La proposta cinese di una “valuta globale” che sostituisca il dollaro come strumento di riserva, è di quelle che fanno politica, che cambiano la storia.
Non c’è da stupirsi quindi se, sulle prime, a Obama non sia piaciuta: al di là della difesa degli interessi americani, inevitabilmente legati a quelle del gigante asiatico, al neopresidente penso non piaccia soprattutto essere superato sul terreno dell’innovazione, cioè nella capacità di prevedere e preparare il futuro. Ma soltanto l’inerzia politica dell’Europa può rassicurarlo, invece il resto il mondo si muove, dimostrando la necessità di una partecipazione al potere mondiale.
Che tristezza mi viene se penso all’Italia, che in questi giorni è concentrata anzi nella riscoperta del medioevo religioso (legge sul testamento biologico) e localista (la legge leghista sul federalismo).
La proposta cinese di una “valuta globale”
Contro Krugmann e per Obama
L’articolo del premio nobel Paul Krugmann, che ho potuto leggere nella traduzione italiana apparsa oggi su Repubblica, affronta il precoce fallimento dell’amministrazione americana, guidata da Obama, nel contrasto della crisi economica. L’analisi economica è ovviamente esatta, mi permetto di confutarne invece le conseguenze politiche dedotte.
Se infatti il dato della disoccupazione è indubitabilmente preoccupante (e non solo negli Stati Uniti), altrettanto evidente è il continuo forte consenso di cui Obama gode nel suo paese e in tutto il mondo occidentale, nonostante la crisi economica galoppante. Non è questa infatti a determinare – capisco se gridate allo scandalo di fronte a tale affermazione – il supporto dell’opinione pubblica, ma ad esempio – ora invece vi troverei incoerenti se gridate alla banalità – l’ultima radicale scelta di reinvestire fortemente sull’utilizzo di cellule staminali embrionali – dopo che Bush le aveva tenute utilmente “congelate” – che rappresenta anche l’ultimo esempio di una strategia politica generale non più centrata per l’appunto sull’economia, e già oltre la crisi del Capitalismo.
La società ritrova dunque le ragioni della sua esistenza altrove? Non esageriamo! Però è vero almeno che Obama fa il massimo del progressismo oggi possibile, cioè fa di necessità virtù.
Detto altrimenti, siccome la crisi economica è tale da non poter essere affrontata realisticamente in modo che finisca da dove era cominciata, il Presidente si preoccupa il più possibile di altro, di ciò che fino ad oggi è stato al massimo collaterale alla politica e che invece dovrebbe essere la sua forza vitale.
Se ne faccia una ragione, il grande economista, che il mondo non si salva con i numeri!
Obama
Per me è stata una lunga notte. Non ci ho creduto fino all’ultimo. Ma Obama ha vinto anche contro la mia diffidenza, targa di una vecchia e inutile sinistra. Non ce la faccio infatti a sentirmi contento: mi sento invece sorpassato e insicuro, perché la lontananza da quel modello mi ha reso un osservatore cieco, o un corridore zoppo, qualcuno insomma incapace di vedere e di capire, di percorrere la stessa strada. Mio malgrado però Obama è una speranza anche per me, anche per la sinistra, per tutti quelli che hanno pensato come me, più di me, che morte le idologie non ci sarebbe stato più spazio per la politica e per la trasformazione della realtà, e che fossimo inequivovabilmente condannati all’impotenza e al declino; invece al di là, o al di qua, delle ragioni, dei documenti, delle tradizioni, delle strategie, dei partiti, c’è la reale possibilità di cambiare il mondo, a partire da noi stessi. È per questo che ha vinto Obama









