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Eluana, D’Alema, e la Sinistra

Spesso, chi, negli ultimi anni, ha percorso la strada dissestata della poltica di sinistra, indirizzata verso il fallimento, si ritrova oggi non solo in una deprimente situazione di privazione della rappresentanza degli interessi e dei diritti, ma anche incerto delle  sue più radicate idee.
Il caso Englaro (ci torno sopra perché esso rappresenta senza dubbio uno snodo fondamentale della nostra  storia civile) ha dimostrato infatti che sotto la fragilità dello Stato Italiano, vittima della prepotenza ideologica della Chiesa, vi è una più profonda incapacità della cittadinanza democratica di proporre un pensiero compiuto, convinto, e alternativo a quello religioso, che pure nell’occasione si è espresso in tutta la sua violenza, costringendo un corpo di donna a invisibili umiliazioni, e in tutta la sua inciviltà, disprezzando le leggi costituzionali e le istituzioni da queste derivate.
Insomma, dietro questa tragica storia, individuale, abbiamo dovuto notare una più immane tragedia, collettiva: la mancanza di un argine, non dico ateista, ma illuminista sì, a difesa della libertà individuale, della responsabilità personale dei cittadini, e di tutti quei principi e quelle pratiche che ci hanno spinto fuori dal Medioevo: in altre parole la mancanza di un’argine culturale.
Perché sono state troppo poche le voci fuori dal coro dei “dubbi” dei Democratici, i quali accarezzando una timida e astratta libertà di coscienza – stupida, in realtà, perché non sostenuta da nessuna idea forte e conoscenza scientifica – hanno come al solito avallato, perché poco contrastato,  una cinica operazione della destra contro la solida concretezza della Costituzione repubblicana. Una sola si è distinta, per chiarezza e autorevolezza, quella di Massimo D’Alema.
Certo che, per la sinistra, affidarsi al baffo principesco, al fine di una propria resurrezione, è un po’ triste e anche forse un po’ rischioso. Ma a questo punto è evitabile?

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Dopo…

 

Qualsiasi scritto di teoria politica che data dall’inizio degli anni Novanta ad oggi dovrebbe necessariamente partire con la locuzione “dopo”, perché è inevitabile concentrare l’attenzione su ciò che è finito, e forse anche su ciò che è cominciato, dopo la sconfitta politica, economica e culturale dell’Unione Sovietica e dell’ideologia comunista che la presupponeva, ed è possibile cercare nei segni della contemporaneità la mancanza di una certezza e di una speranza, insomma di un altro senso per l’esistenza umana e per la propria vita sociale.
Questo scritto, illuminato dalla coscienza di una netta cesura storica, che per l’autore sarebbe anche inevitabilmente generazionale, tenterebbe allora di tratteggiare il profilo di una nuova identità, partendo, se così si può dire, proprio dalla sua assenza, come si fa nel gioco infantile in cui si uniscono i puntini intuendo nella mente una figura che ancora non esiste, per arrivare poi a scoprirla interamente, a renderla sensibile agli occhi.
Ciò che si cercherebbe in realtà avrebbe già un nome, “sinistra”, che renderebbe la cosa di per sé attraente, data l’alta considerazione che i valori della giustizia e della libertà hanno ottenuto e ottengono in quella parte politica, e tuttavia ancora non avrebbe ancora il suo oggetto, perché proprio quei valori sono stati incarnati e sconfitti nel Comunismo senza che trovassero da qualche altra parte una soluzione più soddisfacente. Si tratterebbe allora di ricercare, in uno spazio più ampio, le isolate storie costituenti l’altra sinistra, evitando scorciatoie mostruose come l’esperimento alla Frankenstein della Sinistra-L’Arcobaleno, e studiando profondamente nella realtà le possibilità di trasformazione della stessa.

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La sconfitta

 

Da che la Sinistra ha subito la più pesante sconfitta elettorale della sua storia italiana sono passati tre giorni, e il più importante politologo nostrano, che è anche il più conosciuto nel mondo (cioè, secondo la normale visione imperialista, negli Stati Uniti D’America), ripete ogni sera in televisione il senso (comune) del fatto: la Sinistra, cosiddetta alternativa, dice di avere un progetto diverso del mondo ma in realtà è incapace, come qualunque altro soggetto politico, perfino di capire cosa sta succedendo in esso: fallisce necessariamente in tale impresa intellettuale data l’impossibilità di costruire qualcosa sulle macerie causate dal crollo delle ideologie novecentesche. Dal “secolo breve” usciamo tutti immersi ormai, coscienti o meno, nel caos, originario ed eterno, in cui tutto esiste e non esiste, e si confonde per non distinguersi.

Oggi, è vero, non c’è proprio più nessuno che pensi la storia e che faccia la storia; in politica, come in televisione, tutto è diventato uguale, indifferente, tutto fa brodo, e perfino la Sinistra sembrando solo un ingrediente come un altro, insapore come qualunque altro, può essere tolto e sostituito da qualunque altro per il solo fine di una riduzione generale delle spese.

Però, nella angosciante insistenza omicida di Giovanni Sartori, leggo, forse solo per consolarmi, la speranza che il pensiero della sinistra, latente e debole, sia duro a morire, e magari che la sua assenza dal dibattito pubblico, così accanitamente ricercata dalle classi dirigenti borghesi, possa provocare negli negli intellettuali, negli operai, nelle donne, nei giovani, quel sentimento di nostalgia che finora gli è mancato, e che è invece necessario per darsi la speranza.

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NO RUTELLI! lettera a Liberazione non pubblicata

 

Caro Sansonetti,

davvero non sappiamo perché la politica è in crisi? O nascondiamo le cause a noi stessi prima che agli altri per paura di cambiare, di rimetterci in discussione, di iniziare un processo di trasformazione?

La campagna elettorale non è il periodo giusto per le riflessioni profonde? O siamo vittime noi della Sinistra-arcobaleno più del resto dello schieramento politico del vuoto culturale e del disorientamento ideale rilevato dalla crisi della civiltà occidentale?

Il ventilato protagonismo dei Territori che sfidano una visione verticistica e nazionale della politica, nella retorica sinistrorsa si fonda su un reale radicamento sociale o è la dimostrazione di una incapacità di dibattito culturale?

È ormai certa la candidatura di Giuliano Ferrara a sindaco di Roma, sostenuta dalla coalizione di destra dopo che questi con spregiudicata e astutissima mossa politica si è inventato una lista che concorrerà su scala nazionale alla più o meno democratica divisione dei seggi parlamentari (data la legge elettorale “porcata”) mettendo al centro della propria propaganda la questione dell’aborto, cioè della idea stessa della vita umana dal punto di vista conservatore (o ultra-conservatore). E la sinistra come risponde? È opportuno lasciare che sia il vuoto pneumatico Rutelli a confrontarsi col peso massimo della politica italiana?

Io penso che no, è necessario invece che la Sinistra almeno a Roma segua la logica nazionale di autonomia elettorale e sfida culturale, anziché impostare la battaglia fondamentale su un piano amministrativo. Urge dunque una ben altra candidatura, espressione della ricerca di una nuova identità politico-culturale di alternativa all’avanzata delle due destre.

 

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Dubbi passeggeri

 

Forse è colpa del Natale, del tradizionale raccoglimento familiare coatto e delle inevitabili indigestioni, se mi è venuto l’improvviso dubbio che la Sinistra-l’Arcobaleno sia realmente, o possa esserlo nell’immediato futuro, la risposta migliore alla crisi della sinistra, alla decadenza della democrazia occidentale, alle nuove dinamiche antipolitiche della classe dirigente italiana e (per non sentirci soli) europea.
Per uno come me, formato nel bene e nel male (siccome il panettone mi è andato di traverso dico più nel male che nel bene) nelle stanze dei partiti e, prima, delle associazioni impegnate socialmente, nel crogiuolo della lotta quotidiana dove l’azione domina l’intelletto per sottometterlo all’immediatezza del bisogno, è difficile fare espressamente riferimento alla categoria del dubbio, alla validità dello stesso per rinnovare i pensieri e le culture, per capire gli errori e talvolta gli orrori della storia collettiva e di quella personale. A volte, penso, il dubbio può essere una scusa per l’immobilità comoda dei pensatori di mestiere, e può diventare il tratto più evidente di una filosofia del fallimento e della condanna del cambiamento, così assumendo il valore di “sistema”. Però per me che non lo teorizzo né lo pratico per istintiva riluttanza (preferisco infatti essere tacciato di dogmatismo operaio più che di intellettualismo borghese, dato che di borghese non ho né la nascita né l’assimilazione a posteriori) il dubbio è uno stato di trance necessario, incomprimibile, molesto anche e soprattutto concreto, concreto fino all’estremo limite di una vita che rifiuta l’adagio del surrealismo d’accatto imposto con la televisione commerciale…e con la politica che ne consegue.
Non si tratta dunque di ripetere la semplice e esatta riflessione sulla globalizzazione capitalista che genera nuove servitù, e oppressioni e guerre, con un dissimulato tecnicismo che annulla la possibilità di esistere politicamente come identità contrapposte di sinistra e di destra; non si può cioè accontentarsi del bisogno materiale di reagire mettendo insieme ciò che è contro questo stato di cose; mi sembra di andare oltre, nella consapevolezza di una ricreazione della cultura della sinistra.
Mi sembra che non possiamo illuderci vicendevolmente con lo spettacolo dialettico che ruota attorno al concetto di essere partiti con il passo sbagliato: i modi, i tempi, i risultati, le sfide aperte, le crisi ideologiche e tutto ciò che ha vissuto nei giorni dell’8 e del 9 dicembre 2007 non è che una piccola parte del nostro problema e non è, neanche un po’, la soluzione.
L’idea di mettere insieme la sinistra che c’è, così com’è, con i matrimoni di convenienza e di opportunità, è sbagliata, radicalmente sbagliata.
…Andando a fare i regali, sono entrato in una piccola libreria di una cittadina del sud, appena aperta. Aveva la sala per i dibattiti: 3 sedie e un’atmosfera raccolta, come quella del Natale, come quella che dispone ad una nuova nascita. E nella fabbrica del Nord che sta per chiudere ci sono ormai pochi operai, alcuni dei quali muoiono bruciati, senza estintori, senza partito, senza sindacato. Eccole le immagini della sinistra, della mia sinistra…che contrastano con la realizzazione de La Sinistra- Arcobaleno. Ma forse è solo un dubbio, che sta sparendo con il panettone all’inizio del solito anno nuovo.

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