Come ampiamente preannunciato, Trump ha deciso per il ritiro americano dall’accordo nucleare che Obama due anni fa insieme all’Europa siglò con l’Iran nel quadro di una strategia di stabilizzazione dell’area mediorientale e di una auspicata moderitazzazione del regime islamico.
Il Presidente degli Stati Uniti ha agito come aveva promesso in campagna elettorale, forte di un consenso interno che invece il suo predecessore non aveva saputo cercare, avendo paura persino di un voto del Congresso a ratificare e suggellare il faticoso Deal.
ll Piano d’azione congiunto globale (comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano), bisogna essere onesti, era debole sotto diversi punti di vista (l’Iran scambiava una sospensione decennale dei programmi nucleari con lo status di legittimo e potente attore internazionale), e non solo non ha prodotto i risultati sperati di ordine regionale ma, ponendo fine alle sanzioni economiche, ha arricchito la repubblica islamica al punto di finanziare un ritorno di aggressività nell’area di una potenza regionale amica di Putin (il quale infatti realisticamente non si era opposto allo spirito pacifista obamiano calcolando meglio la natura delle forze in campo e il rafforzamento del regime iraniano antiamericano).
Oggi Trump mostra risolutezza e muscoli, nel quadro di una politica isolazionista che non è più soggetta alla retorica dell’ordine globale e che cinicamente potrebbe, per apparente paradosso, accettare o addirittura auspicare guerre di interesse e di difesa della propria potenza in luogo di quelle operazioni armate di pacificazione e democratizzazione alle quali ci eravamo abituati. Una svolta dell’immagine internazionale americana che si concretizza nella distruzione non solo di quest’ultimo ma di molti dei più importanti accordi a fondamento di un multilateralismo che esiste solo grazie alla supremazia e alla garanzia dalla superpotenza democratica occidentale.
Gli Stati Uniti vanno per la loro strada contro tutti, anche contro l’Europa, che invece insolitamente si compatta (dalla Gran Bretagna alla Francia alla Germania) in difesa di un accordo che, al di là della efficacia, rappresentava l’esistenza di una politica internazionale che sembra ormai superata da un processo di disordine globale e di rimessa in discussione dei ruoli egemoni.

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