronte a tale verità però ci si confonde sempre di più, come se l’unico universalismo che fossimo in grado di pensare oggi torni ad essere quello religioso. Gli effetti di tale segno regressivo sono peraltro evidenti nelle cronache politiche dei notiziari locali (ora, ogni notiziario è per sua natura locale, e i giornali nascono in tutto il mondo come organi appunto localistici, ma io qui mi riferisco a quelli che locali non dovrebbero esserlo o non dovrebbero esserlo più, come Repubblica e il Corriere della Sera ) che spacciano per politica tutta una serie di solite scaramucce tra tizio e caio (mi colpiva molto Giorgio Ruffolo su Repubblica qualche giorno fa quando notava che sui giornali ormai si è presa la cattiva abitudine di chiamare i politici per nome o peggio per soprannome, come fossero i propri vicini di casa), scaramucce che in quanto tali, cioè se non correttamente analizzate e inquadrate (cosa per la quale forse basterebbe la stampa di un quadrimestrale di quattro pagine anziché un quotidiano di quaranta) non hanno quasi mai nessuna importanza politica reale.
Allora la mia risposta alla domanda è la seguente: la politica internazionale la si definisce per negazione ed è tutta quella che non si limita ai soliti Berlusconi e Fini e Veltroni e D’Alema, protagonisti invece della massima rappresentazione della politica locale (la conoscete la dinamica dei piccoli paesi o magari quella dei quartieri delle grandi città? Si svolge pressappoco così, ci sono tre o quattro signori che senza una ragione specifica, se non magari una tradizione familiare, fanno politica, o dicono di farla, occupandosi del territorio, dei lampioni, delle fontanelle, delle strade o magari dei campi con dei maiali al pascolo): poi certo capita che anche Berlusconi e compagnia bella si trovino realmente e quasi inconsapevolmente a fare politica, ma è più per riflesso che per scelta, diciamo perché la storia va avanti nonostante tutto e si porta appresso più o meno tutti…posso infatti constatare personalmente che anche in un piccolo paesino della Puglia (dove mi trovo io adesso) sono dotati del classico apparato istituzionale occidentale, non usano il telegrafo per comunicare, e per trasportarsi su quattro strade che confluiscono su un’unica piazza salgono su degli inutili tecnologici macchinoni che certo non hanno inventato né meritato (tra gli eroi del posto si annovera infatti solo Padre Pio che non era molto incline al progresso né politico né scientifico). Succede insomma che il prodotto della storia, cioè il risultato dell’intelligenza umana (e non della provvidenza) abbia un valore essenzialmente generale e porti diritto e benessere anche dove non lo si aspetterebbe.
Eccoci al punto. Nella politica internazionale il diritto è secondario perché è conseguenza e non causa di idee e comportamenti, e dato che le regole del gioco non dipendono solo dalla forza e dal denaro (un errore fondamentale averlo mai creduto, ma dopo l’11 settembre non dovrebbe crederlo più nessuno!) ma anche per esempio dipendono dallo “scontro di civiltà” (quel libro va letto attentamente!!) o dalla ricerca di nuovi modelli politici che superino quel concetto di Stato-Nazione fondato sulla ricerca di un’unità linguistica e territoriale ormai inadeguata, sembra necessario ora più che mai dotarsi di una forma di politica mondiale per determinare il progresso della storia. E quale migliore esempio per far ciò, della costruzione, secondo un modello da alcuni definito non a caso “diffusivo”, dell’Europa: il migliore esempio solo a patto di rispettarne l’invenzione fondamentale e non costringerla invece nella ricerca di nuove unità territoriali (e peggio religiose) di ampiezza maggiore. Questa è tutta la sfida della politica, al suo ritorno.










