La politica è un grande paradosso, e rappresenta proprio per questo l’attività umana più importante: necessità e volontà si confondono annullando il concetto ideologico di bene e male. Lo dimostra la Turchia di Erdogan, cresciuta grazie anche ad un dittatore che ha saputo intercettare il consenso di una massa povera ma capace stimolando in ogni modo l’economia, attingendo ad un credito straniero a basso costo e indebitando a dismisura famiglie e imprese, per violentare una democrazia debole e incapace di produrre ricchezza da sè. Il legame tra aumento del PIL e diminuzione della libertà si è reso palese ed efficace: dieci anni di crescita costante che sono però finalmente finiti con l’ultimo trimestre dell’anno scorso (il dato è stato pubblicato ieri), che ha segnato il -2,4% dopo il -1,6% del trimestre precedente (per parlare di recessione, per convenzione, bisogna attendere infatti il verificarsi di due trimestri negativi consecutivi). La dittatura per una società è come la droga per un individuo, funziona sul breve periodo ma arriva il momento in cui chiede il conto, perché è costrittiva e non cambia la realtà delle cose, ma solo la percezione di essa: è un formidabile strumento di potere (cioè di controllo) che paga però ad un prezzo troppo alto ogni beneficio acquistato. Ed è per questo che l’iniziale consenso di una massa eternamente in cerca di un messia (che prima o poi inchioderà ad una croce) si trasforma in repressione.

Erdogan deve affrontare le elezioni più importanti per lui alla fine di questo mese: si vota per le amministrative, anche ad Ankara e ad Istambul. Per la prima volta deve affrontare un popolo scontento perché più povero, in una congiuntura internazionale di restrizione commerciale che non favorisce le esportazioni turche, mentre nello stesso tempo le banche hanno smesso di erogare prestiti e le aziende falliscono e i capitali esteri sono tornati verso porti più sicuri con l’innalzamento dei tassi americani. La valuta turca si è svalutata enormemente e l’unica contromossa di Erdogan quale è stata? L’apertura di mercati ortofrutticoli a basso costo: assomiglia un po’ al cosiddetto reddito di cittadinanza italiano. Forse è finita la droga?

La banca centrale turca ha alzato finalmente i tassi di interesse, dal 17,75% al 24%, contro i moniti del dittatore Erdogan e in favore delle aspettative degli investitori istituzionali: la lira ha recuperato qualcosa (il 4%) nei confronti del dollaro, mentre il paese mediorientale ha tentato in questo modo di dimostrare la propria credibilità nella gestione di una politica monetaria indipendente dalle pressioni politiche. Ma la decisione, senz’altro opportuna, non è sufficiente per invertire la tendenza che sembra puntare ad una vera e propria crisi economica dopo quella finanziaria, soprattutto se non bastasse a riaprire i canali del mercato del debito che avevano sostenuto il boom economico degli ultimi anni, e se la forza del dollaro continuasse a pesare sulla capacità di restituzione dei prestiti ottenuti nella valuta americana. La lira turca ha perso, non a caso, circa il 40% quest’anno, rendendo gli interessi più difficili da pagare, perché sconta l’avversione degli investitori per tutti i mercati emergenti (che ha affossato anche il peso argentino e messo in difficoltà le monete del Sudafrica, dell’Indonesia, dell’India, e altre) – conseguenza prima delle paure per la contrazione della crescita economica globale, per le decisioni sui dazi e per le politiche monetarie restrittive avviate dalla FED, sempre più banca centrale del mondo – e perché è una delle aree politiche del mondo dove è più evidente che lo spirito dei tempi non è a favore della democrazia e della libertà di espressione umana indispensabile per sviluppare un mercato sano.

 

La Turchia è da sempre un paese di confine tra Oriente e Occidente, un elemento geopolitico centrale per capire il mondo che stiamo vivendo: dopo essere stato un alleato importante dell’America e un potenziale nuovo membro dell’Unione Europea, oggi è chiaramente una dittatura che guarda al blocco eurasiatico guidato da Cina e Russia e stringe alleanze strategiche con i paesi arabi e gli estremisti islamici.

Grazie al colpo di stato del 2016, che avrebbe dovuto porre fine al suo potere, Erdogan ha potuto reprimere il dissenso e modificare la costituzione turca per concentrare nelle sue mani l’intero sistema politico: in questo clima la vittoria delle elezioni anticipate di domenica scorsa non ha potuto che certificare quanto già deciso. Finisce di fatto il regime parlamentare e il Presidente rieletto può oggi emanare leggi per decreto (abolito il Presidente del Consiglio), dichiarare lo stato d’emergenza e forzare a suo comodo nuove elezioni. Gli avversari politici tra i magistrati, gli studenti, gli insegnanti, i giornalisti, sono già tutti in galera. L’educazione religiosa islamica ha un ruolo sempre più cruciale nell’organizzazione del consenso.

Erdogan governa dal 2003, ha presieduto un forte boom economico che deve fare però i conti con i limiti strutturali di un’economia squilibrata, un’inflazione a due cifre, una moneta debole e un segnale di rischio fallimento sempre acceso. La trasformazione della Turchia in un “one-man regime” consentirà sul breve periodo di tenere sotto controllo la situazione politica, di capitalizzare il consenso raccolto, ma indebolirà ancor di più le prospettive di crescita e sviluppo e allontanerà dal paese gli investimenti stranieri soprattutto occidentali.

La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che siano state le politiche di Erdogan a causare i problemi strutturali: i tassi di interesse troppo bassi a fronte dell’inflazione galoppante hanno da una parte favorito il finanziamento sul mercato interno ma hanno anche costretto a scappare gli investitori stranieri in un contesto di inflazione fuori controllo e crescente deficit delle partite correnti. La banca centrale turca non ha una reale autonomia dal governo politico e ne avrà sempre meno (secondo quanto dichiarato dal Presidente stesso in campagna elettorale): questo è ciò che preoccupa di più gli analisti e gli investitori.

Il problema più immediato è l’enormità del debito turco, principalmente in dollari, il quale, se poteva essere sostenibile in un periodo di esagerata liquidità, oggi con la Federal Reserve che alza i tassi e la valuta turca che non ha margini per sostenere la pressione, diventa un cappio sempre più stretto. La crescita a debito non può diventare eterna neanche in Turchia, e con buona pace di ogni riuscita repressione politica, anche Erdogan dovrà fare i conti con la realtà di un mondo più grande di quello che, grazie al cielo, possa controllare.