Come ampiamente preannunciato, Trump ha deciso per il ritiro americano dall’accordo nucleare che Obama due anni fa insieme all’Europa siglò con l’Iran nel quadro di una strategia di stabilizzazione dell’area mediorientale e di una auspicata moderitazzazione del regime islamico.
Il Presidente degli Stati Uniti ha agito come aveva promesso in campagna elettorale, forte di un consenso interno che invece il suo predecessore non aveva saputo cercare, avendo paura persino di un voto del Congresso a ratificare e suggellare il faticoso Deal.
ll Piano d’azione congiunto globale (comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano), bisogna essere onesti, era debole sotto diversi punti di vista (l’Iran scambiava una sospensione decennale dei programmi nucleari con lo status di legittimo e potente attore internazionale), e non solo non ha prodotto i risultati sperati di ordine regionale ma, ponendo fine alle sanzioni economiche, ha arricchito la repubblica islamica al punto di finanziare un ritorno di aggressività nell’area di una potenza regionale amica di Putin (il quale infatti realisticamente non si era opposto allo spirito pacifista obamiano calcolando meglio la natura delle forze in campo e il rafforzamento del regime iraniano antiamericano).
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Trump ha promesso che deciderà se sospendere l’accordo nucleare con l’Iran entro il 12 di maggio. Siamo quindi vicini ad un possibile momento di svolta nelle relazioni internazionali e di sicura tensione geopolitica.
L’Iran ha accresciuto, grazie alla sospensioni delle sanzioni, il proprio naturale e potenziale imperialismo in medioriente e grazie alla guerra siriana è arrivato a rappresentare una minaccia concreta e diretta per Israele e quindi per l’Occidente. Se l’accordo nucleare fosse stato inteso quindi come un deterrente all’escalation di tensione in quell’area strategica, i fatti hanno dimostrato purtroppo che è servito molto di più agli interessi bellicosi della repubblica islamica.
Nel frattempo i mercati scontano un rafforzamento prepotente del dollaro e un calo del petrolio, a minacciare la crescita delle economie emergenti (aumento del costo del debito e fuga di capitali), e a esplicitare una prevista contrazione della crescita globale: gli interessi sui titoli americani diventano quindi oggi un porto conveniente e sicuro. Ciò, lungi dall’essere motivo di rafforzamento della potenza americana nel mondo, potrebbe favorire la corrente isolazionista sempre presente nella democrazia americana e determinante nella vittoria elettorale di Trump: un mondo più insicuro e meno americano a fronte di un’America più forte dentro i propri confini.
Questo è il vero dramma contemporaneo, la crisi dell’egemonia americana nel mondo che sembra procedere di pari passo con il riflusso dell’idea di democrazia e di governo delle relazioni internazionali.

Il singolo bombardamento ordinato per rappresaglia da Trump, contro l’utilizzo di armi chimiche in Siria, con la partecipazione di Francia e Gran Bretagna e il consenso di Nato e Unione Europea, non cambia lo scenario politico e militare mediorientale ed anzi rischia di giustificare una volta di più l’alleanza russo-iraniana e di rafforzare il regime di Assad.
Il presidente americano ha dichiarato su twitter che “la missione è compiuta”, comunicando quindi una politica estera di semplice limitazione al controllo totale e sanguinario del governo siriano e all’influenza della Russia e dell’Iran.
Nessun cambiamento dei rapporti di forza sul campo quindi e nessuna volontà di sloggiare Assad o di ritrovarsi in uno scontro frontale con la Russia.
Ma l’evitamento del problema non è la soluzione dello stesso. Sappiamo bene che i limiti alla repressione violenta di ogni forma di ribellione e contrasto al potere non sono un problema per Putin nè tantomeno per la repubblica islamica, e anzi la volontà di potenza di questi soggetti internazionali non fa che accrescere il loro consenso interno e minacciare i valori universalistici delle democrazie occidentali.
Sarebbe necessario dunque un piano di interventi e di politica internazionale ben più articolato, fondato soprattutto sulla credibilità della forza diplomatica e militare della superpotenza americana e dei suoi alleati. Al momento non si intravede.

Sulla vicenda della rimozione del megamanifesto fatto affiggere dalla onlus Provita nell’ambito di una campagna di comunicazione contro la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, che compe 40 anni, si è parlato di censura della libertà di espressione, in modo inappropriato.
Il Foglio, autorevole voce politica che seguo e leggo sempre con grande interesse, ha addirittura tentato il paragone con la teocrazia iraniana per etichettare chi ha sostenuto l’inopportunità della pubblicità: peccato che proprio da quelle parti si trovi l’esempio contrario del dramma dell’aborto illegale e delle conseguenze sulla salute e sulla libertà delle donne che esso provoca. leggi tutto…