Per documentare l’immaginazione di un ciclo ribassista così profondo del sistema liberale e democratico e la nascita di una minaccia concreta  all’equilibrio economico sociale mondiale realizzato in un periodo cinquantennale di pacifico sviluppo dele istituzioni sovranazionali, per smentire la teoria sistematizzata della “fine della storia”, per vedere compromesso quel modello di democrazia rappresentativa che sembrava destinato a globalizzarsi insieme al capitalismo, dovremmo forse tracciare più una storia psicologica collettiva della crisi di identità dell’uomo contemporaneo occidentale che sommare dati economici e risultati elettorali.

O forse dovremmo rivolgerci ai testi classici della letteratura politica, per scoprire che la degenerazione populista della democrazia si trasforma necessariamente in tirannia, quando si è colpevolmente abbandonato il governo dei pochi con il consenso dei molti.

Sta di fatto che oggi all’ordine del giorno politico in tutto il mondo ci sono questioni come il protezionismo economico, il respingimento alle frontiere dei migranti, il rifiuto del professionismo politico (e non solo politico), il disprezzo per la libertà privata (di proprietà, di opinione, di religione), l’estremismo ignorante di un popolo incapace di virtù: più che la fine della storia sembra un tentativo di negazione della stessa, una ubriacatura distruttiva del mondo circostante.

Si è rotto un patto di governo, tra governati e governanti, tra élite e popolo, quella antica santa alleanza tra Yahweh e gli israeliti che la Bibbia ci ha insegnato ad aggiornare sempre con uno spirito nuovo che non cancella quello vecchio.

Ecco a cosa serve la politica, a rinnovare quel patto e a renderlo stabile e funzionale al benessere e alla crescita della collettività. E non è che recuperando questa funzione storica, che una interpretazione politica democratica (e se volete di sinistra) può uscire dalla marginalità attuale e rispondere alle proprie responsabilità di mediazione degli interessi, di equilibrio sociale e di individuazione degli obiettivi di progresso economico e culturale delle masse.

 

Anche in Messico al potere arriva l’anti-estabilishment, e spazza via in maniera decisa e impietosa la vecchia classe dirigente colpevole della solita corruzione sempre presente e oggi denunciata ovunque nel mondo perché scandalo contingente nella realtà crescente della povertà: l’equilibrio tra il potere e l’accumulazione della ricchezza dell’élite da una parte e lo sviluppo economico e sociale dall’altra si è perso a causa della crisi delle istituzioni liberali e democratiche, per apparente paradosso.

Il Messico è un paese importante dell’America centrale (membro del NAFTA che Trump vuole cancellare) con 120 milioni di persone e 60 milioni di poveri tra queste. Ha vinto le elezioni un uomo di sinistra, Andres Manuel Lopez Obrador, che già nel 2006 era andato vicino alla vittoria rimanendo sconfitto secondo lui per brogli elettorali: questa volta la dimensione del successo non ha autorizzato dubbi, è nettamente oltre il 50%, e concede al neopresidente nel gergo giornalistico la volgare nomina a “uomo solo al comando”.

Ci sarà quel cambio politico promesso in campagna elettorale e che ha spaventato i mercati finanziari? Obrador sarà associato ai populisti europei e al suo vicino omologo Trump?

Qualche indizio sembra far sperare che la campagna elettorale populista possa confluire invece in un governo riformista, in un nuovo patto tra élite e popolo: quando la sinistra nei paesi occidentali assume su se stessa il carico del consenso di massa per una prospettiva di governo si assiste infatti ad una politica tutto sommato realista e democratica, non ostile al capitalismo. L’ultimo buon esempio è quello di Tsipras, speriamo sia anche il caso del Messico: la deriva venezuelana, e in parte brasiliana, dovrebbe rappresentare il giusto monito agli estremismi.

Gl investitori hanno gli occhi puntati sul proseguimento del programma di privatizzazione dell’energia elettrica, sull’autonomia della banca centrale e sull’attuazione dei programmi sociali in armonia con il contenimento della spesa pubblica. Importante anche l’atteggiamento nei confronti del NAFTA: Obrador ha già detto che non intende lasciarlo.

 

Tocca dire una cosa sgradevele, Serra ha detto la verità. Il giornalista, solitamente comodo sulla sua “amaca”, ha avuto un sussulto, e come risvegliatosi improvvisamente, ritrovandosi in quello stato tra sonno e veglia che rimuove per un attimo la propria collocazione nel mondo, ha guardato quella realtà celata dalla coscienza che non è più parte del mondo della ragione e del dibattito pubblico: la scuola dei ricchi e quella dei poveri, la divisione di classe e la risposta populista alla esclusione sociale, la violenza dell’ignoranza.
Le immagini si sono trasformate in parole e le parole in pietre: molti ne sono rimasti colpiti.
Chi non ha mai fatto l’istituto tecnico o il professionale ha reagito come un vecchio professore universitario che insegna ai propri studenti ad amare gli operai e non la finisce mai di rivendicare il potere al popolo. Chi invece è immerso nella propria miseria, la vive ormai come un destino ineluttabile, la trasforma in vanto e in sottocultura. La conclusione di tutti è comunque la stessa: Serra è uno snob, un radical chic.
Ma la sinistra che non c’è può rinascere proprio da parole come quelle di Serra, dal dubbio, dal fastidio per la discussione delle false certezze, dalla rottura dello status quo, dalla perdita di equilibrio, dallo scandalo, dalla vergogna, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal conflitto tra la condizione data e quella possibile, dalla speranza, dall’educazione e dalla cultura che è selezione di idee e di persone.
Serra ha dato fastidio a chi non ha bisogno di cambiare proprio niente, nè di se stesso ne della società

Il Labour Party neozelandese guidato dalla trentasettenne Jacinda Ardern torna al potere dopo 9 anni ininterrotti di centro-destra.

La Nuova Zelanda si ritrova così ad avere il leader più giovane degli ultimi 150 anni della sua storia.

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